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	<title>Gli italianiLa vicenda del tunisino killer mette sotto accusa i servizi di sicurezza di tutta Europa. Serve un cambio di passo e meno buonismo &#8211; Gli italiani</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Dec 2016 11:03:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Si chiamava Ben Amri, ma in un altro documento figurava come Anis Amri, in un altro era segnalato come Ahmed Zaghloul, in un altro ancora appariva come Ahmed Zarzour, in un altro ancora come Ahmed al-Masri, e in un altro…Evvabbè, era arabo, e arrivare a conoscere il suo vero nome equivarrebbe a vincere un terno al lotto, e a questo punto la sua identità importa poco o nulla. Fatto sta che il giovane magrebino, ricercato in tutta Europa come lo spietato “asfaltatore” del mercatino di Berlino e ucciso in uno scontro a fuoco con la polizia presso Milano, è la prova provata che almeno lo “spazio di Schengen” nel Vecchio continente funziona alla perfezione. Infatti, pur spostandosi dalla Tunisia all’Italia, dall’Italia alla Francia e dalla Francia in Germania con ogni mezzo possibile, nessuna guardia di frontiera si è sognata manco di chiedergli chi fosse. Guardie di frontiera non ce ne sono più per legge? Bene, ma neppure l’ombra di un poliziotto o di un vigile urbano gli ha mai contestato nemmeno una multa. Insomma, all’inefficienza italiana abbiamo fatto il callo ormai da tempo, ma davanti alla dabbenaggine delle forze di polizia e dei servizi francesi e tedeschi ancora siamo usi stupirci. Perché si, tocca ammetterlo, l’Italia ha la responsabilità primaria di avere fatto sbarcare senza colpo ferire a Lampedusa &#8211; su suolo europeo, quindi &#8211; nel 2011 un malintenzionato borderline come il summenzionato Anis. Ma neppure Oltralpe sono del tutto esenti da colpe, rivelando l’esistenza di pericolose falle negli apparati addetti alla tutela della sicurezza pubblica. Insomma, noi per primi ci siamo imbattuti in un tipetto che già nel suo paese vantava un casellario giudiziario di tutto rispetto, avendo collezionato in loco una condanna a cinque anni per rapina a mano armata e un altro mucchio di denunce per furti e traffico di alcolici. E voi pretendete che uno così “tranquillo” venga subito intercettato e rispedito indietro dalle solerti guardie di frontiera italiane? E che diamine, mica siamo bestie. Con tutto quel casino che c’è in Tunisia, poi…..Già, ma il fatto è che in Tunisia non c’è &#8211; e neppure all’epoca, malgrado le “primavere arabe” c’era &#8211; nessuna guerra. Quindi il baldo giovane è stato accolto da noi come se fosse stato un incensurato fortunosamente scampato da chissà quale terribile persecuzione. Poi, appena ricoverato nel primo centro d’accoglienza dell’isoletta italiana, che ti ha fatto la tranquilla “risorsa” proveniente da oltremare? Ha pensato bene, coadiuvato in questo da altre tranquille “risorse” sue pari, di mettere a soqquadro e di dare fuoco alla struttura. Proprio così. Pertanto, il pluridelinquente venuto dal mare, una volta accolto a braccia scandalosamente aperte sui nostri lidi, si è messo come prima cosa a fare il vandalo, beccandosi subito una nuova condanna a quattro anni per lesioni, incendio, minacce e appropriazione indebita. Naturalmente i buonisti italioti hanno altrettanto buonisticamente pensato che fare scontare all’Anis la condanna in un carcere tunisino sarebbe stata una inutile barbarie. Quindi, malgrado il rimpatrio dei detenuti stranieri sia legalmente contemplato anche dalla Convenzione di Strasburgo del 1983 ratificata in Italia nel 1988, lo stragista in erba è stato inopinatamente ospitato in due confortevoli penitenziari siciliani: prima a Catania, poi a Palermo. E proprio in queste due case circondariali isolane l’uomo ha potuto frequentare, pensate un po’, stage di teatro, corsi per imparare a suonare il tamburo e “istruttivissime” lezioni di Islam fondamentalista. Poi, una volta scontata la pena, l’ex delinquente, ormai trasformatosi in un “virtuoso” kamikaze, nella primavera del 2015 è stato trasferito nel Cie (Centro d’Identificazione ed Espulsione), per essere, come dice appunto l’intestazione, identificato e &#8211; finalmente &#8211; espulso. Invece, le autorità tunisine, non sentendo affatto il bisogno di riaccogliere sul loro territorio la suddetta risorsa, di cui non gli pareva vero di essersene sbarazzate, hanno furbescamente pensato bene di fare finta di cascare dal pero. &lt;Questo? Ma chi lo conosce…&gt;, è stata più o meno la risposta di Tunisi. Eppure c’è tanto di casellario giudiziale che attesta la provenienza dell’Anis dalla madrepatria magrebina. Un giornalista occidentale