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	<title>Gli italianiA sessanta anni dalla ingiusta condanna di Guareschi, la verità sulla storia d&#8217;Italia sia ancora da scrivere &#8211; Gli italiani</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Apr 2015 21:54:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>È stato oggetto di una conferenza lo scorso 26 marzo a Bologna, assieme al nuovo saggio che asserisce essere totalmente falso, anzi, del tutto inesistente, il “Carteggio Mussolini-Churchill”. Stiamo parlando del volume di Mimmo Franzinelli “Bombardate Roma!”, prima fatica dello storico bresciano e volume di cui si è molto dicsusso, dal momento che sanciva, senza se e senza ma, la falsità delle due lettere a firma Degasperi, pubblicate nel 1954 da Giovannino Guareschi sul “Candido” e che costarono allo scrittore parmense un anno di galera per diffamazione. Franzinelli offre granitiche tesi a sostegno della falsità delle due lettere, scritte da De Gasperi mentre era rifugiato in Vaticano, nel 1944 e, di qui, altrettanto solide sono le tesi che certificano l’assoluta falsità dell’intero carteggio mussoliniano, da cui le lettere stasse provenivano. Non disponendo, per ora, di pareri autorevoli sul nuovo saggio di Franzinelli, ci limitiamo alle considerazioni di un altro storico, Fabio Andriola che, dopo la presentazione di “Bombardate Roma!” a Milano, su “Storia in rete” demolisce punto per punto, non senza un pizzico di sano umorismo, la tesi di Mimmo Franzinelli a proposito del processo De Gasperi-Guareschi: ovvero le lettere possono essere false, ma anche vere e il complotto neofascista e dei servizi deviati risulterebbe, alla fine, essere tanto improbabile quanto la stessa tesi dell’esistenza di un “ufficio falsi” nella RSI. Andriola comincia dal principio e, pur ponendosi il quesito se De Gasperi avesse potuto scrivere lettere di tal fatta e se l’ufficiale cui si rivolgeva chiedendo il bombardamento della periferia e dell’acquedotto di Roma fosse o meno la persona giusta, prende in esame le perizie calligrafiche delle lettere stesse. Scrive Andriola: «[…] prima di essere pubblicate da Guareschi le lettere vennero autenticate da un perito del Tribunale di Milano, Umberto Focaccia, che riconobbe come autentica la firma di De Gasperi. Una perizia discussa, che Franzinelli liquida così: “In realtà si è limitato a raffrontare la firma con le riproduzioni di un paio di autografi degasperiani su un giornale lombardo”. Qualunque sia l’attendibilità di Focaccia un dato è certo: è l’unico perito ad aver potuto vedere gli “originali” (autentici o falsi che fossero) prima della pubblicazione e quindi senza condizionamenti ambientali. Molte perizie successive, compresa quella della grafologa giudiziaria Nicole Ciccolo che arricchisce il volume di Franzinelli con una nuova perizia, hanno avuto sempre e solo a che fare (oltre che con la “memoria storica”) con copie fotografiche, tratte da giornali dell’epoca. Nessuna possibilità quindi – a differenza del bistrattato Focaccia – di esaminare carta e inchiostri oppure i tratti della scrittura, le pressione esercitata sulla carta dallo scrivente, difetti vari etc. Insomma, tutto quello che rende una perizia una vera perizia.» Osservazione sacrosanta che, da sola, basterebbe perlomeno a mettere in dubbio la certezza delle conclusioni di Franzinelli, tenendo conto che gli stessi originali dei documenti vennero prodotti dal Guareschi al processo, come riportato a pagina 20 di “Candido” del 25 aprile 1954: «[…] il notaio Bruno Stamm si presenta al tribunale e consegna nelle mani del Presidente i due documenti originali. Il teste giurato signor De Gasperi, dopo aver reso la seconda parte della sua deposizione, su richiesta del Presidente, prende visione dei due documenti originali. “Non sono miei” dice. Poi aggiunge a proposito della seconda lettera, quella manoscritta, quella che secondo il professor Delitala (difensore di De Gasperi n.d.r.) doveva essere un semplice trucco fotografico, un fotomontaggio: “Non significa niente. Non è mia: lo si vede dal ritmo dei gruppi di lettere.” Ma c’è di più. Il cosiddetto “ufficio falsi” mussoliniano esisteva ma, in realtà, era soltanto un “ufficio copie”, istituito per la necessità, da parte del Duce, di riprodurre in più esemplari