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	<title>Gli italianiEsuli istriani, da Trieste all&#8217;altra parte del mondo &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>Esuli istriani, da Trieste all&#8217;altra parte del mondo</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Jan 2020 20:03:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/esuli-istriani-trieste-allaltra-parte-del-mondo/"><img width="960" height="400" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg 960w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-300x125.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-768x320.jpg 768w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-640x267.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-96x40.jpg 96w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p><hr /><p>Quello della memoria è un mare infinito in cui i ricordi riaffiorano ovunque: da Trieste, città che fu il primo approdo per una moltitudine di esuli e che per molti diventò la nuova patria, ai luoghi più sperduti e lontani fino all’altra parte del mondo, negli Stati uniti d’America, in Canada, in Australia… A Trieste si fermò Nino Benvenuti, che poi girò il globo e lo conquistò stringendo i pugni, con la rabbia e la determinazione dell’esule, divenendo leggendario campione del mondo dei pesi medi. Aveva lasciato la sua Isola d’Istria nel 1954, dopo aver vissuto la slavizzazione della zona&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Quello della memoria è un mare infinito in cui i ricordi riaffiorano ovunque: da Trieste, città che fu il primo approdo per una moltitudine di esuli e che per molti diventò la nuova patria, ai luoghi più sperduti e lontani fino all’altra parte del mondo, negli Stati uniti d’America, in Canada, in Australia…</p>
<p>A Trieste si fermò Nino Benvenuti, che poi girò il globo e lo conquistò stringendo i pugni, con la rabbia e la determinazione dell’esule, divenendo leggendario campione del mondo dei pesi medi.</p>
<p>Aveva lasciato la sua Isola d’Istria nel 1954, dopo aver vissuto la slavizzazione della zona B e la persecuzione della sua famiglia e degli italiani. Così racconta la sua vicenda: “Fino all’età di dodici anni non avevo conosciuto una sola persona che parlasse slavo. Credevamo, da italiani, di vivere in Italia. Ma l’incantesimo si ruppe un pomeriggio d’estate del 1947, quando entrarono in casa due persone in abiti color carta da zucchero. Era la divisa degli agenti dell’Ozna, la polizia politica titina. Bastava vederli per avere paura…”</p>
<p>Prelevarono suo fratello, Eliano, che aveva 17 anni ed i segni della poliomelite. Per due mesi di lui la famiglia non seppe più nulla, temevano l’avessero ammazzato. Un giorno giunse notizia dal carcere di Capodistria che si trovava lì, accusato di “azioni irredentiste” e “associazione sovversiva”, assieme ad alcuni suoi coetanei. Dopo sette mesi di prigione fu riconosciuto innocente e potè tornare a casa. Ma non era finita.</p>
<p>Qualche anno dopo si presentarono a casa due capoccia della Polizia Militare comunicando che l’abitazione sarebbe stata requisita e ci sarebbe andato ad abitare un importante ufficiale yugoslavo. Non si poteva discutere. Come migliaia d’altri, anche la famiglia Benvenuti prese la via dell’esodo. Era il 1951. Nino però rimase ad accudire i vecchi nonni ancora per qualche anno, finchè venne anch’egli a Trieste e da lì spiccò il volo verso le memorabili notti del Madison Square Garden.</p>
<p>Nino mi ha scritto di pugno una bellissima dedica sul libro delle sue memorie: “per il nostro amore comune, l’Italia”. Non gli ho mai detto di aver visto l’originale del manifesto del suo incontro con Emile Griffith del 17 aprile 1967 nella casa di Toronto di un vecchio istriano, esule come lui da Isola. Si chiamava Gino Russignan e la sua è una storia che fa sorridere. Così me la raccontò: partito alla ventura, orfano ed esule, dopo aver messo via i risparmi suoi e di Lola, la moglie, aprì a Toronto un minuscolo bar con torrefazione casalinga dove si poteva prendere il caffè espresso all’italiana. Per errore, parlando male l’inglese, un giorno ordinò qualche tonnellata di caffè anziché qualche chilo. Ma alcuni giorni dopo scoppiò la crisi di Cuba (agosto 1962), il mondo si fermò e lui si trovò improvvisamente ricco: aveva il magazzino stracolmo di caffè ed il valore era decuplicato rispetto al prezzo a cui l’aveva acquistato. “Barzula cafè” divenne il marchio più importante dell’Ontario: ma solo gli istriani sapevano che “barzula” era un vezzeggiativo, anzi uno sfottò in dialetto istriano, con cui lo chiamava suo papà da bambino.</p>
<p>C’è un altro campione del mondo finito esule in America, che ricorda con orgoglio di essere l’unico pilota di lingua italiana dopo Alberto Ascari ad aver vinto il titolo iridato della Formula 1: Mario Andretti, da Montona. Fu tra i bambini che, non potendo parlare, mostravano i palmi delle mani dipinti di rosso bianco e verde alla commissione alleata che stava passando in Istria per deciderne le sorti nel marzo del ’46. Ad un giornalista che gli chiedeva perché avesse lasciato il suo paese disse: “Dovevamo scegliere: mantenere i beni in un posto che non era più italiano oppure perdere tutto e spostarsi per rimanere  italiani. Non ci furono dubbi: dovevamo restare italiani”. La famiglia Andretti fuggì da Montona nel 1948 e visse per sette anni in un campo profughi a Lucca, poi Mario andò a giocarsi la sua vita in America e trionfò sulle automobili ruggenti, ”più belle della vittoria di Samotracia” avrebbe detto Filippo Tommaso Marinetti&#8230;</p>
