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	<title>Gli italianiCittadinanza e integrazione: l&#8217;equivoco dello ius culturae &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>Cittadinanza e integrazione: l&#8217;equivoco dello ius culturae</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Feb 2020 22:50:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/cittadinanza-e-integrazione-lequivoco-dello-ius-culturae/"><img width="719" height="728" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2.jpg 719w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2-296x300.jpg 296w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2-640x648.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2-63x64.jpg 63w" sizes="(max-width: 719px) 100vw, 719px" /></a></p><hr /><p>La cittadinanza è la parola chiave per favorire il processo di integrazione di coloro che sbarcano sulle nostre coste ed evitare fenomeni di ghettizzazione”. Lo ha detto il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità, intervenendo alla presentazione dei volumi de La Civiltà Cattolica “Essere mediterranei e fratellanza”. Ad una lettura “benevola” la frase si può prestare ad una duplice interpretazione. La cittadinanza come presupposto dell’integrazione, la cittadinanza come effetto dell’integrazione, come avveniva nell’antica Roma dove ottenere la cittadinanza, dirsi civis romanus sum, era una conquista, un obiettivo raggiungibile sempre che fosse nell’interesse della res pubblica della quale&#8230;</p>
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<p><strong><em>La citt</em></strong>adinanza è la parola chiave per favorire il processo di integrazione di coloro che sbarcano sulle nostre coste ed evitare fenomeni di ghettizzazione”. Lo ha detto il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità, intervenendo alla presentazione dei volumi de <em>La Civiltà Cattolica</em> “Essere mediterranei e fratellanza”. </p>



<p>Ad una lettura “benevola” la frase si può prestare
ad una duplice interpretazione. La cittadinanza come presupposto
dell’integrazione, la cittadinanza come effetto dell’integrazione, come
avveniva nell’antica Roma dove ottenere la cittadinanza, dirsi <em>civis romanus
sum</em>, era una conquista, un obiettivo raggiungibile sempre che fosse
nell’interesse della <em>res pubblica</em> della quale il candidato doveva condividere
i valori essenziali ai quali essere fedele. In sostanza qualunque straniero
poteva diventare cittadino ma doveva dimostrare di esserne degno. È così che dal
Campidoglio hanno governato re ed imperatori provenienti da ogni angolo del
mondo conosciuto. Avevano ben meritato. Per i militari la cittadinanza si
otteneva dopo 25 anni di onorato servizio. E quando la richiesta di
cittadinanza avesse riguardato gruppi di stranieri la concessione doveva
fondarsi sul consenso dei cittadini romani. Rispetto delle leggi, dunque, e
condivisione della romanità. E comunque chi si fosse dimostrato indegno veniva
accompagnato senza tanti complimenti ai confini, come nel 187 A.C. quando
venero rimandati a casa 12 mila latini “dal momento che una moltitudine di
stranieri era diventata un peso insopportabile per Roma”, scrive Tito Livio.</p>



<p>Ho detto, a proposito delle parole del Cardinale
Parolin, di una lettura benevola, considerato il ruolo dell’Autore. In realtà,
così come formulata, l’espressione sembra indicare un ruolo della cittadinanza
propedeutico al processo di integrazione. Il tema, da tempo centrale nel
dibattito politico sull’immigrazione, torna di grande attualità a seguito dell’evidente
rafforzamento del governo giallo-rosso e, al suo interno, del <em>Partito
Democratico</em> che non passa giorno senza che richiami la battaglia
sull’estensione della cittadinanza agli immigrati, presentata in forma di <em>ius
culturae</em>, come si sente dire, quale riconoscimento di un sorta di
conoscenza dell’italianità derivante dalla frequenza di un percorso scolastico
in una scuola italiana. Il tutto con gran cassa della stampa e delle
televisioni. Sarebbe “integrato” e, pertanto, meritevole della cittadinanza
italiana chi avesse, ad esempio, frequentato le scuole elementari. Lontano,
dunque, dall’esperienza romana, dal riconoscimento di una <em>utilitas</em> per i
cittadini italiani che dovrebbero accogliere gli stranieri, come del resto
hanno fatto e fanno alcuni paesi europei. In Germania, infatti, abituati a
considerare la patria sopra ogni cosa (<em>uber alles</em>), hanno costantemente
cercato di scegliere i migranti da accogliere, come nel caso dei siriani,
cristiani e mediamente acculturati anche professionalmente. Quindi facilmente
integrabili</p>



<p>Integrazione è parola che esprime un concetto complesso.
Il Dizionario Treccani la definisce “assimilazione di un individuo, di una
categoria, di un gruppo etnico in un ambiente sociale, in un’organizzazione, in
una comunità etnica, in una società costituita (contrapposto a segregazione)”. Assimilazione,
cioè il “fatto di farsi simili” evidentemente agli italiani. È sufficiente per
l’integrazione un ciclo elementari di studi? Ora non è dubbio, al di là delle
espressioni usate dai siti che illustrano il contenuto degli insegnamenti ed il
metodo didattico, che non si esce dalla quinta elementare con un sentimento di
condivisione della italianità in un Paese nel quale da anni, neppure in
famiglia, s’insegna il minimo della nostra storia, fondamentale per la
formazione del cittadino, tanto che in quell’ambito didattico è inserita
l’educazione civica. Nei programmi si parla pomposamente di riferimento alle
fonti, di elaborazione di “informazioni tratte da fonti differenti,
per ricostruire fenomeno storici”, di “confrontare le caratteristiche delle
diverse società, anche rapportandole al presente”. L’alunno “comprende aspetti
fondamentali del passato dell’Italia dal paleolitico alla fine dell’impero
romano d’occidente, con possibilità di apertura e di confronto con la
contemporaneità”.</p>