i documenti dell’arcinoto carteggio. Scrive sempre Andriola: «Dopo la condanna di Guareschi (che, visto l’andazzo, disertò gli ultimi giorni di udienza e non presentò ricorso accettando di andare subito in carcere) accaddero altre cose: il settimanale “Oggi” (sempre gruppo Rizzoli) prese a pubblicare le carte più importanti del carteggio in possesso di De Toma tra cui alcune lettere del carteggio Churchill/Mussolini. Dopo poche puntate però la serie, nonostante il successo, si interruppe bruscamente rendendo il terreno ancora più fertile alle congetture. Nell’estate 1954 De Gasperi morì e la Giustizia iniziò ad interessarsi a quel De Toma che pochi mesi prima non si era voluto ascoltare in Tribunale. Per l’ex ufficiale scattò una denuncia per truffa aggravata e di falso continuato in scrittura privata, reati che coinvolgevano anche Aldo Camnasio, probabile autore materiale di alcuni falsi. “Falsi” che, va subito detto, per stessa ammissione dei due, vennero realizzati per riprodurre documenti originali in pessime condizioni o disponibili esemplari di numerose carte del suo archivio riservato, il tutto poi affidato a vari corrieri, uomini di fiducia o custoditi personalmente nelle famose borse che si portò fino a Dongo). C’è quindi una bella differenza tra un falso costruito da zero e una copia non fotografica più o meno fedele di un documento originale. Questa la chiave per capire la probabile origine e attendibilità di molte delle carte che De Toma cercò di commerciare tra il 1951 e il 1954. Carte che potevano avere in alcuni casi una «forma» non originale ma che potevano benissimo riportare il contenuto degli originali non più disponibili. A conferma di quanto sopra, qualche dubbio supplementare sulle lettere degasperiane arriva da quanto ricostruito dalla grafologa Ciccolo e inserito nel libro di Franzinelli. Ricorda la Ciccolo che il processo contro De Toma e Camnasio si concluse nel dicembre 1958 con un’assoluzione: un’amnistia aveva annullato il reato di falso continuato mentre l’accusa di truffa cadde per insufficienza di prove. Insomma, non si poté provare in modo certo che i due erano dei truffatori e dei falsari al 100%. Anzi, si può dubitare a buon diritto almeno della seconda accusa perché le perizie che nel 1954 il Tribunale non aveva autorizzato questa volta vennero fatte con risultati sorprendenti (incomprensibilmente trascurati da Franzinelli). Ci furono tre diverse perizie in quel processo, perizie importanti in quanto le uniche (a differenza di tutte le altre che hanno seguito fino ad oggi) ad essere state eseguite sugli originali poi andati distrutti (perché mandati al macero con tutti gli incartamenti del processo in uno dei periodici riordini degli archivi del tribunale milanese) e quindi ormai persi per sempre. Un primo collegio di tre periti concluse che “non esistevano prove tali da permettere di stabilire inequivocabilmente la falsità delle lettere”. Insoddisfatto – per evidenti ragioni di opportunità – il Tribunale di Milano ordinò allora una nuova perizia, affidata a Rodolfo Namias, che finalmente concluse che le lettere erano invece false. E su quest’ultima perizia si basò il collegio giudicante. Ma non era finita qui. “Alcuni giornalisti – scrive la Ciccolo – scoprirono che i tre periti, nonché lo stesso professor Namias, non erano in realtà esperti in scrittura ma… proprietari di negozi di fotografia! (…) Al contrario, la difesa De Toma/Camnasio si avvalse per la controperizia di due periti calligrafi del Tribunale di Milano, Francesco La Manna e Nicola Cannone, incaricati di esaminare le lettere già sottoposte all’esame di Namias. L’esito di tale accertamento fu stupefacente.” Sintetizziamo: i periti La Manna e Cannone stabilirono che gli originali esaminati presso il Tribunale erano diversi – anche in modo macroscopico – da quelli pubblicati da «Candido» nel gennaio 1954 e successivamente oggetto di varie altre perizie.» Insomma, un labirinto dal quale risulta, perlomeno, assai difficile uscire con una qualsiasi certezza, quanto poi all’assoluzione di Guareschi da parte di Franzinelli, le motivazioni sarebbero, secondo Andriola, anch’esse tutt’altro che granitiche: « Guareschi fu davvero – quasi al pari di De Gasperi – vittima di un complotto organizzato dalla Destra postfascista? Tutto è