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	<title>Gli italianiColonnello Varisco, tutti i misteri irrisolti di quell&#8217;omicidio del 13 luglio del 1979 &#8211; Gli italiani</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jul 2015 09:14:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/colonnello-varisco-tutti-i-misteri-irrisolti-di-quellomicidio-del-13-luglio-del-1979/"><img width="283" height="178" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/07/varisco.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/07/varisco.jpg 283w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/07/varisco-96x60.jpg 96w" sizes="(max-width: 283px) 100vw, 283px" /></a></p><hr /><p>La stele sul Lungotevere Arnaldo da Brescia l’hanno pagata gli stessi carabinieri, con una colletta promossa dal colonnello Natale De Leonardis. Lui e il tenente colonnello Antonio Varisco, nato a Zara nel 1927, un’adolescenza sofferta per la condizione di profugo dalmata,  si erano conosciuti nel lontano 1957, quando entrambi, per concorso, erano entrati nell’Arma. Ma quel 13 luglio 1979 Varisco, che temeva per la sua vita, per non mettere a rischio l’autista era solo  a bordo della sua macchina. Eppure la sera prima, al termine di una riunione con i magistrati, il comandante del reparto operativo dei carabinieri Antonio Cornacchia&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>La stele sul Lungotevere Arnaldo da Brescia l’hanno pagata gli stessi carabinieri, con una colletta promossa dal colonnello Natale De Leonardis. Lui e il tenente colonnello Antonio Varisco, nato a Zara nel 1927, un’adolescenza sofferta per la condizione di profugo dalmata,  si erano conosciuti nel lontano 1957, quando entrambi, per concorso, erano entrati nell’Arma. Ma quel 13 luglio 1979 Varisco, che temeva per la sua vita, per non mettere a rischio l’autista era solo  a bordo della sua macchina. Eppure la sera prima, al termine di una riunione con i magistrati, il comandante del reparto operativo dei carabinieri Antonio Cornacchia gli aveva dato appuntamento per le ore 8 da Canova, in piazza del Popolo. Un appuntamento udito da tutti. Da lì sarebbero andati insieme, seppure con le rispettive auto, in tribunale, a piazzale Clodio. Si era raccomandato Varisco, benché fosse in pre-congedo: “ Sii puntuale. Devo essere presente al processo ai Marsigliesi”. Il Colonnello, che da qualche tempo cambiava gli orari dei suoi spostamenti, quella mattina rispettò l’accordo. Da via del Babuino, dove abitava, si fermò davanti a Canova, ma non troppo. Ripartì e si diresse verso il Lungotevere. Si erano fatte le 8,20 circa. Prima del ponte Matteotti, una Fiat 128 bianca urtò la sua BMW sulla fiancata destra. Non fece in tempo a reagire: dal finestrino posteriore spuntò un fucile calibro 12 caricato a pallettoni: tre colpi lo colpirono alla testa, al collo e alla regione dorsale.             Cornacchia Intanto beveva il suo caffè da Castroni con un suo informatore, intravisto in via Cola di Rienzo e fermato per avere importanti ragguagli sui sequestri di persona in corso. Di nuovo in macchina, Cornacchia fu avvisato per autoradio dalla Centrale che al Lungotevere era successo qualcosa che “li riguardava”, riguardava l’Arma. Pochi minuti  di corsa ed ecco la vecchia BMW col muso schiacciato contro il transennamento dei lavori per la metro: nell’abitacolo, il cadavere rovesciato sul fianco destro del collega ed amico.            La notizia si diffonde. Il maresciallo Arnaldo Lepri, nove anni con Varisco, da lui incaricato del comando dei carabinieri del “Palazzaccio” di Piazza Cavour, beve il suo caffè poco lontano, in via Marianna Dionigi. Sta per uscire dal bar, il piede già oltre la soglia, quando un direttore di banca grida: ”Hanno ammazzato Varisco!”. Lepri si accascia al suolo e in due devono rimetterlo in piedi. Ancor oggi, a novantatré anni, ricorda: “Il Colonnello era un uomo umanissimo, generosissimo; era il gioiello dell’Arma”.</p>
<p>Chi tuttora è in vita rammenta peraltro che il Comandante della tenenza del nucleo tribunali, traduzione e scorte di Roma dal 1958  e, dal 1976, del Reparto Servizi alla magistratura all’occorrenza comprava panini per i detenuti affamati pagando di tasca propria. Anche le brigatiste che mangiarono i suoi panini se lo ricordano bene e con riconoscenza: gentile e bello, alto, biondo e con gli occhi azzurri. Affascinante. Scapolo.            Di talpe e fiancheggiatori in quel periodo ce n’erano in abbondanza in Tribunale come nei Ministeri dell’Interno e di Grazia e Giustizia. Nei giorni del sequestro Moro, Steve Pieczenik, inviato del Dipartimento di Stato americano come consulente del ministro Cossiga, a breve avrebbe abbandonato il comitato di crisi dicendo: “Le notizie arrivano prima alle Brigate Rosse e poi a me”.              