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	<title>Gli italianiEsuli, ma liberi: il plebiscito dei 350 mila &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>Esuli, ma liberi: il plebiscito dei 350 mila</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Nov 2019 16:07:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/esuli-liberi-plebiscito-dei-350-mila/"><img width="960" height="400" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg 960w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-300x125.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-768x320.jpg 768w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-640x267.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-96x40.jpg 96w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p><hr /><p>Milovan Gilas, ex braccio destro di Tito, rilasciò nel luglio 1991 un’intervista che sarebbe divenuta famosa. Si era all’indomani delle dichiarazioni d’indipendenza della Slovenia e della Croazia e la Yugoslavia si stava dissolvendo  in una sanguinosa lotta tra i popoli balcanici all’insegna della “pulizia etnica”. Gilas ammise che la stessa filosofia si era attuata a fine guerra ad opera del regime comunista yugoslavo nei confronti degli italiani d’Istria e Dalmazia. Così disse:  “Ricordo che nel 1946 io ed Edvard Kardelj andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana. Si trattava di dimostrare che quelle terre erano jugoslave e non italiane:&#8230;</p>
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<td>Milovan Gilas, ex braccio destro di Tito, rilasciò nel luglio 1991 un’intervista che sarebbe divenuta famosa. Si era all’indomani delle dichiarazioni d’indipendenza della Slovenia e della Croazia e la Yugoslavia si stava dissolvendo  in una sanguinosa lotta tra i popoli balcanici all’insegna della “pulizia etnica”.</p>
<p>Gilas ammise che la stessa filosofia si era attuata a fine guerra ad opera del regime comunista yugoslavo nei confronti degli italiani d’Istria e Dalmazia. Così disse:  “Ricordo che nel 1946 io ed Edvard Kardelj andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana. Si trattava di dimostrare che quelle terre erano jugoslave e non italiane: Certo che non era vero. O meglio lo era solo in parte, perché in realtà gli italiani erano la maggioranza solo nei centri abitati e non nei villaggi. Ma bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni d’ogni tipo. Così fu fatto.”</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>In quel “così fu fatto” c’è tutta la tragedia dell’esodo giuliano dalmata.</p>
<p>Con la firma a Parigi del Trattato di Pace, l’Italia aveva ceduto  alla Jugoslavia 7.700 chilometri quadrati di territorio con Pola, Fiume e Zara. Su 502.124 abitanti, 350.000 italiani se ne andarono.</p>
<p>Se i trentamila di Pola  esodarono nel febbraio ’47 sotto il controllo delle autorità angloamericane, altri 300.000 e più fuggirono invece, in ogni modo, nel corso di un lungo esodo che protrattosi fino agli anni’ 60.</p>
<p>L’esodo si svolse ad ondate successive: la prima grande ondata fu quella del ’45-46, poi venne il ’47 con Pola, toccò il picco nel ’48, proseguì nei seguenti anni ’50 e riprese con una nuova grande ondata tra il 54 e il ’56; erano quelli della “zona B” del TLT (Territorio Libero Trieste) che avevano tenuto duro sperando nel ritorno dell’Italia: ma fu solo Trieste a tornare e loro partirono…</p>
<p>Fiume italiana contava 55.000 abitanti. Se ne andarono in 50.000; da Zara 18.000 su 20.000; da Capodistria 14 mila su 15 mila; da Rovigno 8 mila su 10 mila; da Cherso 6.000 su 7.000. Anche i centri dell’Istria interna, ove secondo la vulgata croata la presenza italiana era un fatto marginale, dettero vita ad un esodo dai numeri impressionanti: Pisino perse il 90% dei suoi abitanti, Montona e Pimguente addirittura il 99%.</p>
<p>Si spopolarono paesi e città, lidi e campagne, il bel dialetto istroveneto, la dolce lingua del sì, non si sentirono quasi più cantare e rimasero muti i leoni di San Marco, le pietre degli archi, i cento e cento campanili.</p>
<p>L’esodo fu davvero un plebiscito di italianità. Solo così si può spiegare la scelta di essere profughi in un’Italia sconfitta piuttosto che  rimanere nella propria terra assegnata alla Yugoslavia vincitrice, nella quale però non si potevano esercitare i diritti fondamentali di ogni uomo: il diritto al mantenimento della propria identità nazionale, il diritto alla pratica della propria fede religiosa, il diritto alla libertà individuale, alla proprietà, al lavoro e all’impresa. E, spesso, il diritto al vita.</p>
<p>A sottolineare l’aspetto della scelta nazionale vi è un fatto sintomatico, anche se poco noto, nelle dinamiche dell’esodo: Il Trattato di Parigi prevedeva la perdita automatica della cittadinanza italiana per tutti i cittadini residenti nelle terre cedute salvo che optassero  per il mantenimento della stessa entro un anno dall&#8217;entrata in vigore del trattato stesso. Alla Yugoslavia di conseguenza veniva attribuita la facoltà di esigere il trasferimento in Italia dei cittadini che avessero esercitato l&#8217;opzione suddetta. Ma non fu così semplice partire a chi scelse l’esodo.</p>
