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	<title>Gli italianiConsiderazioni sulla politica economica di Donald Trump &#8211; Gli italiani</title>
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	<title>Considerazioni sulla politica economica di Donald Trump &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>Considerazioni sulla politica economica di Donald Trump</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Oct 2018 06:58:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/considerazioni-sulla-politica-economica-donald-trump/"><img width="306" height="204" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2017/11/trump-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2017/11/trump-1.jpg 306w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2017/11/trump-1-300x200.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2017/11/trump-1-96x64.jpg 96w" sizes="(max-width: 306px) 100vw, 306px" /></a></p><hr /><p>Nell’accostarsi all’economia politica è d’uopo tenere sempre bene a mente che essa è classificabile quale scienza sociale – come la politologia, la filosofia, la sociologia, la storiografia, ecc. – e che in quanto tale – al contrario delle scienze matematiche – essa non ammette dogmi: anzi, le relative teorie e dottrine possono sempre esser messe in discussione, confutate e smentite. Appare oltremodo fuori luogo, pertanto, l’assurda pretesa di qualificare la dottrina economica nella quale si crede come la verità incontrovertibile soprattutto quando a definirla tale sono gli studiosi privi di qualsivoglia esperienza politica pura, parlamentare e di governo e ai&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Nell’accostarsi all’economia politica è d’uopo tenere sempre bene a mente che essa è classificabile quale scienza sociale – come la politologia, la filosofia, la sociologia, la storiografia, ecc. – e che in quanto tale – al contrario delle scienze matematiche – essa non ammette dogmi: anzi, le relative teorie e dottrine possono sempre esser messe in discussione, confutate e smentite. Appare oltremodo fuori luogo, pertanto, l’assurda pretesa di qualificare la dottrina economica nella quale si crede come la <em>verità </em>incontrovertibile soprattutto quando a definirla tale sono gli studiosi privi di qualsivoglia esperienza politica pura, parlamentare e di governo e ai quali perciò è mancata la possibilità di seguire e di verificare la concreta attuazione delle proprie teorie. Il compito degli intellettuali, infatti, è quello di porsi domande sollevando dubbi: non quello di proclamare risposte.</p>
<p>Orbene, nel 2016 Donald Trump ha conquistata la presidenza degli Stati Uniti – primo candidato presidenziale repubblicano dal 1988 a superare i 300 voti elettorali – nel mentre gli stessi erano attanagliati, da circa un decennio, da tre drammatiche emergenze: il riaccendersi delle intolleranze sociali e razziali in una forma acuta come non si vedeva più dagli anni ’60 del secolo scorso, la crisi economico-finanziaria iniziata nel 2006 con il conseguente impoverimento principalmente delle classi più deboli, la perdita di prestigio internazionale.</p>
<p>Lo <em>slogan</em> utilizzato da Trump per la sua campagna è stato <em>Make America great again</em>, rifacciamo grande l’America, lo stesso della campagna di Ronald Reagan del 1980. Tuttavia è bene precisare che l’America dell’80, per quanto fortemente in crisi, era ridotta meno male di quella del 2016: un’America, quest’ultima, paragonabile per certi versi solo a quella della <em>Guerra civile</em>. Gli Stati Uniti sino alla data delle presidenziali di due anni fa venivano percepiti infatti come <em>rinunciatari</em> e destinati pertanto a diventare secondi rispetto a potenze emergenti come Cina, India e Canada; un’America che aveva abdicato ai suoi ruoli di custode dei valori occidentali e di potenza indispensabile in favore di tali Paesi e di altri compresi nel continente europeo. Rispetto allo slogan <em>Make America great again</em>, quindi, Trump non avrebbe potuto sceglierne uno più adeguato.</p>