ha pure intervistato il padre del terrorista, e come se non bastasse la Tunisia è uno dei pochi paesi coi quali abbiamo siglato un accordo per i rimpatri (gli altri sono Nigeria, Egitto e Marocco). Ma tant’è. I tunisini, imperterriti, hanno opposto il classico muro di gomma, rispondendo picche ad ogni pur ragionevole obiezione. A questo punto che ti hanno fatto i solerti funzionari italici? Hanno consegnato allo sbalordito, futuro “martire” dell’Islam  nientemeno che un bel foglio di via. L’uomo però, per nulla turbato dalla terribile misura adottata dai burocrati del Bel Paese, ad andarsene non ci ha pensato proprio. Ovvero ci ha pensato, certo, ma la direzione presa dall’improvvisato turista del terrore non è stata quella che i passacarte nostrani si aspettavano. A lui infatti di tornare a svernare tra le palme e i cammelli non gli è passato neppure per l’anticamera del cervello, e, beffandosi delle sclerotiche e inefficienti istituzioni &#8211; continentali, stavolta &#8211; si è messo alacremente all’opera, cominciando a frequentare indisturbato i più “gettonati” leader dell’Isis, a consultare i più sospetti siti internet alla ricerca di armi e tritolo, a passare e ripassare più volte le frontiere e a progettare attacchi armati contro obbiettivi non ben identificati ma intuibili. La cosa più grave è che le forze di polizia &#8211; non più quelle della nostra sgangherata italietta, badate bene, ma le “mitiche”, “efficientissime” polizie francesi e tedesche &#8211; alla testa calda islamista la tenevano “sotto controllo” (e meno male….). Volevano pure espellerla, certo, fatto sta che anche sulle sponde del Reno le cose, per quanto concerne l’immigrazione, filano più o meno come nello Stivale. Cioè malissimo. La procedura di espulsione infatti era stata messa a punto anche dalle autorità di Berlino, ma ancora una volta si è dovuto fare i conti con la disarmante, levantina astuzia opposta dalle ciniche burocrazie dello stato nordafricano. Le quali hanno continuato a perseverare nel loro elusivo atteggiamento, negando l’evidenza e scaricando sulle spalle europee ogni responsabilità. E così la risorsa ha continuato in tutta tranquillità a soggiornare nel paese dei crucchi. A questo punto, dopo il comprensibile moto di sconforto che può assalirci alla constatazione dello stato di frustrazione in cui versano le strutture di sicurezza a livello continentale, impossibilitate ad espellere persino un delinquente abituale come l’Anis, dobbiamo spezzare una lancia nei confronti delle nostre tanto vituperate autorità preposte alla tutela dell’ordine pubblico. Infatti, il terrorista in erba, dopo avere concluso la sua sporca missione, invece di dirigersi difilato verso lidi a lui più congeniali &#8211; che so, in direzione della penisola balcanica, si è messo a scorrazzare tra la Francia e il Norditalia, andando a finire i suoi giorni proprio a un posto di blocco allestito a un tiro di schioppo dalla Madonnina. Si trattava di una pattuglia di agenti di P. S. cui non era sfuggito l’atteggiamento sospetto del tunisino, il quale, fermato nel cuore della notte, aveva avuto la faccia tosta di dichiararsi calabrese in trasferta. A tradirlo è stato però il suo accento. A quel punto, alla richiesta del capopattuglia di rovesciare il contenuto del suo zainetto sul cofano della gazzella, la situazione è precipitata. Il terrorista, infatti, estratta una pistola calibro 22 da una tasca interna della giacca, ha fatto fuoco sul capopattuglia, ferendolo a una spalla, finendo però fulminato a sua volta dalla pronta reazione dell’altro agente alla guida. Che dire? I tedeschi per primi, dopo la strage al mercatino berlinese, che poteva essere evitata con una banale barriera di protezione, per 24 ore hanno perso tempo ad inseguire un pachistano che non c’entrava niente. I francesi con le carneficine del Charlie Hebdo, del Bataclan e di Nizza, hanno fatto una penosa impressione a metà tra la colpevole inettitudine e l’incompetenza totale. I belgi non ne parliamo. E se fosse proprio la nostra Italia ad uscire a testa alta da tutto questo brutto affare? Certo non ce la sentiamo di escludere la classica “botta di culo”, e a pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca. Il fatto è che a noi, si sa, malgrado tutto, piace essere ottimisti….</p>
<p>Angelo Spaziano</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://italianioggi.com/8980-2/">La vicenda del tunisino killer mette sotto accusa i servizi di sicurezza di tutta Europa. Serve un cambio di passo e meno buonismo</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://italianioggi.com">Gli italiani</a>.</p>
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