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	<title>Gli italianiDalla Campania un campanello d&#8217;allarme per Renzi: non governa il Pd &#8211; Gli italiani</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Mar 2015 17:24:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/dalla-campania-un-campanello-dallarme-per-renzi-non-governa-il-pd/"><img width="645" height="428" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/01/renzi-tiki-taka.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/01/renzi-tiki-taka.jpg 645w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/01/renzi-tiki-taka-300x199.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/01/renzi-tiki-taka-640x425.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/01/renzi-tiki-taka-96x64.jpg 96w" sizes="(max-width: 645px) 100vw, 645px" /></a></p><hr /><p>Se il Renzi presidente del Consiglio può anche voltarsi dall’altra parte dinanzi al caso De Luca, il Renzi segretario del Partito democratico non può permettersi di far finta di niente. Il pasticcio delle primarie in Campania, infatti, rischia di minare le fondamenta del Nazareno ben oltre quanto immagini lo stesso leader fiorentino. I fatti raccontano di rinvii su rinvii per organizzare le consultazioni per scegliere il candidato governatore, di faide locali, di un partito mai tanto spaccato. Ma raccontano anche in un sindaco di Salerno chiacchierato, un signore delle tessere capace di trasferire migliaia di voti prima favorendo Bersani contro&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Se il Renzi presidente del Consiglio può anche voltarsi dall’altra parte dinanzi al caso De Luca, il Renzi segretario del Partito democratico non può permettersi di far finta di niente. Il pasticcio delle primarie in Campania, infatti, rischia di minare le fondamenta del Nazareno ben oltre quanto immagini lo stesso leader fiorentino.<br />
I fatti raccontano di rinvii su rinvii per organizzare le consultazioni per scegliere il candidato governatore, di faide locali, di un partito mai tanto spaccato. Ma raccontano anche in un sindaco di Salerno chiacchierato, un signore delle tessere capace di trasferire migliaia di voti prima favorendo Bersani contro Renzi alle primarie per la premiership, poi sostenendo Renzi contro Cuperlo a quelle per la segreteria Dem.<br />
Un sindaco, Vincenzo De Luca, infine condannato in primo grado per abuso d’ufficio e quindi nella scomoda posizione di poter decadere dalla carica il giorno dopo l’eventuale elezione a governatore campano. Di qui l’oscena richiesta al governo: una legge che più ad personam non si può per cancellare la legge Severino entro maggio, con un decreto legge per i comprovati motivi di necessità e urgenza enunciati dalla Costituzione. La necessità e l’urgenza, cioè, del Pd di rimediare all’ennesima figuraccia rimediata grazie a quelle primarie che sono un totem per il premier-segretario Renzi, che vengono invocate a destra, ma che, alla fine, come metodo di selezione della classe dirigente non funzionano e si rivelano essere una mera conta di tesserati, solo che la resa dei conti congressuale non si regola in un’assise ma direttamente ai gazebo. E sì che almeno nei vecchi congressi di partito c’erano le mozioni, c’erano i dibattiti, a volte si trovava una mediazione, altre no. Insomma, c’era la politica. Nelle primarie democratiche invece ci sono le clientele, le file di rom pagati per votare, la gente schifata che sbatte la porta e se ne va, come Cofferati, sconfitto in Liguria da Raffaele Paita. Cofferati, uno dei 45 fondatori del Pd, parla di “voto inquinato”, di reclutamenti dei consensi nel campo del centrodestra e di silenzio inaccettabile da parte del Pd.<br />
