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	<title>Gli italianiFoibe ed esodo. La storia di Marinella e tante altre: vita e morte in un CRP &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>Foibe ed esodo. La storia di Marinella e tante altre: vita e morte in un CRP</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Jan 2020 18:38:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/foibe-ed-esodo-la-storia-marinella-tante-vita-morte-un-crp/"><img width="960" height="400" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg 960w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-300x125.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-768x320.jpg 768w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-640x267.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-96x40.jpg 96w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p><hr /><p>A qualche chilometro dalla foiba di Basovizza, sull’altipiano triestino, c’è un altro luogo della memoria della tragedia giuliana: il CRP (Centro raccolta Profughi) di Padriciano. E’ stata la casa ed il primo rifugio di migliaia e migliaia di esuli dalla zona B dell’Istria: è un posto che racconta storie drammatiche di famiglie sradicate, di vite buttate via, di patimenti, sogni spezzati, impazzimenti, dolore, morte. Il comprensorio era stato inizialmente concepito come installazione periferica per le forze armate angloamericane di stanza nel Territorio Libero di Trieste ma fu subito dismesso e riconvertito per far fronte all’emergenza profughi, sempre più pressante a&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>A qualche chilometro dalla foiba di Basovizza, sull’altipiano triestino, c’è un altro luogo della memoria della tragedia giuliana: il CRP (Centro raccolta Profughi) di Padriciano.</p>
<p>E’ stata la casa ed il primo rifugio di migliaia e migliaia di esuli dalla zona B dell’Istria: è un posto che racconta storie drammatiche di famiglie sradicate, di vite buttate via, di patimenti, sogni spezzati, impazzimenti, dolore, morte.</p>
<p>Il comprensorio era stato inizialmente concepito come installazione periferica per le forze armate angloamericane di stanza nel Territorio Libero di Trieste ma fu subito dismesso e riconvertito per far fronte all’emergenza profughi, sempre più pressante a partire dagli anni ’50.</p>
<p>Dopo il ritorno di Trieste (ex zona A del TLT) all’Italia (26 ottobre 1954), ci fu una nuova ondata di profughi dall’Istria: scelsero l’esodo circa 50.000 persone, residenti nella “zona B” del TLT, rimasto sotto amministrazione yugoslava, che avevano perduto la speranza di essere ricongiunti all’Italia. Purtroppo avevano visto lontano…</p>
<p>Padriciano ne ospitò o ne vide transitare un gran numero negli anni successivi al 1954 e continuò a funzionare come CRP lungo tutti gli anni ’60 per essere dismesso solamente nei primi anni ’70.</p>
<p>L’intera superficie del centro è tutt’ora delimitata dalla recinzione originaria e ne conserva inalterata la sua struttura.</p>
<p>Massimiliano Lacota, combattivo presidente dell’Unione degli Istriani, che fregia il suo gonfalone della dizione “Libera provincia dell’Istria in esilio”, ne ha voluto fare un museo che conserva storie, immagini, fotografie, piccole cose, lettere, frasi, memorie spezzate: “Un’occasione per sottolineare quanto ancora debba essere fatto per recuperare la dignità di migliaia di italiani senza velarla di una pietà che sfiora talvolta i limiti della comprensione”.</p>
<p>La prima cosa che s’incontra entrando è una piccola lapide, dedicata a Marinella: “Rosa divelta all’alba della vita hai portato in cielo il tuo profumo”. Marinella non aveva ancora compiuto un anno: morì di freddo nel gelido inverno del ’56, in una squallida baracca di legno del CRP.</p>
<p>Sua sorella, Fiore Filippaz, esule da Grisignana ricorda così quei giorni: “Avevo otto anni quando, nel dicembre del 1955, lasciai per sempre il paesino dell’Istria dove ero nata. Arrivammo a Trieste in una giornata fredda e grigia. Mia madre, mia zia e noi cinque figli. Mio padre era giunto due giorni prima ed era là ad aspettarci al posto di blocco assieme a delle persone che avevano il compito di ’smistarci’. La nostra destinazione definitiva fu il campo profughi di Padriciano. Là, fra la neve e il gelo pungente, trovammo ad accoglierci un filare di baracche di legno. Ci venne assegnata la baracca n. 30, porta n. 11. Il vano aveva due finestre, quattro letti a castello, un tavolo qualche sedia. Per diverso tempo dormimmo  tutti vestiti perché non c’era il riscaldamento. Noi bambini ci ammalammo quasi subito. Marinella, la nostra sorellina più piccola, non resse a quel freddo maledetto e morì in tre giorni di broncopolmonite. Quella notte mamma si accorse che Marinella era diventata blu. L’avvolse in uno scialle e la portò di corsa all’ambulatorio del campo ma ormai non c’era più nulla da fare. Il medico le disse: ‘Signora, la sua bambina è morta di freddo’. Era l’8 febbraio 1956”.</p>