possibile, figuriamoci. Ma la dimostrazione che Franzinelli dà è inconsistente: e se una tesi ha basi così fragili che credibilità può avere?» Neofascisti del MSI, ex repubblichini di ogni ordine e grado, servizi segreti, tutti attenti a rimanere nell’ombra se non fosse che, sottolinea Andriola, tutti i “molteplici indizi” del complotto elencati da Franzinelli, sono frutto di pubblicazioni giornalistiche. « perché “sono i circoli anti-antifascisti gravitanti attorno al “Secolo d’Italia”, all’“Asso di bastoni” e al “Meridiano d’Italia” ad allestire e gestire politicamente la trappola contro il <em>leader </em>democristiano”. Come si vede, tutto si svolse nell’ombra più fitta. Cioè in edicola…» Il dubbio più forte, però, Andriola lo solleva sulla “linea temporale” del fatti, perché, scrive: «Pur disponendo di vari organi di informazione “vicini”, De Toma &amp; C. non partono all’attacco pubblicando subito i documenti che potrebbero inchiodare De Gasperi mentre è ancora <em>premier </em>ma, stando a quanto sostiene Franzinelli, attendono che il <em>leader </em>DC “siluri” il rivale Pella nel gennaio 1954. E perché lo vogliono “uccellare”? Per impedirgli il ritorno a Palazzo Chigi? No, per bloccare le sue aspirazioni al Quirinale. Ma le elezioni alla presidenza della Repubblica si sarebbero dovute tenere nel maggio 1955. Aveva senso muoversi con quasi un anno e mezzo d’anticipo? Insomma, il complotto neofascista sembra un po’ campato in aria perché i riscontri che Franzinelli trova – o crede di trovare – sono per lo più successivi alla pubblicazione delle lettere su “Candido” e non precedenti. Il che porterebbe a concludere più logicamente che gli ambienti della destra, ben contenti di poter mettere in difficoltà De Gasperi e la DC, cavalcarono uno scandalo che però ben difficilmente potevano aver creato: almeno allo stato attuale dell’arte in quanto non risulta nessuna prova.» L’affondo finale è riservato al contenuto della prima lettera: la richiesta di bombardamento sulla periferia di Roma e, in particolare sull’acquedotto. Andriola cita, a questo proposito, quanto scritto da Paolo Tritto nel suo “Il destino di Giovannino Guareschi” del 2003: «Vi è una sorprendente coincidenza di date tra una delle lettere che secondo Guareschi erano state sottoscritte da De Gasperi e l’ordine pervenuto al Comando di bombardare due dighe laziali (nella lettera degasperiana si faceva cenno all’acquedotto). Nel registro si fa anche riferimento alle motivazioni politiche del bombardamento (unico caso in tutto il pur voluminoso dossier). Nel frattempo, a Londra si pubblicava la biografia del capitano della 61a   Squadriglia dove potevo trovare un riscontro di questo bombardamento che poi non fu eseguito. È inutile che io le faccia notare quanto improbabile possa essere che un falsario produca un documento storico falso relativo a un fatto storico che per circostanze impreviste non si verificò.» Tutto, quindi, tornerebbe in discussione, con buona pace delle certezze incrollabili di Franzinelli: tutto tranne il peso (sottolineato anche da Guareschi in una vignetta) dell’articolo 16 del trattato di pace sottoscritto proprio da De Gasperi a Parigi, che recita: «L’Italia non incriminerà né molesterà i cittadini italiani, particolarmente i componenti delle Forze Armate, per il solo fatto di aver espresso simpatia per la causa delle Potenze Alleate e Associate o di aver svolto azioni a favore della causa stessa durante il periodo compreso tra il 10 giugno 1940 e la data di entrata in vigore del presente trattato.» Conclude Andriola: «Il vero nodo irrisolto del nostro passato recente (e forse del nostro presente) è in gran parte in queste poche, infami, righe. Che probabilmente non riguardavano direttamente De Gasperi ma che certo qualcuno di importante devono aver riguardato se la questione venne affrontata così chiaramente all’articolo 16 di un trattato che di articoli ne aveva 90 (allegati esclusi).» Resta l’amarezza, dopo sessant’anni dalla condanna di Guareschi, di convincersi sempre di più che la verità su un periodo controverso della storia d’Italia, molto verosimilmente non la si saprà mai. A meno che, in un prossimo futuro, magari Mimmo Franzinelli dimostri che anche la storia d’Italia è falsa…</p>
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