Se dunque il governo può far finta di niente dinanzi alla strampalata richiesta di De Luca affinché Palazzo Chigi emetta un decreto legge che cancelli la Severino e lo salvi dalla decadenza, il segretario del Pd &#8211; che però è anche capo dell’esecutivo &#8211; non può esimersi da una presa di posizione forte su una questione morale  un deficit di selezione di classe dirigente che ormai da anni riguarda anche i Democratici.<br />
Le primarie in Campania non dovevano proprio farsi. Per Renzi è arrivato infatti il momento di dover decidere quale architettura politica dare al proprio partito e alla propria maggioranza di governo. Una decisione inscindibile dall’approvazione della nuova legge elettorale e che anzi ne dovrebbe essere propedeutica. Oggi Il Pd è un magma informe che va da Gennaro Migliore a Stefania Giannini e Andrea Romano, passando per Civati, Fassina e D’Attorre, barcamenandosi tra i bersanian-cuperaliani in opposizione, i bersaniani collaborazionisti, i lettiani smarriti e i renziani della prima, della seconda, della terza e persino della quarta ora. Con i dioscuri del premier Luca Lotti e Lorenzo Guerini impegnati nella classica opera di scouting per reclutare parlamentari e truppe locali e costruire ciascuno la propria corrente di rito renziano e col ministro Dario Franceschini impegnato a dover fronteggiare l’implosione della sua AreaDem dinanzi all’avanzata da una parte del duo Lotti-Boschi e dall’altra di Guerini.<br />
In un quadro in cui la componente ex Ds resta probabilmente maggioranza tra l’elettorato ma è ampiamente minoritaria nell’establishment di partito, anche per colpa delle sue storiche spaccature, oggi molto più profonde rispetto all’antico dualismo D’Alema-Veltroni. Rivalità che, a ben guardare, c’è ancora oggi, col primo fiero avversario di Renzi e del renzismo e col secondo che accarezzando il sogno del Quirinale ha lanciato più d’un segnale d’amore al premier. Nel suo primo anno di governo del partito e del Paese Renzi ha sempre sfruttato le spaccature interne a quella che una volta era la Quercia per fare il bello e il cattivo tempo: dalle riforme alla legge elettorale fino all’elezione di Mattarella alla presidenza della Repubblica.<br />
E da questo punto di vista il segretario ha realizzato piccoli-grandi capolavori di cinismo politico. Ora però deve decidere cosa fare del partito. Oggi il Partito democratico è l’unico &#8211; si spera non l’ultimo &#8211; movimento rimasto ad avere una struttura e delle regole interne, una liturgia che si articola sull’asse segreteria-direzione nazionale-assemblea nazionale, in cui ci si confronta e si assumono le decisioni. In realtà i Dem fanno solo finta di essere sani, parafrasando Giorgio Gaber, perché a livello locale quelle regole sono saltate da tempo e restano solo gli organi direttivi privi di significato politico e di reale indirizzo politico ma buoni per dare una medaglia al portatore di voti di turno. E perché a livello nazionale le cose non vanno diversamente: si discute, cioè Renzi fa il monologo, si fa finta di dibattere e poi c’è uno che decide. La catarsi democratica: a forza di inseguire Berlusconi, di viverlo come un incubo ma sotto sotto restandone ipnotizzati, il Pd ha finito per trovare un Silvio al proprio interno, pagando un alto tributo al leaderismo.<br />
Se dunque il Pd diventerà quel Partito della nazione che Renzi sogna e delinea come una sorta di New Labour blairiano in salsa italica, il Nazareno cambierà la propria ragione sociale, probabilmente perderà dei pezzi, quanti e quanto pesante è ancora presto per dirlo. Ma cambiando ragione sociale il Pd dovrà darsi nuove regole, interne ed esterne.<br />
Sul secondo fronte, viene naturale chiedersi l’architettura politica che uscirà dall’approvazione di una legge elettorale che elimina le coalizioni e premia le liste, facilita l’aggregazione ma lascia una soglia accessibile un po’ a tutti. Tradotto: con Sel all’opposizione, Renzi rivedrà il sistema di alleanze mandando in soffitta Italia Bene Comune e cambiando schema anche nelle Regioni e nei Comuni? Improbabile.<br />