<p>Libero Filippaz, altro fratello, ricorda così le baracche di legno di Padriciano: “Erano lunghe e basse, col tetto di eternit ondulato, in colori pastello di stile caraibico, come se ne possono vedere in Giamaica o Haiti. Ce n’erano di rosa, giallo ocra, celeste e verdino. Divise in sedici box, otto su un lato e otto sul lato opposto. Un box per una famiglia era delle dimensioni di una camera da letto attuale cioè circa 18 metri quadri. Per lavarci mia mamma andava a prendere l’acqua con secchi nei gabinetti pubblici perché nelle baracche non c’era né acqua né il wc…”</p>
<p>Fiore e la sua famiglia vissero in baracca per dodici anni, ne uscirono finalmente nel 68. Lei è oggi un signora dolce e gentile ma non riesce a dimenticare: “Ricordo di quegli anni la tristezza che avevamo. I pochi sorrisi, le flebili speranze. Il campo era recintato da una alta rete e si chiudeva alle 11 di sera. La vita in campo era scandita da giorni e orari stabiliti: un giorno si ritiravano i biglietti mensa, uno si timbravano le tessere malattia, un giorno c’era il cambio delle lenzuola. C’era l’ora della mensa, del medico, della messa. Ho fatto cinque anni di collegio, ho iniziato a lavorare a 14 anni e al lavoro più di qualcuno mi snobbava per la mia condizione di profuga, per ‘dove abitavo’ … ma non voglio piangermi addosso, lo hanno già fatto in tanti. Io voglio ricordare piuttosto i volti dolci dei nostri vecchi, la rassegnazione a questa ingiustizia, il pensiero costante a quel focolare a cui non ci sarebbe stato ritorno. Una speranza che svaniva ogni giorno sempre di più lasciando su quei volti occhi velati che guardavano lontano”.</p>
<p>In tanti se ne sono andati guardando l’orizzonte senza altro vedere che la propria disperazione. La terra perduta, la casa perduta, la famiglia perduta, il focolare perduto.</p>
<p>Tanti impazzirono. Tanti si lasciarono morire. Tanti si suicidarono.</p>
<p>Di quel maledetto freddo e della speranza perduta, padre Rocchi mi raccontò un giorno questa storia: “Due coniugi di Fiume, che erano stati benestanti, avevano preso in affitto una cameretta con un fornello. Non riuscivano a vivere nello squallore del campo profughi. Il loro parroco mi diceva: “ma come sono religiosi questi tuoi profughi… passano delle ore in chiesa”. In realtà la chiesa era l’unico luogo in cui potevano stare, fuori da un mondo che non era più il loro, al caldo. La loro era fame e solitudine. Terminati i pochi soldi, non si sentivano di chiedere l’elemosina. Non era dignitoso. Un giorno si sono comunicati, si sono messi il vestito più bello, si sono stesi sul letto con le mani incrociate dal Rosario e, col gas, sono scivolati in Paradiso”.</p>
<p>Chissà se c’è davvero il paradiso per i suicidi. Come per Giovanna, esule da Buie, impiccatasi ad un albero di ulivo: come gli ulivi che aveva lasciato nelle dolci colline dell’Istria che amava.</p>
<p>Anche San Giovanni, a Trieste, legò il suo nome alla tragedia degli esuli spiantati: in tanti riempirono gli stanzoni del manicomio, continuando a fissare muti, oltre le finestre, quella terra oltre il mare.</p>
<p>E pure San Sabba: sì proprio San Sabba, quella Risiera che fu mortifero campo di concentramento nazista, divenne campo profughi per centinaia e centinaia di istriani, anche se questa pagina è quasi sconosciuta alla storia ufficiale. Gli istriani si ritrovarono nelle stesse celle, con le stesse brandacce a muro, dietro le stesse pesanti porte di legno con l’oblò per i carcerati, ad incidere i loro nomi sui muri scalcinati, accanto a quelli dei prigionieri ebrei che li avevano preceduti, accanto ai loro graffiti con la stella di David.</p>
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<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://italianioggi.com/foibe-ed-esodo-la-storia-marinella-tante-vita-morte-un-crp/">Foibe ed esodo. La storia di Marinella e tante altre: vita e morte in un CRP</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://italianioggi.com">Gli italiani</a>.</p>
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	    	<content:encoded><![CDATA[<hr /><p><a href="https://italianioggi.com/foibe-ed-esodo-la-storia-marinella-tante-vita-morte-un-crp/"><img width="960" height="400" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg 960w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-300x125.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-768x320.jpg 768w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-640x267.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-96x40.jpg 96w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p>]]></content:encoded>
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