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	<title>Gli italianiDaila: monaci in prigione e conventi razziati nell&#8217;Istria dell&#8217;esodo &#8211; Gli italiani</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Dec 2019 07:23:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Scendendo la costa istriana da Umago, prima di arrivare a Cittanova, ultima città dell’ex zona B, si incontra Daila. Sorgeva qui un monastero, affidato ai Benedettini, che era divenuto nel tempo non solo centro di centro di preghiera ma anche modello di azienda solidale con cui si faceva fruttare la terra.</p>
<p>Loro malgrado, sotto la Yugoslavia comunista,  i benedettini di Daila furono oggetto di persecuzioni spietate, espropri, intimidazioni, infamie, condanne, cui si stenterebbe a credere se non ci fossero atti e  testimonianze inoppugnabili.</p>
<p>Intorno alla metà dell’800, il conte Grisoni di Capodistria, in memoria del figlio scomparso, aveva deciso di donare ai Benedettini di Praglia la metà dei suoi beni: questi consistevano in due grandi proprietà terriere: quella di Daila, sul mare, con 586 ettari di terra, la villa (che diverrà monastero) e varie case coloniche; quella di Sant’Onofrio, verso Pirano, di altri 175 ettari, con la casa padronale in collina, alcune case coloniche  e la metà delle saline.</p>
<p>I benedettini fecero fruttare tutti quei beni costruendo nel tempo un sistema che dava lavoro ad una quarantina di coloni, tutti con la casa per la propria famiglia, e produceva 3.000 quintali di frumento, 6.000 di patate, 2.000 d’uva, 500 di granoturco e 250 ettolitri d’olio d’oliva.</p>
<p>I “poteri popolari”, non appena insediati, misero nel mirino beni e preti: un primo tentativo di rapina, con sei armati che sequestrarono i monaci nel dicembre ’45,  fallì grazie all’intervento dei coloni che li misero in fuga; nel marzo ’46, per ritorsione alla visita del monastero da parte della commissione interalleata “richiesta dai preti”, il Comitato Popolare di Cittanova requisì terreni e case che spartì tra i suoi membri, cacciando parte dei coloni che ripararono esuli a Trieste. Al monastero furono lasciati 4 ettari  degli oltre 500. Nell’occasione rubarono anche 4 mucche e relativo foraggio. Era il 2 settembre 1946.</p>
<p>Tre mesi dopo irruppero a Daila una ventina di masnadieri dell’Ozna col pretesto di scovare dei “ricercati” a loro detta lì ritenuti nascosti. La perquisizione durò una settimana, i sacerdoti vennero tenuti sequestrati dalla “Guardia Popolare” ed interrogati brutalmente; i titini si spostarono poi nelle case dei coloni, accusati di detenere armi e denaro. Al termine dell’operazione sequestrarono attrezzi agricoli e meccanici, animali, scorte alimentari, mobilia e le offerte dei fedeli.</p>
<p>Nel mese di aprile ‘47 le “guardie popolari” si presentarono a Sant’Onofrio e portarono via letti, mobili, materassi e  arredi. Al termine della ruberia rilasciarono anche una “ricevuta”, con tanto di timbro e stella rossa.</p>
<p>Ma fu nell’agosto del 47 che venne portato a termine l’atto finale della spoliazione. Padre Giuseppe Tamburrino, che ricostruì quelle vicende in un suo memoriale, raccontò: “Nell’ultima perquisizione infierirono per la durata di otto giorni, con soprusi, minacce e  interrogatori interminabili; con il sequestro e l’asportazione, compiuti dal <em>Reparto repressione criminale</em>, di tutta l’attrezzatura della cantina, del torchio, dei macchinari agricoli, dei carriaggi e del bestiame al completo. L’ultimo giorno, il 28, portarono via tutte le cibarie e quanto era rimasto in casa di asportabile”.</p>
<p>Questo l’inventario dell’esproprio proletario dei titini: due trattori a cingoli, due mietitrici e legatrici agricole, due trebbie, quattro aratri, una pressa, un selettore e una falciatrice motorizzati, materiale vario; 60 buoi, 130 vacche, 54 vitelli, 130 pecore, 100 maiali, quasi 1000 capi tra conigli e pollame.</p>
<p>Il 29 agosto, in mattinata, una folla vociante di ceffi organizzati dai dirigenti del “Comitato popolare” si raccolse minacciosa fuori dal monastero. I capipopolo non facevano certo mistero delle loro intenzioni: “morte ai preti, fascisti, ladri e affamatori”.</p>