<p>La Yugoslavia si arrogò il diritto di respingere migliaia di opzioni, oltre 8.000, adducendo i pretesti più disparati: dal cognome che finiva in “ic” alle idee politiche vere o presunte, dall’utilità del trattenimento per capacità professionali alla determinazione fatta per odio, sospetto, invidia e magari dispetto. I funzionari del regime titino si divertirono a rigettare le opzioni, ad impedire le partenze, a dividere la famiglie accordando l’opzione ad un fratello e non all’altro, al padre e non alla madre: intanto, eliminate le anagrafi italiane, molti si ritrovarono dalla sera alla mattina con il cognome slavizzato. La toponomastica in pochi anni avrebbe mutato i plurisecolari nomi romani, veneti e italiani delle città.</p>
<p>Se non era già capitato prima, con provvedimento dei “poteri popolari”, a chi partiva veniva sequestrata la casa. I beni immobili rapinati vennero poi considerati riparazione dei danni di guerra da parte dell’Italia alla Yugoslavia; gli esuli saranno beffardamente definiti “optanti” dalla Yugoslavia, ma quelli che non riuscirono a raggiungere l’Italia verranno a trovarsi apolidi…</p>
<p>Coloro che ottenevano il permesso per partire, dopo il riconoscimento dell’opzione, potevano portare in Italia solo una valigia con 5 chili di indumenti e 5 mila lire, che spesso venivano sequestrate dai funzionari dell’Ozna, presenti nei paesi, al confine, sui treni della speranza. Ma anche qui, come raccontò Amleto Ballarini, “nessuno era mai certo di arrivare alla meta. C&#8217;era sempre qualche infelice, ad ogni viaggio, che doveva scendere senza fiatare con tutti i suoi miseri bagagli, stretto da due agenti, e gli altri, muti, stavano là a guardarlo dai finestrini del treno mentre s&#8217;allontanava, curvo come Cristo sotto il peso della croce&#8221;. Erano “fughe drammatiche, di giorno e di notte, fra le doline del Carso, attraverso passaggi clandestini noti solo ai contrabbandieri, fughe verso la libertà che spesso si concludevano con una raffica di mitra, con lo scoppio di una mina o sul filo spinato. Alcuni affrontarono l&#8217;Adriatico con fragili barche a remi e raggiunsero le coste italiane stremati dalla fatica e dalla sete, con le mani spellate e sanguinanti. Spesso però l&#8217;approdo rimase un sogno: catturati dalle motovedette slave, furono condannati a lunghi anni di lavoro forzato. Talvolta la spiaggia romagnola e marchigiana restituiva le salme dei fuggiaschi travolti da un&#8217;improvvisa bufera”.</p>
<p>Ci furono anche episodi incredibili come il respingimento in Yugoslavia da parte delle autorità italiane verso profughi istriani.  Padre Flaminio Rocchi, francescano e autore di splendide pagine sull’esodo giuliano dalmata, così testimoniò: “Alcuni esuli, fuggiti in Italia, sono stati rinchiusi nelle carceri. E’ successo anche a un mio cognato che è fuggito in Italia da Lussinpiccolo con tredici amici, con una barca a remi. In vista della costa italiana hanno alzato i remi e hanno gridato ‘la libertà’. Li ho trovati tutti nel carcere di Pesaro. E non è stata sufficiente la mia testimonianza per liberarli”.</p>
<p>Allora accadeva così. In quel tempo Togliatti era ministro di Grazia e Giustizia e l’Ufficio per l’assistenza  postbelllica era stato affidato al comunista Emilio Sereni secondo cui le foibe erano  propaganda, l’esodo era favorito dalle componenti reazionarie, i profughi erano ex fascisti che rifiutavano il regime democratico di Tito ed avevano paura della giustizia popolare e democratica: a suo dire, e lo scrisse a De Gasperi, era opportuno scoraggiare le partenze dall’Istria e comunque disperdere i profughi perché riuniti in grosse comunità potevano costituire un pericolo…</p>
<p>Come è strano il mondo: oggi gli ex comunisti pontificano e pretendono di dar lezioni sull’accoglienza ai profughi che arrivano in  Italia a bordo delle navi delle Ong, o meglio ancora della Guardia costiera, poi dormono in hotel e protestano se non hanno telefonino e wifi.</p>
<p>Allora gli istriani si mettevano nei campi profughi dietro al filo spinato. Con coprifuoco e guardia armata. Eppure erano italiani tra italiani. E profughi veri, non migranti.</p>
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	    	<content:encoded><![CDATA[<hr /><p><a href="https://italianioggi.com/esuli-liberi-plebiscito-dei-350-mila/"><img width="960" height="400" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg 960w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-300x125.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-768x320.jpg 768w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-640x267.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-96x40.jpg 96w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p>]]></content:encoded>
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