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	<title>Gli italianiFoibe e le barbarie titine. Buie, sentinella dell&#8217;Istria &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>Foibe e le barbarie titine. Buie, sentinella dell&#8217;Istria</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Jun 2019 22:13:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>“O bel Buie, che sei in cima al monte/baluardo dell’Istria italiana/per lo sguardo e l’aria balsana/va superba la nostra città”. Sono i versi di una canzone che cantava mia mamma, me li lasciò scritti su un foglietto, così, quasi per gioco.</p>
<p>Tante volte le avevo detto “voi che avete vissuto quelle storie, avreste dovuto scrivere di più perché tanta della vostra memoria scomparirà”… Ed io, molte di quelle storie le ho perdute e non ho più chi me le racconta.</p>
<p>Quell’inno a Buie, comunque, lo aveva scritto il maestro  Tessarolo, che le insegnava a cantare su, all’organo del Duomo, dove ho trovato la sua firma di bambina incisa sul legno. Il maestro scomparve come tanti, a guerra finita, nel ‘47 e di lui non si seppe più nulla: qualcuno però a lei raccontò che era stato preso dai  miliziani yugoslavi mentre si trovava sulla strada di Capodistria e portato sul fiume Dragogna;  gli dissero di attraversarlo per avere salva la vita ma gli spararono mentre cercava di raggiungere l’altra sponda.</p>
<p>Buie era detta la “sentinella dell’Istria”, perché dall’alto dei suoi 222 metri sul mare domina tutta la costa istriana. “Nei giorni in cui il cielo è più terso da qui vediamo Venezia” hanno sempre detto i buiesi, orgogliosi del loro leone di San Marco sul campanile del duomo, come orgogliosi erano del loro eroe, Donato Ragosa, compagno di Guglielmo Oberdan, scampato alla forca austriaca grazie all’aiuto dei suoi concittadini.</p>
<p>Sulla piazza di Buie, arrivati in cima, “su per Lama”, c’era un monumento a lui dedicato che alcuni patrioti, i quali poi presero la via dell’esilio, preservarono dalla sicura distruzione seppellendolo la notte prima che arrivassero gli slavi, con la speranza di poter un giorno ridonargli la luce.  Donato Ragosa è ancora là che aspetta: un vecchio esule che ora non c’è più, ha tramandato il segreto ed il luogo&#8230;</p>
<p>Quando il 29 aprile 1945 gli ultimi soldati italiani abbandonarono il presidio di Buie con l’ordine di raggiungere Capodistria, si aggregò a loro l’ultimo volontario istriano: era il barbiere del paese. Chiuse la sua bottega, partì e non tornò mai più.</p>
<p>Su Buie scese un silenzio di angoscioso: la cittadina aveva conosciuto gli eccidi del ’43 ma era stata in particolare segnata dalla storia della famiglia Gianolla.</p>
<p>La notte del 31 gennaio 1944 un gruppo di partigiani titini si presentò alla porta della casa del Podestà, Giacomo Gianolla, a Momiano di Buie. Per farsi aprire utilizzarono come esca il parroco del paese, portato lì di forza e sotto la minaccia delle armi. Non appena l’uscio si aprì, spararono uccidendo Aureliano Gianolla, figlio di Giacomo. Entrarono in casa e prelevarono Il Podestà e suo nipote Aldo. Li portarono via facendoli camminare scalzi per i boschi, raggiungendo Toppolo e Gradun: qui furono torturati e costretti a ballare sulle spine al suono di una fisarmonica prima di essere fucilati nei pressi di Cervari.</p>
<p>La loro fine fu raccontata da un testimone al cugino, Matteo Zmak, che nel 1991 sentì, in coscienza, di trascriverla in una lettera indirizzata ad un sacerdote istriano, don Luigi Parentin: “Sfiniti dalle gravi torture subite, coi visi tumefatti, sanguinanti in più parti del corpo, quella mattina non capivano più nulla. I due capi (titini ndr) indemoniati li fecero bruciacchiare nelle parti intime e i capelli con i rami di quercia coi fogli accesi. Poi soddisfatti chiesero dei volontari per l’esecuzione con l’alzata di mano. Li uccisero e li lasciarono lì, senza sepoltura alcuna&#8221;.</p>