Lavorerà a un doppio binario: con Sel alle amministrative e da soli alle politiche? Altrettanti difficile. Soprattutto, perché Sel &#8211; magari nel frattempo trasformata in qualcosa d’altro con l’apporto di pezzi di sindacato e qualche ex Pd &#8211; dovrebbe starci?<br />
Oppure, ancora, Renzi lavorerà sul perimetro dell’attuale maggioranza per aprire la liste del New Labour del Nazareno ad altre forze indipendenti, come fatto con i Socialisti di Nencini alle Europee?<br />
Sciolti i tanti dubbi resteranno le questioni interne. Renzi ha sempre detto di considerare &#8211; a torto &#8211; le primarie lo strumento migliore per selezionare la classe dirigente. A livello di segreteria nazionale, magari sì. A livello locale troppi disastri sono stati perpetrati in nome delle primarie. Il caso De Luca. Il caso Cofferati. Ma, soprattutto, il caso Roma.<br />
Già, la Capitale. Il sindaco Ignazio Marino è un regalo prodotto da una classe dirigente romana finita commissariato per Mafia Capitale, certo, ma anche perché il correntisti capitolino aveva portato il livello di agibilità politica del partito ai minimi storici. Anche qui, clientelismo e veti incrociati hanno reso impossibile un dibattito politico sereno su quali dovevano essere le caratteristiche del candidato destinato a riconquistare il Campidoglio dopo cinque anni di gestione Alemanno. Su quale doveva essere il metodo di scelta. Invece niente. Il dibattito si è articolato attorno al ruolo di Goffredo Bettini: i nostalgici di un vecchio Modello Roma che più che di sviluppo era di potere si sono arroccati sulla posizione di Marino; tutti gli antibettiniani su quella di Sassoli. Alla fine hanno perso tutti, perché ha perso Roma che si ritrova un sindaco inidoneo a guidare la Capitale del Paese. Epilogo amaro: lo stesso Bettini ha ammesso il fallimento scaricando non solo il chirurgo Dem, ma anche il proprio figlio politico, quel Nicola Zingaretti “fuggito” da Roma.<br />
E l’onda lunga delle primarie romane con tanto di rom in fila ai gazebo che denunciarono d’esser stati pagati per andare a votare, si è abbattuta sull’elezione del segretario regionale Fabio Melili &#8211; oggi di fatto ancora segretario ma senza segreteria, in balia degli eventi &#8211; e sulla compilazione delle liste per le europee, dove c’è stato il redde rationem. Enrico Gasbarra ha rotto la storica alleanza con Bettini, smarcandosi e incassando il sostegno alla propria candidatura da parte di Umberto Marroni, storico rivale di Bettini, il quale da tempo aveva chiuso un accordo con AreaDem per andare in ticket con David Sassoli, sconfitto alle primarie a sindaco ma capace nel 2009 di far fuori dalla lista per le europee proprio Bettini. Tutti contro tutti, situazione esplosiva. Formalmente ha vinto Sassoli, il più votato dopo la capolista Bonafè. Ha perso Bettini, che pur eletto ha preso meno voti degli altri big.<br />
Poi è arrivata Mafia Capitale che ha scoperchiato il vaso di Pandora delle clientele democratiche e molto altro potrebbe rivelare nel prossimo futuro. Di fatto tra inchieste sui fondi regionali e “Mondo di mezzo” un’intera classe dirigente è stata completamente delegittimata, perché, al di là delle eventuali responsabilità penali, quelle politiche sono evidenti e parlano di un ceto politico incapace di costruire una politica serie per la città e di vertici nazionali insufficienti nella costruzione e nella selezione di una classe dirigente. E a Roma tutti sapevano tutto: bastava guardare il caos sulle primarie 2013.<br />
Capitale corrotta Paese infetto, certo. Partito romano corretto, Nazareno infetto. E a ben vedere non solo il caso De Luca non è isolato ma è solo la punta più imbarazzante di un iceberg, ma costringe il Pd a guardare al proprio interno senza quell’eccessiva indulgenza che in passato gli ha consentito di giudicare con due pesi e due misure diverse garantismo e gestione della questione morale.</p>
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