Depositario, per ragioni di Servizio,  di tutti i segreti degli anni neri della prima Repubblica a causa della sua permanenza ventennale in Tribunale, Varisco ebbe un ruolo investigativo non trascurabile anche nella vicenda Moro, tant’è che proprio nel processo Moro Ter fu fatta confluire l’inchiesta sulla sua morte. Era il 13 ottobre 1987 e davanti al Presidente Sergio Sorichilli e al PM Nitto Francesco Palma deponevano Amelia, Vittoria e Giovanna Varisco, sorelle del colonnello. Vittoria dichiara: “Mio fratello mi disse: ’Se mi dovesse succedere qualche cosa, i miei Carabinieri – intendendo i Carabinieri di Palazzo di Giustizia – sanno che ti devono consegnare la chiave della cassaforte’. Ma questo non è avvenuto”. Al che il Presidente le domanda: “Quale cassaforte?” Risposta: “Quella che aveva in ufficio”. Presidente: “Come mai io non ho traccia di questo? (…) Probabilmente le diceva che c’erano dei documenti dell’ufficio, cose di questo genere”. Risposta: “Cosa contenesse, questo non lo so” E al P.M. che interviene chiedendo di precisare quando e quante volte ebbe quella conversazione col fratello, Vittoria risponde: “ Più o meno un mese prima del fatto, più di una volta, come minimo due volte”. Giovanna Varisco riferisce le parole precise del fratello : “ ‘Ho tutto scritto ed ho in cassaforte tutto, chi mi ha dato l’incarico e quello che ho fatto’ ”. Il P.M. insiste: “ Le disse dunque che in cassaforte vi erano dei documenti da cui risultava quello che aveva fatto, chi glielo aveva ordinato e perché l’aveva fatto? Questi documenti, cui faceva riferimento suo fratello, erano da suo fratello collegati alla sua eventuale morte?” Giovanna: “Certo. Sì, sì, sì… Anzi una volta io gli ho chiesto: ‘Ma non hai paura che, andando via (dopo le dimissioni, n.d.r.), <em>eccetera</em> (Ti capiti qualcosa, n.d.r.) ?’  Lui rispose: ‘Io spero di arrivare alla fine’. ‘Spero’, ha detto”.             Cassaforte personale, dunque, quella alla quale si fa riferimento, in cui non c’erano documenti  d’ufficio, che il Colonnello dei carabinieri non avrebbe certo destinato alle sorelle. Quanto alla missione sconosciuta, in giro corse voce che egli fosse a caccia di una talpa presente forse al ministero di Grazia e Giustizia.  Fu Antonio Savasta, pentito tardivo, ad accollarsi la paternità dell’attentato non solo come esecutore ma anche come mandante della direzione brigatista. Ne aveva già dodici di omicidi al suo attivo. Uno più, uno meno… Quanto ai volantini di rivendicazione da parte delle BR, i nostri Servizi, il Sisde in particolare, ormai ne confezionava a ripetizione. Sulla vicenda dice a chi scrive l’agente F.P. dell’FBI: “Varisco era un uomo eccezionale, intelligentissimo. Ma in quella circostanza fu solo. I Superiori non erano al corrente di quello che faceva. Le sue carte? Non sono andate distrutte”. Allora, chi si presentò quella mattina nell’ufficio di Varisco pretendendo dei suoi carabinieri le chiavi della cassaforte personale, chiavi destinate alla sua famiglia? Certamente chi sapeva dell’esistenza di un quaderno con nomi, fatti ecc. inerenti alla missione ‘segreta’. E forse fu proprio chi, molto segretamente, gliel’aveva affidata. Per tranquillizzarlo, poi, questi gli aveva suggerito di scrivere tutto in un diario.  Lo stesso Varisco, negli ultimi giorni, confidò a un’amica: “Sai, sto tenendo un diario per salvarmi la vita”. Si sapeva che il Colonnello non era un uomo di penna e che, se poteva, faceva redigere i rapporti ai collaboratori. Ma fu proprio scrivendo controvoglia quel diario personale  che capì che qualcosa non funzionava. Non ai Superiori stava ubbidendo; non al Sismi, al quale pure apparteneva. In realtà, un magistrato può affidare incarichi a un ufficiale di polizia giudiziaria, ma  forse l’incarico dato a Varisco era tale che, in una ben calcolata e molto probabile eventualità, avrebbe riversato  responsabilità su chi non ne aveva. In sostanza, una trappola. Solo alla famiglia, quindi, poteva appellarsi il Colonnello, con metodo anomalo, irrituale, redigendo un rapporto destinato a divenire postumo. D’altra parte Varisco, confidando già da qualche tempo a qualcuno  l’idea delle dimissioni, sapeva, così facendo, di correre rischi altrettanto gravi. Fuori del tribunale, fuori dal “porto delle nebbie” come all’epoca il Palazzo di Giustizia veniva chiamato, lui diventava per molti un’incognita, una mina vagante. E però c’era pure il fatto che in vent’anni alcune conoscenze erano diventate per lui delle amicizie; e, alcune di queste, “amicizie fraterne”. A questo proposito commenta Francesco Pazienza, Super007:  “Varisco era una bravissima persona.  Quindi per lui era difficile ammettere che quello di un “amico fraterno” può diventare l’abbraccio di un cobra”.            Al funerale di Stato, il 15 luglio, le sorelle mormorano che il mandante dell’assassinio potrebbe trovarsi in quella stessa basilica dei Santi XII Apostoli gremita di folla.</p>
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<p>Anna Maria Turi</p>
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