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	<title>Gli italianiCoronavirus. Un prestito nazionale per crescita e sviluppo &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>Coronavirus. Un prestito nazionale per crescita e sviluppo</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Mar 2020 06:47:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>L’affacciarsi del Coronavirus ha richiesto misure di contenimento dell’infezione, probabilmente ancora da perfezionare, e di gestione dell’emergenza sanitaria che ha dimostrato la sua fragilità per quanto attiene all’assistenza ai malati più gravi, soprattutto se bisognevoli di degenza in terapia intensiva. La scriteriata riduzione dei fondi che ha caratterizzato gli anni scorsi, con conseguente chiusura di ospedali e l’eliminazione di posti letto, dimostra che la nostra sanità, pur eccellente quanto a livello delle prestazioni, non ha un piano per le emergenze, di nessun genere, naturalmente da implementare all’occasione.</p>
<p>Una emergenza delle dimensioni che ci fornisce giornalmente il bollettino della Protezione Civile ci dice che la diffusione dell’infezione ha conseguenze sull’economia, spesso gravissime. Non solamente per il turismo, una realtà della quale la politica stenta a percepire la reale portata sul Pil e sull’occupazione, ma per vasti settori delle piccole e medie imprese, che hanno dovuto ridurre le produzioni e perduto commesse, con conseguenze gravissime perché la clientela non si recupera facilmente.</p>
<p>Occorre, dunque, un impegno rilevante del Governo per far fronte all’emergenza economica e favorire la ripresa delle produzioni e dei commerci quando l’infezione da Coronavirus sarà passata. L’impegno finanziario straordinario che spesso si sente evocare nei discorsi dei politici, rimane sempre sulla carta, come gli stanziamenti dei quali si favoleggia, trascurando che, anche quando disponibili, certe risorse non sempre possono essere utilizzate in tempi brevi, in assenza di progetti e contratti o, se esistenti, della loro concreta realizzabilità, naturalmente conciliando celerità e legalità.</p>
<p>Sul tema dell’esigenza di un intervento straordinario dello Stato, da tempo richiesto in considerazione che da anni l’economia non cresce, è intervenuto in un’intervista a <em>La Verità </em>il professore Giulio Sapelli. “In certi momenti, come ci insegnano biblioteche intere si storia – ha spiegato -, indebitarsi è l’unico modo per innescare il Pil per la crescita. La crisi dei consumi interni non colpisce gli ultimi, ma i penultimi”. Ma come indebitarsi e con quali finalità? Nei mesi scorsi Matteo Salvini si è attirato molte e pesanti le critiche per aver immaginato di recuperare risorse per un grande piano di investimenti pubblici ricorrendo alle somme che gli italiani tengono nelle cassette di sicurezza, una ricchezza del Paese che, al momento, non produce sviluppo e lavoro e, pertanto, neppure considerata in sede di valutazione del peso dell’indebitamento pubblico sugli equilibri finanziari del Paese. Non spiegò allora Salvini se voleva tassare quelle risorse, una ricchezza che esubera rispetto all’ordinario risparmio con il quale gli italiani investono prevalentemente comprando case per sé e per i figli, prime case e case di vacanza.</p>
<p>Come far emergere, dunque, senza ricorrere alle “maniere forti” (tassandole), le disponibilità conservate in contanti per farne la base di un grande investimento pubblico in infrastrutture soprattutto viarie e ferroviarie, delle quali alcune regioni meridionali e insulari sono da tempo estremamente carenti. Ma anche nella manutenzione degli acquedotti e nella tutela dell’assetto idrogeologico del territorio che, trascurato, richiede di anno in anno spese straordinarie per soccorrere in emergenza le persone che hanno perduto le abitazioni e le aziende. Ugualmente richiede risorse la tutela dell’immenso patrimonio boschivo, necessario all’ambiente e all’economia, spesso devastato dalle fiamme quasi mai spontanee.</p>
<p>Il Professore Sapelli suggeriva di ricorrere alla storia, senza fare un esempio specifico. Lo facciamo noi. È accaduto nel corso della Grande Guerra, quando il governo chiese agli italiani di sottoscrivere prestiti per le esigenze delle forze armate e i nostri nonni non esitarono, già nel 1915 e poi nel 1916, 1917 e 1918. Lo ricorda bene Luigi Einaudi, sottolineando sul <em>Corriere della Sera</em> del 12 gennaio 1915 come quei prestiti siano stati prontamente sottoscritti in misura di gran lunga maggiore rispetto ai titoli offerti, a dimostrazione che nel Paese esistevano “ancora forti masse di risparmio disponibile, costituenti una riserva, la quale dovrà venir fuori in caso di bisogno”. “È stata la fiducia dei molti, della gente che ha fede nella parola dello stato, e che non teme di affidargli la propria piccola fortuna”, precisava il grande economista. E lo Stato si addossò l’onere della restituzione dilazionandola nel tempo in modo che l’equilibrio della finanza pubblica non fosse compromessa.</p>
<p>Si potrebbe oggi, in una fase difficile della nostra economia, ferma da anni e aggravata ulteriormente dalla crisi in atto, chiedere ai cittadini di sottoscrivere un prestito straordinario per un grande programma di investimenti pubblici per lo sviluppo economico del Paese? Ne risentirebbe positivamente l’industria delle costruzioni e sarebbero assicurati posti di lavoro in misura rilevante. Lo Stato si gioverebbe anche di significativi ritorni di carattere tributario, per l’Iva sulle lavorazioni, per l’Irpef sui redditi dei nuovi lavoratori e sugli utili delle imprese.</p>
<p>Con un grande impegno nel settore delle infrastrutture l’Italia farebbe un passo avanti straordinario. Ed ancora una volta giova riandare alla storia, a quello straordinario articolo di Camillo Benso di Cavour, pubblicato sulla parigina <em>Revue Nouvelle </em>il 1° maggio 1846, nel quale auspicava che le ferrovie non solo unificassero l’Italia, allora divisa in sette piccoli stati, ma ne assicurassero lo sviluppo mediante la facilitazione dei commerci dal Sud al Nord e da qui in Europa e portassero ricchezza attraverso il turismo, la cui importanza era già allora percepibile. Quel geniale uomo di governo aveva anche immaginato che l’Italia, in ragione della sua posizione geografica nel Mediterraneo, sarebbe stata la porta dell’Europa sul medio e l’estremo oriente. Aggiungendo che dai porti di Napoli e Palermo sarebbero transitate le merci europee per la Cina. Profetico e inascoltato!</p>
<p>Un grande prestito dunque. Ma il governo oggi gode di quella “fiducia” che i nostri nonni ebbero cento anni fa? I sondaggi ci dicono che la fiducia nel Governo Conte sia in netto calo, anche per il modo, a volte approssimativo e incerto, col quale viene gestita l’emergenza Coronavirus.</p>
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