<p>In quel 2016 gli Stati Uniti uscivano da sedici anni di presidenze assai divisive: due repubblicane guidate da George W. Bush e due democratiche di Barack Obama. L’America che Bill Clinton aveva consegnata a Bush Jr. nel 2001 era in crescita – seppure non più agli stessi ritmi del ’98 – e si accingeva a cancellare il proprio debito pubblico. Le guerre di Bush – finanziate con l’aumento del debito anziché della pressione fiscale – e la crisi cominciata nel 2006/2007 hanno fatto sì che ad Obama fosse consegnato un Paese in ginocchio. Quest’ultimo, tuttavia, ha fatto addirittura peggio del predecessore. Obama, infatti, cominciò con l’imporre una tassazione predatoria la quale inflisse il colpo di grazia alla classe lavoratrice. Le nuove considerevoli entrate tuttavia – ed è questo l’aspetto sconcertante – non sono servite, nel corso della sua presidenza, a mettere in salvo il bilancio federale americano ma bensì ad incrementare la spesa pubblica perpetuando le guerre di Bush, facendone delle altre e soprattutto conferendo finanziamenti sconsiderati e quasi illimitati a tutto quell’universo di potentati economici che finanziano le campagne dei democratici – comprese quelle di Obama ovviamente – e di associazioni omosessuali, transgender, abortiste, ecc., che rappresentano una fetta molto militante dell’elettorato della nuova sinistra integralista <em>radical chic</em>. Inoltre, nel mentre si dilapidava il bilancio federale sia Bush che Obama non muovevano un dito rispetto allo sconfinamento commerciale, principalmente cinese, in settori chiave dell’economia americana come, ad esempio, l’elettronica e la produzione di acciaio. Ad impoverire ulteriormente imprese, lavoratori e famiglie d’America, infine, la politica ambientale obamiana che ha raggiunto il massimo della scelleratezza con gli Accordi di Parigi. Questi ultimi – che nell’immediato avrebbero assestato un ulteriore duro colpo all’economia americana – avrebbero favorita ulteriormente la Cina la quale – pur risultando il Paese che inquina di più al mondo – in forza degli stessi veniva temporaneamente “dispensata” dalla relativa osservanza al contrario degli altri Paesi firmatari per i quali invece le misure in questione avevano immediata esecutività.</p>
<p>Il contesto ereditato da Trump il 20 gennaio 2017 appariva pertanto molto difficile. La soluzione più celere per ripianare il bilancio poteva apparire l’aumento delle tasse il che avrebbe però indeboliti ulteriormente i lavoratori. Quante e quali alternative, dunque, possono esser prese in esame in casi analoghi? Principalmente tre: il drastico taglio della spesa pubblica, la svalutazione della moneta e l’imposizione dei dazi sulle importazioni. La prima ipotesi potrebbe apparire come l’alternativa migliore ed infatti va tenuta in considerazione; tuttavia, va anche rammentato che molti impegni di spesa sono a medio-lungo termine e che quindi tale opzione presenta degli oggettivi limiti. Peraltro, Trump ha tentato disperatamente – anche minacciando il ricorso al <em>veto</em> presidenziale – di tagliare il più possibile la spesa pubblica ottenendo quali unici risultati, in linea di massima, delle cose come la decurtazione degli incentivi a pioggia in favore delle associazioni omosessuali, abortiste, ecc. (cosa che ha scatenate le ire dei diretti interessati e dei loro associati che non hanno esitato ad apostrofare il presidente come <em>razzista</em>, <em>sessista</em>, <em>intollerante</em>, ecc.). Purtroppo, infatti, il Congresso si è rifiutato di operare quei tagli ai finanziamenti in favore dei potentati economici e di altri operatori privati auspicati da Trump che avrebbero procurato effettivamente un forte risparmio.</p>
<p>Pertanto, una volta ritirati gli Stati Uniti dagli ingiusti Accordi di Parigi ed annullata la legislazione ambientale obamiana, Trump ha potuto supportare la riforma fiscale del dicembre 2017 con la svalutazione del dollaro e l’imposizione dei dazi sulle importazioni, due misure in relazione tra loro e finalizzate a migliorare le condizioni economiche interne. La svalutazione, pur potendo procurare delle ripercussioni sull’inflazione, stimola la ripresa del mercato interno poiché rende più costose le merci importate e più convenienti quelle esportate producendo effetti benefici in termini di bilancia commerciale e sull’economia interna.</p>
<p>La politica dei dazi è quella che maggiormente ha fatti imbestialire i grandi potentati economici internazionali e tutti quei Paesi che, grazie a Bush Jr. e ad Obama, si sono arricchiti a scapito degli Stati Uniti. Siamo stati e siamo costretti a sorbirci continuamente, quindi, le più becere lezioni di economia provenienti dai più improbabili intellettualoidi e pseudo statisti del mondo. Nella più garbata delle circostanze Trump è stato definito un mercantilista ed un isolazionista; nella peggiore, è stato additato come un pericolo per l’umanità. Orbene, rispetto alle prime due accuse <em>soft</em>, la recentissima vicenda del superamento del NAFTA e la contestuale sua sostituzione con l’USMCA dimostra che la politica economica di Donald Trump non è basata né sul mercantilismo né tantomeno sull’isolazionismo ma è bensì ispirata da regole di buonsenso e di ragionevolezza finalizzate a rimediare ai danni dei suoi due predecessori modificando