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	<title>Gli italianiBrexit, la Gran Bretagna a un bivio storico: fuori o dentro  l&#8217;Europa. Ma la scelta riguarda tutti. Un no alla Ue avrà conseguenze  gravi. Per i fautori dell&#8217;uscita, invece, è il giorno dell&#8217;indipendenza &#8211; Gli italiani</title>
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	<title>Brexit, la Gran Bretagna a un bivio storico: fuori o dentro  l&#8217;Europa. Ma la scelta riguarda tutti. Un no alla Ue avrà conseguenze  gravi. Per i fautori dell&#8217;uscita, invece, è il giorno dell&#8217;indipendenza &#8211; Gli italiani</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Jun 2016 16:08:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>valentina_mira</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/brexit-la-gran-bretagna-un-bivio-storico-dentro-leuropa-la-scelta-riguarda-tutti-anche-gli-analisti-un-no-alla-ue-avra-delle-conseguenze-gravi-soprattutto-inghilterra/"><img width="620" height="387" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/06/Cameron.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/06/Cameron.jpg 620w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/06/Cameron-300x187.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/06/Cameron-96x60.jpg 96w" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" /></a></p><hr /><p>Alla vigilia del voto sulla Brexit, i politici, i mercati e gli opinionisti di tutto il mondo sono in fermento. La tensione non è mai stata così alta per un referendum, le conseguenze di un voto popolare non hanno mai toccato le sorti di un numero così grande di persone, su un territorio così vasto. Ha senso quindi cercare di delineare il ragionamento del fronte che voterà per il Remain, e di quello che farà una croce accanto alla scritta Exit. Quali le ragioni? Quali possibili scenari saluteranno il mondo all&#8217;indomani della decisione britannica? Quale, in ogni caso, il messaggio per&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Alla vigilia del voto sulla Brexit, i politici, i mercati e gli opinionisti di tutto il mondo sono in fermento. La tensione non è mai stata così alta per un referendum, le conseguenze di un voto popolare non hanno mai toccato le sorti di un numero così grande di persone, su un territorio così vasto. Ha senso quindi cercare di delineare il ragionamento del fronte che voterà per il <em>Remain</em>, e di quello che farà una croce accanto alla scritta <em>Exit</em>. <strong>Quali le ragioni? Quali possibili scenari saluteranno il mondo all&#8217;indomani della decisione britannica? Quale, in ogni caso, il messaggio per l&#8217;Europa?</strong> Partiamo dall&#8217;inizio.</p>
<p>La Gran Bretagna entrò a far parte dell&#8217;Unione europea, allora Cee (Comunità economica europea) dopo un altro referendum, nel 1973. Vinse, com&#8217;è noto, la volontà popolare di aderire al trattato internazionale, con una maggioranza del 67%. L&#8217;impegno del Regno Unito nell&#8217;Unione è sempre stato <em>sui generis</em>, a partire dalla decisione della Lady di ferro, Margareth Thatcher, di non adottare l&#8217;euro come moneta nazionale. Sarà un altro referendum a sancire, domani, le sorti dell&#8217;isola. E di Gibilterra, poiché anche lì si terrà la votazione.</p>
<p><strong>Le ragioni del Leave &#8211; </strong>Pochi giorni fa il barone Lawson, che fu Cancelliere dello Scacchiere proprio sotto il governo della Thatcher, dall&#8217;83 all&#8217;89, ha rilasciato un&#8217;intervista che è il manifesto delle motivazioni di coloro che vogliono rendere il giorno di domani un &#8211; per usare il termine coniato dal nazionalista Farage &#8211; Indipendence Day. I temi toccati sono stati diversi. Lawson ha parlato di <strong>un&#8217;Unione europea eccessivamente burocratica</strong>, tanto da soffocare i singoli Paesi membri. Ha affermato che, benché consapevole della correlazione positiva tra numero di <strong>immigrati</strong> e Pil nazionale, il welfare britannico non è più in grado di sopportare dei flussi di persone così smodati. L&#8217;UK non vuole più delegare a Bruxelles il controllo delle proprie frontiere. Il barone inglese ha poi ridimensionato i problemi da affrontare nel caso di uscita dall&#8217;Unione europea, il <strong>referendum indipendentista della</strong> <strong>Scozia</strong> in primis; secondo l&#8217;ex Cancelliere dello Scacchiere, anche se lo Scottish National Party lo reclama già a gran voce, l&#8217;atto passa per Westminster. &#8220;E&#8217; possibile