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	<title>Gli italianiEutanasia per Shanti; l&#8217;abbiamo abbandonata a se stessa &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>Eutanasia per Shanti; l&#8217;abbiamo abbandonata a se stessa</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Oct 2022 14:17:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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<p>“Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impiego che assumo, giuro: […] di perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui aspirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale”.</p>
<p>(Giuramento di Ippocrate)</p>
<p>La nostra società, se non la nostra civiltà, ultimamente sta attraversando un periodo di forti scossoni. Tralasciando la guerra scoppiata alle porte d’Europa (evento gravissimo, ma il fatto che possiamo tralasciarlo forse lo è ancora di più), possiamo constatare che l’insoddisfazione, la precarietà sia lavorativa, sia economica, sia morale e addirittura climatica, stanno diventando i tratti tipici della nostra quotidianità, tanto che gli scandali, ormai, non ci colpiscono più di tanto. Eppure noi siamo l’Occidente civilizzato, moderno, tecnologicamente all’avanguardia: siamo l’Occidente capitalista! Quello delle idee liberali, della libertà di stampa e, a tratti, della licenza. Cos’è che ci affligge, insomma? Com’è che siamo così insoddisfatti? Possibile che noi, stramaledetti occidentali, non ci accontentiamo mai? Ma fa riflettere anche un’altra cosa: possibile che non siamo più disposti a lottare a costo di perdere la vita, per ciò che riteniamo essenziale per la vita stessa? Anzi, siamo arrivati a lottare (timidamente) per ottenere ciò che è essenziale a porre fine alla vita stessa. E, una volta ottenuto, siamo riusciti ad ottenere la morte, in cambio del cammino per la vita. È inutile spiegare a cosa ci si sta riferendo, infatti l’evento di cui si scrive è noto a tutti. Però è interessante come, cambiando la prospettiva con cui si osserva questa parola, si possa notare una figura retorica: l’ossimoro della dolce morte! Forse si intende questo quando si dice che bisogna pensare poeticamente. Insomma, aldilà delle riflessioni fuorvianti, questa breve introduzione ha il solo scopo di far orientare lo sguardo non tanto sul fatto che abbiamo cominciato a trattare più il tema della morte che della vita, quanto sul fatto che l’unico bene da perseguire, in questa nostra società allo sbando, non è più il bene comune: la centralità non è più prerogativa della persona in quanto tale. Il fatto che siamo arrivati ad accettare la morte, ad accettare che una ragazza di poco più di vent’anni possa aver deciso di porre fine alla sua vita perché depressa, è “solo” il tragico sintomo della corsa al guadagno, del distribuire diritti e libertà, le quali sono dunque concesse e non guadagnate. Siamo stati viziati, forse per permettere a “qualcun altro” di poter agire in piena libertà riguardo a non si sa cosa. Tuttavia, le considerazioni complottiste è meglio lasciarle da parte, anche perché ormai focalizzarci sulla causa forse non è ciò che può salvarci da questa deriva malata. La conseguenza è questa, ed è chiaro che invertire la rotta diventa un dovere se non civico, se non politico, quantomeno umano. Cominciamo con lo smontare questa chiara contraddizione in termini: la morte non può essere dolce. È, da sempre, un fatto doloroso, unico nella sua tragicità perché è l’unico evento a cui non ci si può effettivamente sottrarre. E al quale non si giungerà, probabilmente, mai pronti. E dopo la morte? Il timore del Mistero. Dunque come può diventare un fatto positivo? È naturale che combattere per la vita costa, sia in termini di denaro che di energie, ma rimane, attenendosi sempre e comunque al significato delle parole, una lotta per costruire e non per distruggere, per accendere e non per spegnere, per iniziare e non finire. Ci si piò tuttavia interrogare sull’ipotesi se sia questo un effetto collaterale a un mutamento della modalità di presenza dell’uomo su questa Terra. In tal caso parleremmo in termini cinici, ma pur ammettendolo, potremmo accettare questo “effetto collaterale”? La risposta è semplice: no. No perché, se questa ipotesi fosse corretta, questo vorrebbe dire che nel processo umano di mutamento della società, noi stiamo abbandonando i valori fondamentali della nostra esistenza. E il valore non è altro che l’affermazione di un qualcosa che è eterno perché rimane, come un sentimento. Non è un caso se la vita è conseguenza dell’amore tra due persone: è per questo che assume importanza. I sentimenti legati alla morte, per la maggior parte delle volte, sono ben altri. Tuttavia, tornando al discorso principale, la sola e unica modalità che possiamo adottare per contrastare queste derive poco più che “animali”, poiché solo nel mondo animale (raramente) si abbandonano al proprio destino i più deboli per il bene della comunità, è cambiare la prospettiva con cui guardiamo le cose. Potrà sembrare un discorso scontato, ma sarebbe opportuno fare un esempio e, in questo caso, è calzante quello di Shanti. Ciò che le è accaduto è il chiaro risultato della retorica “progressista” per cui “se la vita non ti dona felicità/se sei depresso/se non ti piaci/ se soffri, cosa vale la pena di continuare a vivere?”. Se ci limitassimo a questa visione delle cose, potremmo essere tutti d’accordo con tali affermazioni. Ma se interpretassimo la depressione, il male che affliggeva Shanti, sotto un’altra luce, potremmo renderci conto che questa è sì una delusione nei confronti della vita, causata da un qualsiasi evento che possa aver ferito o colpito la persona coinvolta (la morte di un parente; un periodo difficile che si prolunga oltre il sopportabile; sopravvivere a un attentato) che però rappresenta un richiamo alla vita stessa, poiché insoddisfatti del male che ci affligge. C’è dunque una forza, una volontà, un’insita consapevolezza che ci richiama, servendosi della depressione e della tristezza, proprio alla vita. Appare chiaro, quindi, come decidere di togliersi la vita (e permettere che qualcuno possa privarsene) è il modo di sfuggire a questa realtà che ci appartiene in quanto uomini, tuttavia senza aiutarci a limitare il male che c’è nel mondo. È vero, infatti, che il male non si sconfigge se non sostituendolo col bene. Dunque, di conseguenza, quello che si dovrebbe tornare a fare, per tentare di arginare questo male e questa insoddisfazione che avanzano, è tornare alla difesa e alla pratica dei valori sempre validi che la tradizione ci consegna, tra cui il perseguimento del bene, la centralità della persona come soggetto e fine di tutte le istituzioni e la difesa della vita, sempre (anche quando si rischia di perderla in seguito ad uno stupro da cui si è rimasti incinta e al cui parto non si sopravvivrebbe). E su questi valori, su questi principi, non si possono avere opinioni: si può soltanto ubbidire.</p>
<p>“Non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo a suo tempo mieteremo. Poiché dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti”. (Gal 6,9-10a)</p>
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	    	<content:encoded><![CDATA[<hr /><p><a href="https://italianioggi.com/eutanasia-shanti-labbiamo-abbandonata-stessa/"><img width="780" height="440" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2020/01/eutanasie.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2020/01/eutanasie.jpg 780w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2020/01/eutanasie-300x169.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2020/01/eutanasie-768x433.jpg 768w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2020/01/eutanasie-640x361.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2020/01/eutanasie-96x54.jpg 96w" sizes="(max-width: 780px) 100vw, 780px" /></a></p>]]></content:encoded>
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