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	<title>Gli italianiAnni di piombo: un periodo difficile da interpretare &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>Anni di piombo: un periodo difficile da interpretare</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2022 17:48:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/anni-piombo-un-periodo-difficile-interpretare/"><img width="670" height="274" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/03/terroristi.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/03/terroristi.jpg 670w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/03/terroristi-300x123.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/03/terroristi-640x262.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/03/terroristi-96x39.jpg 96w" sizes="(max-width: 670px) 100vw, 670px" /></a></p><hr /><p>&#160; Nella scorsa settimana sono ricorsi l’anniversario della morte di due giovani ragazzi degli ambienti politici degli anni ’70, uno di sinistra, uno di destra: Walter Rossi e Nanni De Angelis Tutti abbiamo, almeno nel nostro immaginario collettivo, l’idea di cosa fossero gli anni di piombo. Una stagione sanguinosissima, terribile, dove la lotta politica si era fatta più aspra e accanita, il cui frutto furono tante, troppe giovani vite spezzate. Naturalmente non furono gli anni del solo odio politico, in essi si viveva la tipica tensione internazionale della guerra fredda, nascevano nuovi nuclei criminali e mafiosi, come la Banda della&#8230;</p>
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<p><strong>Nella scorsa settimana sono ricorsi l’anniversario della morte di due giovani ragazzi degli ambienti politici degli anni ’70, uno di sinistra, uno di destra: Walter Rossi e Nanni De Angelis</strong></p>
<p>Tutti abbiamo, almeno nel nostro immaginario collettivo, l’idea di cosa fossero gli anni di piombo. Una stagione sanguinosissima, terribile, dove la lotta politica si era fatta più aspra e accanita, il cui frutto furono tante, troppe giovani vite spezzate. Naturalmente non furono gli anni del solo odio politico, in essi si viveva la tipica tensione internazionale della guerra fredda, nascevano nuovi nuclei criminali e mafiosi, come la Banda della Magliana, e molti altri gruppi iniziavano a usare più frequentemente la violenza e le stragi per affermare il proprio potere sul territorio e tanto altro ancora. Di “piombo” proprio perché l’atmosfera che si respirava era, appunto, plumbea, dal momento che i disordini pubblici erano quasi quotidiani, gli attentati sempre più frequenti e il clima di violenza viveva un acuirsi spaventosamente evidente. Soprattutto se si pensa che, dal momento che iniziarono anche le esecuzioni, spesso a esserne vittima non erano i giusti bersagli ma gente qualunque, poiché sì, anche brigatisti e terroristi si potevano sbagliare. Ciò non contribuiva certo a rendere più leggera l’aria che si respirava. Tuttavia c’è un’osservazione da fare: si può parlare degli anni di piombo come un fenomeno quasi esclusivamente italiano? D’altra parte, procedimenti analoghi negli altri paesi europei durante il secondo dopoguerra non ce ne sono stati. O meglio, ciò che fece esplodere questi anni furono i movimenti del ’68, che ebbero un respiro più internazionale. Ma quello che ne seguì, le stragi politiche che continuarono per più di un decennio, quella definita da molti come una seconda guerra civile, fu puramente ed esclusivamente italiano. Inserito senz’altro nel contesto non meno amaro della guerra fredda. Ma, constatata l’originalità tutta italiana del fenomeno, viene da chiedersi: perché? Di getto, sono diverse le risposte che potremmo darci, dalla più complottista alla più scientifica. Tuttavia, va sicuramente individuato, dopo aver compreso che il tipo di lotta era una lotta faziosa, che parte della causa scatenante di questi rigurgiti ideologici provenivano dall’allora recente passato della nostra penisola: il fatto che in Italia esistesse un totalitarismo imperfetto ha creato uno sbiascico ideologico con cui è stato difficile fare i conti. Mentre in Germania Hitler aveva di fatto totalizzato la vita dei tedeschi sotto ogni punto di vista e in tempi molto accelerati, in Italia Mussolini iniziò a governare poggiandosi su una base di consenso popolare e anche di legittimazione parlamentare. La sua vittoria nasceva dalla reazione alla violenza dilagante che travisava il contenuto di un’idea nobile ma dalla quale, purtroppo, nasceva quest’odio: il socialismo. Senza considerare il fatto che, durante tutto il periodo della sua dittatura, l’immagine e l’istituzione del Re continuavano a esistere, contribuendo anch’esse a dare una qualche legittimazione a Mussolini e al suo partito. Grazie a questo processo iniziale, Mussolini fu in grado di stabilire e instaurare il suo controllo, appunto, totalizzante mediante la creazione di diversi organi, istituzioni e associazioni il cui obiettivo era controllare il tempo libero dei cittadini. Il tutto, però, in un lungo periodo di tempo. Nel ’43 accadde un fatto nuovo: il Gran Consiglio del Fascismo “tradisce” Mussolini ordinando il suo arresto e il Re nomina il generale Badoglio capo del Governo. Di lì a pochi giorni sarà