che nel tempo lo ottengano&#8221;, afferma. &#8220;Niente di male. Lo perderanno di nuovo&#8221;, aggiunge sicuro di sé. Per quanto attiene agli <strong>accordi commerciali</strong>, poi, Lawson è ancor più sicuro del fatto che la Gran Bretagna non avrà problemi: l&#8217;isola è tale solo geograficamente, soprattutto considerata la fitta rete di scambi che intrattiene sia con l&#8217;America, sia con l&#8217;Asia. Per quanto riguarda l&#8217;Europa, dichiara, sicuramente ci saranno un po&#8217; di tensioni, ma nell&#8217;interesse di entrambe le parti non si potrà che procedere ad una rinegoziazione: <em>business is business</em>. E l&#8217;economia prevarrà sulla politica. Ma il tema più interessante che è stato sollevato da Lawson è il <strong>deficit di democrazia</strong> che gli inglesi avvertono nella struttura dell&#8217;Unione europea. La mancanza sia di autodeterminazione dei popoli, sia di rappresentatività nelle decisioni. Di fatto, la Gran Bretagna non vuole più sottostare a un accordo che <em>de iure</em>, nelle parole dei trattati, è democratico, ma <em>de facto </em>presenta una lacuna spaventosa di democrazia. Quanto allo <strong>sbandamento dei mercati</strong>, l&#8217;ex Cancelliere dello Scacchiere non arriva a negarlo, ma ne ridimensiona la portata: sarà momentaneo, e soprattutto i frutti del Leave matureranno solo tra tre o quattro anni.</p>
<p><strong>Le ragioni del Remain &#8211; </strong>Le motivazioni del fronte contrapposto, del quale fa inevitabilmente parte anche l&#8217;Italia, sono le più varie. E, soprattutto, più composita è la tipologia di fonti da cui provengono tali motivazioni. A favore del Remain c&#8217;è innanzitutto <strong>David Cameron</strong>, l&#8217;attuale premier britannico, il quale ha già dichiarato di non volersi dimettere; tutti sanno però che la sua permanenza al governo fino al 2020 sarà fortemente compromessa dall&#8217;uscita dalla Ue. Dalla sua parte anche il partito laburista, che nel difendere la posizione ha subito un lutto gravissimo: il 16 giugno, neanche una settimana fa, la deputata <strong>Jo Cox</strong> è stata uccisa a colpi di pistola e poi presa a calci con una feroce disumanità. L&#8217;attentatore della quarantunenne, madre di due figli, Tommy Mair, <strong>è stato sentito urlare lo slogan pro-Brexit: &#8220;Britain first!&#8221;</strong> prima di compiere l&#8217;atto violento. Il leader del partito laburista, <strong>Jeremy Corbyn</strong>, si è così espresso durante un discorso tenuto per commemorare Jo Cox: &#8220;Sono molto critico verso l’Europa, perché non è abbastanza democratica e la sua politica di austerità è responsabile del disagio che ora molti imputano all’immigrazione. Ma non è una buona ragione per uscire dalla Ue, anzi è una buona ragione perché la Gran Bretagna resti dentro l’Unione Europea e cerchi di cambiarla&#8221;. Conferma dunque il deficit di democrazia, nonché l&#8217;incapacità europea nella gestione dei flussi di migranti. Ma l&#8217;approccio è diametralmente opposto a quello di coloro che, con mezzi pacifici (Lawson e Farage) o violenti (Tommy Mair), sostengono di non poter cambiare le cose dall&#8217;interno. Che la Gran Bretagna viene prima. <em>Britain first</em>. Le motivazioni portate dal partito di Cameron e da quello di Corbyn &#8211; nonché dalle banche, dalle grandi imprese e dagli esponenti degli altri Stati (di oggi la lettera di Renzi pubblicata dal Guardian) &#8211; sono motivazioni economiche: gli oppositori, i pro-Brexit, hanno accusato il mondo di stare esagerando, di fare terrorismo psicologico, allarmismo gratuito. Il riferimento è, ad esempio, all&#8217;attuale Cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, che ha prospettato la necessità di una manovra di emergenza: ben 30 miliardi di sterline, 15 in tasse e 15 sotto forma di taglio al welfare. A ben vedere, il fronte del Remain utilizza argomentazioni economiche, ma la realtà è che si tratta di una scelta culturale, politica, sociale. Una scelta di idee, anche. <strong>Una presa di posizione netta a favore di chiusura o apertura, muri o tunnel (come quello del san Gottardo, di recente aperto tra Italia e Svizzera)</strong>. Lungi dal definirli superati, dalla caduta di quello di Berlino, non sono mai stati più in voga di adesso; hanno semplicemente mutato forma, ora sono di filo spinato, e separano il fuori dal dentro. Rischiando, paradossalmente, di far uscire fuori qualcuno che era già dentro; la Gran Bretagna. E rendendo possibile un effetto-domino dalle conseguenze