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	<title>Gli italianiBob Dylan, un maleducato a corte che umilia chi ha la colpa imperdonabile di aver indicato lui come meritevole del Nobel &#8211; Gli italiani</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2016 15:31:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>&lt;Mister Tamburino non ho voglia di scherzare, rimettiamoci la maglia i tempi stanno per cambiare…..&gt;. Ebbene si, sull’aria della celebre canzone di Franco Battiato, “Bandiera bianca”, possiamo senza dubbio prendere atto che il malinconico “mister Tamburino” venuto dal Minnesota, tale Robert Zimmerman, in arte Bob Dylan, la maglia se l’è rimessa, eccome. E da allora, forse temendo di restare vittima di un colpo di freddo, non l’ha più lasciata, diventando in breve tempo la sua più qualificata cifra estetica. Annusando l’aria che tirava e dotato di un fiuto impareggiabile, il menestrello di Duluth ha infatti intuito alla perfezione l’imminente mutamento (siamo nel 1981) che stava per investire lui stesso e il mondo intero all’esordio degli Anni 80 dello scorso secolo. Un cambiamento epocale, che il grande cantautore statunitense ha saputo interpretare e cavalcare egregiamente, mantenendosi puntualmente sincronizzato con lo spirito del tempo. Conversione religiosa compresa. Tanto che, in seguito alle polemiche scatenatesi intorno alla sua presunta adesione al cristianesimo pentecostale &#8211; ma poi s’è davvero convertito o no? Ancora non si sa se l’ha realmente fatto &#8211; se ne uscì sibillino: &lt;Non credo di essere mai stato un agnostico. Ho sempre pensato che c’è una potenza superiore, che questo non è il mondo definitivo e che c’è un mondo che deve venire&gt;. Sarà pure vero che, “dopo”, ci aspetta un altro mondo. Fatto sta però che lui in questo ci si è sempre trovato benissimo. Fino ad arrivare, nei decenni e a vena artistico-poetica pressoché esaurita, ad ottenere, dopo il Pulitzer e l’Oscar, il dono più ambito di tutti i tempi. Il 13 ottobre scorso infatti le teste d’uovo del comitato assegnatario del Nobel, annidate tra le gelide brume di Svezia, hanno inopinatamente deciso di conferirgli il prestigioso premio &lt;per aver creato nuove espressioni poetiche all&#8217;interno della grande tradizione della canzone americana&gt;. Sbronza di Absolut a parte, è stata questa la motivazione ufficiale dell’insolita assegnazione. Per quale motivo poi le “espressioni poetiche” da premiare devono essere solo quelle americane, e non, mettiamo, quelle italiane, non abbiamo modo di saperlo: cos’ha il pur bravo Dylan di più di Branduardi, Battiato, De Gregori e altri geni del nostro panorama musicale? Per non parlare poi dei defunti Dalla e De Andrè, mai neppure presi in considerazione dai cervelloni accademici. Potenza deIla lingua inglese. E del presuntuoso, ineffabile sussiego accampato anno dopo anno dai burloni di Stoccolma, che nella storia della celeberrima istituzione hanno deciso di ignorare persino giganti del calibro di Philip Roth, Borges, Truman Capote, Celine, David Foster Wallace, Marguerite Yourcenar,  J.D. Salinger, Ibsen, Cormac McCharty e Lev Tolstoi. Per ripiegare poi su uno Zimmerman qualsiasi. Quest’anno. Perché nelle scorse edizioni è successo di peggio, essendoci trovati sulla ribalta scandinava oscuri scrittori del Burkina Faso o del Burundi, a partire dal Nobel al nigeriano Wole Soyinka &#8211; chi se lo ricorda più? &#8211; nel 1986. Fatto è che i giurati baltici, più che premiare le vere eccellenze della letteratura o della pace mondiale, amano provocare, scandalizzando le anime belle dell’orbe terracqueo, contribuendo a indirizzare la cultura &#8211; e gli empiti di irenismo &#8211; su binari che loro stessi si piccano di tracciare, indicare e imporre al popolo bue. Senonché, provocando provocando, gli accademici di sua maestà sono stati ricambiati con la stessa moneta dal furbo menestrello yankee. Grazie al quale, l’ex prestigiosa istituzione, snobbata e trattata quasi come una fastidiosa incombenza burocratica, ha fatto la fine che meritava. Ovverossia, è decaduta, squalificata, è diventata una sorta di pezzo da museo, mera archeologia culturale. Un po’ come gli Abba, insomma. In altre parole, l’anticonformismo di facciata dei dottori svedesi è andato a scornarsi contro l’astuto, calcolato anticonformismo del tetro giullare d’oltreoceano. E dallo scontro a uscirne con le ossa rotte è stata la ex prestigiosa istituzione. Occorrerebbe che le illuminate menti dell’Accademia di Svezia prendessero atto che a portare in