<p>Tutto questo è sufficiente per favorire l’integrazione
di uno straniero, che ha una propria cultura atavica, spesso elementare ma fortemente
percepita come guida dei rapporti con la società cui appartiene e con gli altri
soggetti che ne fanno parte, una cultura trasmessa dalla famiglia e dal clan e
vissuta nell’esperienza quotidiana? Un giudice italiano, con decisione che ha
riscosso grandi consensi di persone e di organizzazioni sociali favorevoli
all’accoglienza indiscriminata per motivi umanitari, ha perdonato lo stupratore
sostenendo che nella sua “cultura” quel comportamento, che a noi fa orrore, non
è vietato. Se avesse fatto le elementari sarebbe comunque da considerare
integrato e meritevole della cittadinanza? Avrebbe, nel frattempo, maturato la
convinzione che la sua “cultura” di origine è diversa dalla nostra, che lo
stupro non è solamente un reato ma un’ignobile prevaricazione di una persona
che ha la nostra stessa dignità? Ricordo che in una scuola media italiana, quindi
ad un maggiore livello di istruzione, le ragazze di fede islamica si sono
rifiutate di alzarsi in piedi per un minuto di silenzio in ricordo delle
vittime del Bataclan, giovani di poco più grandi, perite in un attentato
terroristico, non un atto che potrebbe essere controverso. Secondo il<em> PD</em>
meriterebbero la cittadinanza.</p>



<p>L’accoglienza, dunque, per motivi umanitari va tenuta
distinta dalla integrazione/assimilazione all’esito della quale è consentita la
concessione della cittadinanza, sempre che risulti verificato l’interesse della
comunità nazionale ad acquisire quel determinato soggetto. La cittadinanza, dunque,
con tutto il rispetto dovuto al Segretario di Stato di Sua Santità, non è la
premessa dell’integrazione ma ne è la conseguenza. D’altra parte sembra
evidente che non basta frequentare una scuola negli Stati Uniti d’America,
neppure una delle più prestigiose università, per “sentirsi” americani, per
essere integrati in quella complessa società nella quale convivono etnie
diverse dove peraltro si sentono tutti americani, statunitensi, come dimostra
l’impegno dei giovani sui fronti di guerra e l’ossequio che riservano alla
bandiera a stelle e strisce, ovunque, anche fuori delle abitazioni private.</p>



<p>L’integrazione vera è anche favorita dall’ambiente,
dalla società nella quale ci si intende integrare. Quale esempio possiamo dare
noi italiani agli integrandi se non ricordiamo neanche i rudimenti della nostra
storia unitaria dell’epopea risorgimentale nel corso della quale i migliori
cervelli dal Nord al Sud si sono impegnati col pensiero e l’azione per favorire
l’unità? Se le bandiere nazionali esposte al di fuori delle scuole, dove si
formano i cittadini e dove gli stranieri dovrebbero assorbire la nostra
“cultura” per sentirsi integrati, sono spesso degli stracci dai colori
irriconoscibili? Ovunque, fino alle bandiere esposte dalla <em>Scuola Nazionale
di Amministrazione </em>lungotevere Maresciallo Diaz, assolutamente
improponibile. E pensare che è una struttura della Presidenza del Consiglio dei
Ministri, cioè del governo della Repubblica italiana.</p>



<p>È logico, dunque, che il coraggioso bambino egiziano
che ha salvato i compagni presi ostaggio in un pulmino da un aspirante suicida,
al quale abbiamo riconosciuto per il suo eroismo la cittadinanza, si faccia fotografare
avvolto nella bandiera egiziana e probabilmente inneggi al grande Faraone
Ramses II, orgoglio della sua nazione, dal momento che i suoi compagni non gli
hanno detto, perché i più non lo sanno, che per gli italiani il Padre della
Patria è Vittorio Emanuele II, il Re che rese possibile la convergenza delle
più diverse idealità nel moto unitario del Risorgimento, e del quale ricorre
quest’anno il 200mo anniversario della nascita (14 marzo 1820).</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://italianioggi.com/cittadinanza-e-integrazione-lequivoco-dello-ius-culturae/">Cittadinanza e integrazione: l&#8217;equivoco dello ius culturae</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://italianioggi.com">Gli italiani</a>.</p>
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	    	<content:encoded><![CDATA[<hr /><p><a href="https://italianioggi.com/cittadinanza-e-integrazione-lequivoco-dello-ius-culturae/"><img width="719" height="728" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2.jpg 719w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2-296x300.jpg 296w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2-640x648.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2-63x64.jpg 63w" sizes="(max-width: 719px) 100vw, 719px" /></a></p>]]></content:encoded>
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