e ridefinendo gli accordi ed i trattati di commercio internazionale in un’ottica di rispetto delle regole e di convenienza per un Paese con sovranità nazionale. Quanto alla seconda accusa, tutti quegli improbabili intellettualoidi e pseudo statisti che sproloquiano da quasi due anni oramai sventolando la bandiera del libero mercato per attaccare la politica economica di Trump dovrebbero riflettere su almeno due punti. <em>In primis</em> va osservato che giammai si potrà parlare di libero mercato fintanto che oltre alla libera circolazione delle merci non si potrà garantire, ad un tempo, anche la libera circolazione dei fattori della produzione ovvero fintanto che non sarà possibile proclamare eguali diritti sia per i lavoratori di New York che per quelli di Pechino consentendo la libera circolazione dei popoli. Si pensi allora che la stragrande maggioranza di quegli individui che si scagliano contro la politica economica di Trump in nome del <em>libero mercato</em> rappresentano quei Paesi che non esitano a ricorrere alla forza di polizia ed a quella militare pur di evitare l’immigrazione. Quale <em>libero mercato</em> costoro pretendono dunque di insegnare? Il ricorso alla svalutazione e ai dazi, infine, sono pratiche ataviche cui gli Stati Uniti avevano già fatto ricorso in particolare in altri due difficilissimi momenti della storia: nel 1934 e nel 1971. Nel primo caso tale politica era stata promossa dal presidente democratico Franklin D. Roosevelt, primo presidente keynesiano degli Stati Uniti; nel secondo caso, invece, per quanto sostenuta dal presidente repubblicano Richard Nixon, essa era stata ratificata da un Congresso a netta maggioranza democratica.</p>
<p>I mercati stanno reagendo più che bene alla politica economica di Trump. L’economia americana non viveva una tale espansione dalla fine degli anni ’90 ed anche i sondaggi – a dispetto delle panzane raccontate dai mezzi di comunicazione più potenti che per il 95% sono apertamente schierati a sinistra – attribuiscono al presidente il 50% circa del gradimento (Obama nell’ottobre del 2010 aveva il 40% scarso di approvazione nonostante venisse costantemente divinizzato, mitizzato e sacralizzato dai mezzi di comunicazione e… nonostante i <em>broccoli</em> della moglie).</p>
<p>Tuttavia, non è il caso d’essere troppo ottimisti sul futuro dell’economia americana. A novembre avranno luogo le elezioni di mezzo termine le quali – stando ai sondaggi – dovrebbero riconsegnare ai democratici almeno il controllo della Camera. Se effettivamente le cose andranno in questi termini, pertanto, da gennaio prossimo non solo la nuova potenziale maggioranza congressuale democratica farà di tutto per contrastare con maggiore accanimento l’<em>Agenda Trump </em>ma l’incertezza per il futuro dell’amministrazione in carica, stante il concreto rischio di dimissioni o rimozione dall’ufficio del presidente, avrà delle ripercussioni sui mercati. Colpa di Trump la possibile sconfitta repubblicana di novembre? Ovviamente NO. Alle elezioni di mezzo termine, difatti, vanno a votare soprattutto coloro i quali militano nelle fila del partito alternativo a quello del presidente in carica; gli iscritti del Partito repubblicano sono poco più della metà di quelli del Partito democratico ed è risaputo come l’elettorato di sinistra sia molto più militante di quello di destra. Un recente sondaggio di Fox News, infatti, indica che solo il 30% dei repubblicani dovrebbe partecipare al voto di novembre (l’approvazione di Trump tra i repubblicani è del 90% circa) mentre tra i democratici dovrebbe essere l’80% a recarsi alle urne. A complicare la situazione per Trump, in misura determinante, l’impopolarità della attuale <em>leadership</em> repubblicana: litigiosa, divisa, dilaniata al proprio interno dai personalismi ed ostinata ad avversare o, nel migliore dei casi, a sostenere tiepidamente Trump, da essa mai accettato per questioni di principio e di narcisismi.</p>
<p>L’attuale presidente, invece, rappresenta una grande risorsa per i repubblicani, venendo meno la quale, si indebolirebbe ulteriormente il <em>partito di Lincoln</em> che, già fortemente provato sul piano ideologico e programmatico dall’accettazione di buona parte degli americani del programma progressista di Clinton e di quello ultraprogressista di Obama, verrebbe condannato, nel giro di pochi decenni, ad una inesorabile e disonorevole estinzione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Pierluigi Moccia</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Storico delle dottrine politiche, filosofo della politica, esperto di relazioni internazionali.</p>
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