alto l’onore del regno del fu Gustavo Adolfo il Grande e dell’odierno monarca &#8211; Gustavo anche lui! &#8211; ormai è rimasta solo l’Ikea. Lo ha spiegato bene Adam Kirsch (poeta e scrittore americano) sul “New York Times” di tre settimane fa: &lt;Essere un laureato del Nobel significa permettere alla “gente” di definire chi si è, diventare un oggetto e una figura pubblica piuttosto che un individuo libero. Il Premio Nobel è l’esempio definitivo di che cos’è malafede: un piccolo gruppo di critici svedesi finge di essere la voce di Dio, e il pubblico finge che il vincitore del Nobel sia l’incarnazione della letteratura. Tutta questa simulazione è l’opposto del vero spirito della letteratura, che vive solo in incontri personali fra il lettore e l’autore&gt;. Affermazione condivisibilissima, alla quale tuttavia andava aggiunto che nel caso del Nobel a Dylan a fingere non sono solo i critici e il pubblico, ma pure il “beneficato” stesso. Vale a dire uno che, campando di pane e protesta un giorno si e l’altro pure, se l’è sempre tirata. Pashmina himalayana doc, cappello e occhialini un po’ da intellettuale un po’ da portasfiga, eternamente imbronciato come si addice a chi si prende carico di tutti i mali del mondo, l’astuto uomo di spettacolo, pur misantropo, misogino, sfuggente e un po’ eremita, ha sempre parlato bene e razzolato male, curando la sua immagine fin nei minimi particolari. Un personaggio, ad esempio, che pur avendo sbandierato ai quattro venti il suo adamantino pacifismo all’epoca del Viet-Nam, fu sorpreso con le mani nel sacco a sovvenzionare con laute somme di denaro le guerre d’Israele. Era l’epoca, però, in cui il suo “Hurricane” gridava in faccia al mondo la sua innocenza, e le sue ballate scaldavano i cuori di noi tutti. Ora, a 75 anni suonati e con l’ispirazione in fase terminale, mister Zimmerman s’è autoaccreditato una mistica aura da santone, centellinando le sue apparizioni e finendo per somigliare né più né meno al fratello cow boy di Renato Zero. E gelido e cupo come i corruschi panorami tipici del suo Minnesota, il Sai Baba di Duluth non s’è degnato neanche di rispondere alla blasonata chiamata pervenutagli dalla Scandinavia. Per un po’ di settimane infatti &#8211; trentadue giorni precisamente &#8211; la rockstar ha lasciato i giurati assegnatari dell’onorificenza sulle spine. “Viene o non viene?”, è stato il tormentone dell’autunno baltico. &lt;Mi si nota di più se vado e me ne sto in disparte, o se non vado per niente?&gt;, deve avere “morettianamente” calcolato il furbacchione. La scelta è risultata la più ovvia. Resosi uccel di bosco fin dal giorno del conferimento, Dylan ha maltrattato alla grande accademia, premio, giuria, e la Svezia tutta, facendo credere al mondo intero di essersi ritirato a “meditare” in chissà quale sperduto ashram nordamericano. Un isolamento dal quale nulla, neppure la più prestigiosa onorificenza di tutti i tempi lo poteva sottrarre. Gli accademici pertanto non sono riusciti neppure a comunicargli ufficialmente la bella notizia. Soltanto dopo una settimana il musicista si è deciso a farsi vivo, con due scarne righe apparse in una paginetta del suo sito. Ma anche lì, dopo qualche ora, la postilla era già stata cancellata, provocando un putiferio generale. Pochi giorni orsono poi la 75enne star d’oltreoceano ha seccamente comunicato ai followers di non poter partecipare alla cerimonia di premiazione, il 10 dicembre prossimo, a causa di altri “ineludibili impegni”. Alla faccia della modestia. Ma non lo poteva dire prima? Mah…Fatto sta che il vecchio Bob dovrebbe comunque andare a Stoccolma l’anno prossimo e tenere in quell’occasione &#8211; dopo tanto meditare… &#8211; la lettura di prammatica (e a ritirare il lauto “montepremi”…). Lo rende noto l&#8217;Accademia Svedese, precisando che l’artista americano si esibirà in un concerto nella capitale scandinava e quella potrebbe essere un’ottima occasione per la “lectio magistralis” che i vincitori sono tenuti a fare in occasione della cerimonia dell’assegnazione . La segretaria permanente dell’Accademia, Sara Danius, ha comunque tenuto a precisare alla radio pubblica svedese che lo statuto della Fondazione Nobel, per quanto riguarda le lezioni, è alquanto “flessibile”: si può leggere un testo scritto, improvvisare un discorso, fare un video. Basta che venga, ha piagnucolato la Danius. La quale, poverina, non sa che il futuro, nel caso di Bob Dylan, &lt;soffia nel vento,,,,&gt;.</p>
<p>Angelo Spaziano</p>
<p>&nbsp;</p>
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