<p>Passarono i mesi; nella casa della famiglia Gianolla continuavano ad abitare le donne a cui erano stati uccisi i propri cari: la notte del 10 ottobre 1944 i partigiani slavi tornarono in quella casa e razziarono tutto quel vi era da razziare, catturando la moglie del podestà ucciso, Clementina Gottardis Gianolla, Alice Gianolla, Gioconda Gianolla e Teresina Ravasini, loro ospite. Le quattro donne non tornarono mai a casa,  qualcuno si vantò di averle infoibate.</p>
<p>C’era anche una bambina, Graziella Gianolla, che aveva otto anni allora e cui la vita fu risparmiata, ma a caro prezzo.</p>
<p>La conosco bene, più volte mi ha raccontato la sua storia.</p>
<p>“Ci portarono via in una notte di pioggia e ci fecero camminare nei boschi, mamma mi diceva di pregare sottovoce … poi ci separarono, piangevo e non la vidi mai più…</p>
<p>Mi dissero che non avrei dovuto più nominarla perché era una spia, e mi ordinarono di non dire mai più una sola parola in italiano, ma non conoscevo il croato. Per chiedere un po&#8217; di pane sbagliavo termine e allora mi riempivano di ceffoni. Ho imparato la loro lingua a suon di sberle”.</p>
<p>“Mi vestirono come loro, mi misero in testa una bustina miliare con la stella rossa, e mi fecero vivere nei boschi con loro. Assistevo al sesso libero tra i partigiani e ogni volta che sentivo sparare, pensavo a mia madre, perché ero convinta l’avessero fucilata”.</p>
<p>Graziella passò mesi e mesi nei boschi finchè, essendo anche un peso per i partigiani, uno di loro la consegnò ai suoi genitori, a Montona. Si chiamavano Pauletich.</p>
<p>“Mi facevano giocare ma anche assistere al passaggio dei prigionieri e magari gridare “Zivio Tito” (viva Tito ndr)&#8230;. Un giorno del luglio del ’45 vidi mio fratello Alfeo oltre il giardino. Non riuscivo a parlare, avevo paura di usare l’italiano e lo vedevo vestito da partigiano titino. Non capivo e avevo paura…</p>
<p>Mi spiegò che si era arruolato con loro per cercarmi e finalmente mi aveva ritrovata. Convinse me ed anche i Pauletich, che ormai chiamavo zii , a tornare con lui a Momiano. Quando arrivai a casa e non trovai mamma, per reazione chiesi le mie bambole, ma in slavo, perchè non riuscivo più a parlare l&#8217;italiano».</p>
<p>Graziella rimase poi in silenzio per anni, non voleva più vedere nè parlare con alcuno.</p>
<p>Arrivò il  1954: Trieste tornava all’Italia ma non la zona B, non Buie, non Momiano.</p>
<p>Allora Alfeo e Graziella, come la gran parte degli italiani di quel lembo d’Istria che avevano sopportato un decennio di soprusi sperando nel ritorno dell’Italia, presero la via dell’esodo e si fermarono a Trieste, ove lei racconta ancora la sua storia&#8230;</p>
<p>Un altro Gianolla non tornò mai: si chiamava Eia. Era partito volontario nel ’43 per difendere il confine orientale da bersagliere. Morì l’11 dicembre 1943, a 17 anni, combattendo gli slavi di Tito alla fortezza di Chiapovano, nei pressi di Santa Lucia di Tolmino.</p>
<p>Prima di partire era venuto a salutare la mia mamma, a Buie. Credo fosse stato il suo primo fidanzatino. Un giorno mi disse che non si era mai perdonata di non avergli dato almeno un bacetto quel giorno. Proprio lì, a Buie, sotto casa, dove si vedevano vicino alla chiesa della Madonna piccola.</p>
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<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://italianioggi.com/foibe-le-barbarie-titine-buie-sentinella-dellistria/">Foibe e le barbarie titine. Buie, sentinella dell&#8217;Istria</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://italianioggi.com">Gli italiani</a>.</p>
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	    	<content:encoded><![CDATA[<hr /><p><a href="https://italianioggi.com/foibe-le-barbarie-titine-buie-sentinella-dellistria/"><img width="960" height="400" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg 960w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-300x125.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-768x320.jpg 768w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-640x267.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-96x40.jpg 96w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p>]]></content:encoded>
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