firmato l’armistizio di Cassibile, il quale venne reso pubblico solo 5 giorni dopo l’avvenimento. Le conseguenze di questi fatti si poterono riscontrare nelle reazioni degli italiani, stremati ormai da 3 anni di guerra: ci fu chi accolse come una buona nuova questo armistizio, così come ci furono coloro che, sentitisi traditi, aderirono alla Repubblica Sociale Italiana per continuare a difendere Mussolini e l’idea (che intanto poté tornare a essere quella delle origini, poté tornare a essere più “socialista”). La guerra tra repubblichini e partigiani fu una guerra di fazioni che si confrontavano sotto le armi, parallela alla guerra che combattevano gli Alleati contro quello che rimaneva dell’Asse. Se ora dovessimo guardare a qualsiasi altro Paese del panorama europeo e mondiale, noteremmo come nessun altro al mondo abbia subìto un processo simile. Questo per far capire cosa? Che il fascismo sarebbe stata un’idea, un pensiero destinato a mutare ma non, almeno non ancora, a sparire. Ma come si poteva, o doveva, dunque affrontare questo scoglio?  In Germania la parola fine al nazismo la misero la guerra e il processo di Norimberga. In Italia non ci fu alcun processo, solo l’Amnistia Togliatti: non sarebbe comunque bastata. I fatti che testimoniano questo processo sono il sorgere, immediatamente successivo alla nascita della Repubblica, di sparuti movimenti di ispirazione fascista, neo-fascista o semplicemente nostalgica che, predicando la tragedia dell’”occupazione” in antitesi alla Liberazione, della mutilazione delle terre italiane di Istria e tanto altro, si sarebbero poi riunite nell’iniziativa politica il cui nome fu Movimento Sociale Italiano. Esso stesso testimoniò come l’idea stesse mutando e, certe volte, come il mutare di quest’idea sia stato condotto sotto la buona fede di molti di coloro che vi aderirono. Tuttavia, la repressione mediatica, il contrasto a qualsiasi iniziativa che non fosse democratico cristiana o dichiaratamente e convintamente antifascista, costituirono il coperchio che fece scoppiare la pentola (naturalmente, va precisato che qui non si indaga sul fatto se queste iniziative fossero giuste o sbagliate, piuttosto si sta cercando di condurre un’analisi riguardante un argomento molto complicato). E sotto questa pentola, prima dell’esplosione, l’idea cambiava, mutava e si aggiornava, tanto da riuscire a rendere il Movimento Sociale Italiano un contenitore capace di accogliere non solo i nostalgici ma, progressivamente, anche i più ferventi anticomunisti (insomma, sarebbe da stolti paragonare, come fossero la stessa cosa, il fascismo di Mussolini col “fascismo” della neonata Repubblica o, addirittura, con le istanze della destra sociale). Si può, sostanzialmente, affermare che era nata una nuova Era, quella della Prima Repubblica, in cui le due opposte fazioni, senza avere i tratti distintivi delle idee originali, stavano maturando come fossero rinate, vedendosi destinate a scontrarsi nuovamente negli Anni di Piombo, in una prospettiva politica tutta italiana. Infatti le stragi politiche non nacquero “dal nulla”. Non si può certo dire che un fenomeno del genere si potesse preannunciare, ma la deriva violenta e pericolosa che il confronto politico stava assumendo e che poi sarebbe sfociato nello spontaneismo armato che diede vita al terrorismo politico, insomma quella la percepivano tutti. Si può dunque parlare del proseguimento della guerra civile combattuta tra il ’43 e il ’45? Forse non è del tutto corretto. Certamente i due fenomeni si possono paragonare, vista anche la somiglianza delle parole d’ordine, dei colori e certe volte anche la ricorrenza di alcuni nomi che parteciparono ad entrambi i confronti. Si può, però, analizzare il fenomeno come la conseguenza di un processo umano e politico particolarmente complicato, che colpì la nostra penisola più di altri Paesi, e nel quale si inserirono altri protagonisti che ne approfittarono per accrescere i propri interessi (come la Massoneria, i Servizi Segreti, il Vaticano, la Democrazia Cristiana, la mafia, i cui interessi erano quasi sempre mirati ad ottenere o detenere il Potere). Un’altra triste verità che è sotto gli occhi di tutti, aldilà delle analisi o degli studi che ognuno di noi possa fare, è che i primi a pagare il prezzo di questo fenomeno furono i giovani. Giovani come Walter Rossi e Nanni De Angelis, morti in contesti diversi ma per motivi simili, quasi uguali: credevano in qualcosa. Uno ucciso dalle frange più estreme di questo fascismo repubblicano, l’altro “suicidato” dallo Stato. Sappiamo che la Memoria non costituisce la Storia, ma che la Storia può avvalersi della Memoria per ricostruire certi processi. In questo caso più che mai, la Memoria non può essere faziosa, ma deve essere uno degli strumenti con cui noi possiamo studiare questi avvenimenti per quello che furono: una strage di ragazzini. Così che si possa accrescere il valore di quelle vite proprio perché furono spezzate, affinché quel valore possa tingere le bandiere delle idee che noi viviamo e costruiamo, trasversalmente, e ci possano condurre verso un Avvenire più giusto e caratterizzato da meno odio.</p>
<p>Raffaele M.A. Pergolizzi</p>
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