<p>Mario Andretti recentemente è tornato a Montona portandoci figli e nipoti “perchè sappiano dove sono le loro radici: per me è un dovere mantenere sempre vivo il legame con il posto dove sono nato. Non ho mai tradito i miei ideali. Vivo negli Usa ma mi sento ancora e sempre italiano”.</p>
<p>Anche Ottavio “Tai” Missoni tornava spesso alla ricerca della sua patria perduta, magari navigando sulle coste dalmate con una trabaccolo o su un burchio: era nato a Ragusa e vissuto a Zara. “La Dalmazia non è Danubio né Balcani, ma Mediterraneo” diceva, ricordando suo padre, omo de mar” raguseo,  e la madre di Sebenico.</p>
<p>Di Zara diceva: “Era la città più bella del mondo. L&#8217; avevamo trasformata in un immenso parco giochi. Ogni giorno organizzavamo un&#8217; Olimpiade. Il mare per gli sport d&#8217; acqua, prati, panchine e ponti per tutte le altre discipline”. Ed alle Olimpiadi ci andò davvero, a Londra nel ‘48, sesto nei 400 ostacoli, a rappresentare l’Italia. Ma era intanto divenuto esule, dopo aver fatto la guerra e la prigionia dopo  El Alamein. Quando tornò, Zara era ormai Yugoslavia.</p>
<p>Divenne stilista di fama mondiale, conservando un’umanità schietta e continuando a cantilenare il vecchio dialetto. Quando lo conobbi mi parlò dei “<em>fradei dela costa</em>” e della “<em>vecia Dalmazia</em>”. Il segreto dei suoi capi, dei suoi maglioni policromi e pieni di luce, mi disse, “<em>xe i colori dei tramonti indimenticabili de Zara“</em>.</p>
<p>Del legame dell’esule con la terra, con i suoi colori, i suoi profumi e le sue tradizioni, ha scritto parole profonde e amare Claudio Antonelli (il fratello di Laura, l’attrice che fece innamorare mezza Italia negli anni ’70), nato a Pisino ed esule in Canada, a Montreal, dove diresse la biblioteca universitaria: “Ma a chi parlerò io del nostro passato? Penso a mia madre e al rito domestico che per tutta la sua vita ha sottolineato, ad ogni Pasqua, l’eterno legame con la martoriata Istria: la preparazione della modesta “pinza”, il nostro rustico panettone pasquale, simbolo di un mondo antico per sempre frantumato dalla guerra e dall’esodo.</p>
<p>Pisino e i suoi giorni solari e i suoi giorni bui erano sempre presenti in casa nostra. I miei ne parlavano ogni giorno. Pisino e l’Istria tornavano sempre, spontaneamente, come tornano le cose interiorizzate divenute parte ormai dell’anima.</p>
<p>Chi, per le vicende della vita, si è spinto oltre i confini di quell’identità che era sancita da riti secolari, feste, ricorrenze, dialetto, piatti tipici, abitudini, si è accorto, con il passare degli anni, di aver perso un tesoro. La sua identità originaria si è rarefatta, trovando posto in una nuova identità, forse più ampia, ma tormentata, più incerta ed incolore. Ed è in fondo ciò che avviene alle cucine “internazionali”, blando riflesso dei sapori delle cucine locali, saporose, senza incertezze, sicure&#8230; Lo sradicamento è una partenza senza ritorno”.</p>
<p>Già, il ritorno…</p>
<p>“<em>Come volessi tornar… e son qua de l’altra parte del mondo</em>”: me lo disse un giorno Riccardo Lussetti, a Melbourne. Veniva da Cerreto, vicino a Pisino.</p>
<p>Era arrivato in Australia nel 1951, sul una nave dell’IRO (International Refugee Organization) che raccoglieva e faceva emigrare i profughi dai paesi comunisti.</p>
<p>Finì al campo di Bonegilla, in baracche di legno col tetto di ferro che diventavano fornaci nella torrida estate australiana.  Lavorò nei boschi, tra serpenti e coccodrilli, a fare il taglialegna; poi andò a tagliar la canna da zucchero, con un’unica camicia che, tolta la sera impregnata di linfa e zucchero, il mattino dopo era rigida come il cartone e piagava la pelle neanche fosse vetrata. Fece il fabbro, il  meccanico, il carpentiere, andò a raccoglier patate, l’uva, lavori di tutti i tipi… e riuscì a costruire con le proprie  mani la sua casetta, a crearci la cantina scavata sotto terra, a fare il prosciutto all’istriana, e a distillare  la grappa come si faceva un tempo… Era felice di poter mostrare quel suo piccolo mondo antico.</p>
<p>Laggiù in Australia, Riccardo aveva ricostruito la sua vita, la famiglia, il circolo istriano, con le sue bandiere, le foto e i cimeli preziosi che ogni giorno tramandavano la storia e il ricordo della sua patria lontana. Un giorno chiese alla città di Melbourne di poter realizzare un monumento per gli istriani d’Australia, che ricordasse i Caduti per l’Italia e quelli morti là oltre l’oceano. Riuscì a costruirlo. Oggi, all’ingresso del cimitero di Preston a Melbourne, c’è una grande pietra bianca con il profilo dell’Istria, che lui scolpì e poi pose. Lì, ogni 10 febbraio, si ritrovano gli esuli ed i loro discendenti.</p>
<p>Riccardo, uno tra i trentamila che finirono in Australia, il suo segno l’ha lasciato. Dall’altra parte del mondo, sognando di tornare.</p>
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