<p>I coloni, anche i più vecchi, accorsero spontaneamente e si misero a difesa dei monaci: la Guardia popolare fu costretta momentaneamente a desistere. Arrivarono i rinforzi, i coloni furono rinchiusi nel monastero e a quel punto i giannizzeri titini, padroni della situazione, catturarono i quattro monaci presenti a Daila. Non c’era il superiore, richiamato in quei giorni a Venezia.</p>
<p>La sera i benedettini innalzarono le loro preghiere non dalle celle del convento ma dalla cella del carcere di Pirano.</p>
<p>Imprigionati i monaci, col tipico sistema comunista, si iniziarono a creare reati e testimoni che rendessero “credibile” un processo e una condanna.</p>
<p>Furono torchiati i coloni, fatte pressioni sulle donne e sui più facilmente influenzabili, si fecero uscire e rientrare camion carichi di frumento per dimostrare che lì si occultava il cibo che mancava alla povera gente.</p>
<p>Il 30 ottobre i monaci furono spostati dal carcere di Pirano a quello di Capodistria e sottoposti a ripetuti interrogatori: furono accusati di “crimini fascisti”, collaborazionismo col nemico, schiavismo, tirannide, sfruttamento, contrabbando, riunioni illegali dell’Azione cattolica, “uso di colombi viaggiatori per attività di spionaggio” &#8230;</p>
<p>Il processo farsa si tenne a Buie, nel salone del primo piano di un bar, perché quello della Pretura era troppo piccolo. Era il 21 febbraio del 1948 quando i quattro monaci, sorvegliati ognuno da una guardia rossa, andarono a giudizio in un’aula “gremita di gente ostile e spesso scalmanata, raccolta appositamente da vicino e da lontano, per godersi lo spettacolo e urlare”.</p>
<p>Il processo si protrasse fino al 5 marzo quando il Presidente del Tribunale lesse la sua scontata “sentenza di condanna”: 4 anni di lavoro obbligatorio (lavori forzati ndr) con restrizione della libertà al Padre Superiore don Teodoro Amati(in contumacia); stessa pena ma di 3 anni e mezzo a don Alfonso Del Signore; diciotto mesi a Don Ambrogio Bizzarri e Fra Mauro Di Lelio e di sei mesi a don Romualdo Segatori, con perdita dei diritti civili. Si ordinava inoltre la confisca dell’intera azienda agricola del monastero  con tutti gli immobili annessi e i beni mobili ovunque essi si trovassero.</p>
<p>I monaci furono mandati a fare i legnaioli nei boschi,  poi a  costruire una strada con pale e picconi, quindi a spaccar pietre e trasportarne la ghiaia per costruire una massicciata, poi a mietere e trebbiare il frumento…</p>
<p>Furono liberati tra il 1949 e il ’50.</p>
<p>Intanto il comprensorio di Daila andava in rovina. Affidato dai “Poteri Popolari” alle cure di dodici famiglie comuniste importate dall’interno della Yugoslavia, ridussero terre fiorenti a un deserto tanto che nel ’49 il raccolto fu pressoché nullo; mancava anche l’acqua, la gente andava a raccoglierla nelle foibe mentre il <em>kolkoz</em> di Daila la vendeva a trenta dinari a secchio. Morirono gli animali e si rischiò che si diffondesse il tifo. I Poteri popolari nel frattempo portavano via e facevano  scomparire tutti i libri della biblioteca del monastero, dove forse avrebbero potuto apprendere qualcosa di utile, anche su come curare la terra. Furono arrestate una trentina di persone, italiani e “nemici del popolo”, tra Daila, Cittanova e Verteneglio. La paura si diffuse, fuggivano i vecchi coloni, fuggiva la gente comune.</p>
<p>Scriveva con Teodoro Amati, riparato a Trieste, in quei giorni: “L’esodo clandestino dalla Yugoslavia e dalla Zona B è ininterrotto. Nella Zona B, a causa della fame, regna ovunque il brigantaggio. Si è più sicuri in prigione che fuori. Da Cittanova l’altro ieri sono fuggiti in sedici, tra i quali il nostro falegname, parente dell’ucciso Varin. Alcuni vennero scoperti e acciuffati. I nostri di Daila vengono a piangere, e fanno pietà”.</p>
<p>Già, facevano pietà, eppure molti, anche in Italia, non ne dimostrarono tanta verso gli esuli.</p>
<p>Passarono cinquant’anni, morì la Yugoslavia e venne la Croazia: nel 1997 i Tribunali di Buie e Pola riabilitarono i monaci condannati e restituirono alla Chiesa i beni espropriati ai benedettini affidandoli alla parrocchia di Daila. Ora sono ancora lì, in rovina, in attesa che qualcuno ci rimetta le mani. Ma quel piccolo paradiso in terra non ritornerà mai più quello che era stato…</p>
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