inaspettate. Si parla infatti già di Nexit, l&#8217;uscita dell&#8217;Olanda, ma anche di quella della Danimarca. E&#8217; quindi più che comprensibile la dichiarazione rilasciata da Jean-Claude <strong>Juncker</strong>, presidente della Commissione dell&#8217;Ue, che andrebbe a negare quanto affermato da Lawson e da quelli che, come lui, si dicono convinti che l&#8217;Unione rinegozierebbe volentieri i trattati con la Gran Bretagna: &#8220;Voglio dire agli elettori britannici che non ci sarà più nessun altro tipo di negoziato: <strong>fuori è fuori</strong>&#8220;. A febbraio David Cameron ha ottenuto tutto quello che l&#8217;Unione poteva dargli, continua Juncker, e la Gran Bretagna non avrà di più.</p>
<p>Il dramma è quindi epocale; negli ultimi cinquant&#8217;anni, il problema della divisione contrapposta all&#8217;unione è stato un tema ricorrente, un argomento topico. Il primo muro è stato quello di Berlino, simbolo della guerra fredda e di una netta divisione in blocchi. A quell&#8217;epoca l&#8217;Unione europea sembrava una splendida idea, la concretizzazione geopolitica dell&#8217;argomento per cui &#8220;l&#8217;unione &#8211; appunto &#8211; fa la forza&#8221;. Poi è avvenuta la crisi, quella del 2008. E ha trascinato in basso il dollaro, portando con sé l&#8217;euro. Sono arrivati i suicidi di piccoli imprenditori, rendendo chiara l&#8217;inadeguatezza della grande macchina europea nel sistemare la falla. Se gli Stati Uniti sono usciti dalla crisi, la risoluzione di quella nostrana è stata resa complessa dal timore della Germania che i cosiddetti Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna) non ripagassero il proprio debito; ai singoli Stati è dunque rimasta solo la strada dell&#8217;austerità, con governi tecnici, innalzamento delle tasse, riduzione del welfare. Contestualmente il problema dell&#8217;immigrazione ha raggiunto livelli talmente allarmanti da dividere nuovamente i Paesi membri. Anche in questo caso, come evidenziato da Corbyn, l&#8217;Ue si è dimostrata tutt&#8217;altro che unita, e soprattutto inefficace negli interventi. E&#8217; recente l&#8217;articolo-inchiesta che ha messo in luce come molti degli Stati membri non stiano stati ligi nel rispettare l&#8217;accordo di due anni fa, quello che doveva aiutare i Paesi come Italia e Grecia, &#8220;di frontiera&#8221;, nella ridistribuzione dei migranti. Molti di questi, era sottolineato con stupore dal giornalista di Internazionale, sono ancora in attesa che, ad esempio, l&#8217;Ungheria dia il suo ok (che doveva dare per legge): nel frattempo si trovano ospiti di un albergo greco, a spese di una onlus locale (!). L&#8217;emergenza è duplice ed evidente.</p>
<p><strong>Al di là di Leave or Remain, considerazioni per l&#8217;Ue &#8211; </strong>E&#8217; probabile che sia vero quanto afferma Lawson per il Regno Unito: &#8220;l&#8217;isola non resterà isolata&#8221;, in fondo ha vissuto benissimo anche fino all&#8217;entrata nell&#8217;Ue del 1973, e potrebbero bastarle pochi anni per ristabilire la fiducia nei mercati e riorganizzarsi <em>in toto</em>. Ma sarebbe il classico &#8220;abbandonare la nave che affonda&#8221;, e a quel punto starebbe esclusivamente all&#8217;equipaggio cercare di riparare la nave o saltare fuori uno dopo l&#8217;altro sperando di non naufragare. Fuor di metafora, il punto è che, Brexit o non Brexit, questo voto colpisce l&#8217;Ue dritta al cuore. Ne denota una volta per tutte i limiti, la mancanza di reale &#8220;fratellanza&#8221;, ideale a cui richiamava la Costituzione europea, quella che, non a caso, mai fu approvata. <strong>Che fratellanza c&#8217;è in un&#8217;istituzione internazionale che lascia l&#8217;onere dell&#8217;accoglienza a Paesi che sono al confine, gli stessi Paesi, come il nostro o la Grecia, che hanno maggiormente sofferto la crisi, gli stessi Paesi che sono ora definiti sprezzantemente con una sigla tanto vicina alla parola <em>pigs</em>, &#8220;maiali&#8221;?</strong> Tutto questo corredato da una mancanza di democrazia sostanziale che è stata sottolineata dai migliori giuristi di tutto il continente, e non solo da nobili inglesi thatcheriani come Lawson. Il vero interrogativo è: l&#8217;Europa cadrà pezzo dopo pezzo, si rimboccherà le maniche partendo finalmente dai popoli, oppure continuerà a sperare di galleggiare su un mare ormai in burrasca? I prossimi mesi saranno decisivi, sia che i britannici lasceranno vincere i muri, sia che lasceranno vincere l&#8217;unione.</p>
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