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	<title>Gli italianiFoibe, per non dimenticare. Dalle viscere della terra, al fondo del mare &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>Foibe, per non dimenticare. Dalle viscere della terra, al fondo del mare</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Jun 2019 10:42:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Strano e beffardo il destino di uomini che, per vivere, lavoravano nelle viscere della terra e in quelle stesse viscere andarono a morire buttati in una foiba. O, quasi per contrappasso, in fondo al mare…</p>
<p>Questa è una storia, quasi sconosciuta, che viene da Arsia, una città mineraria di fondazione, costruita in Istria, vicino ad Albona, antico comune che fu importante municipio romano della Gens Claudia.</p>
<p>Realizzata in un anno e mezzo dall’Italia fascista, Arsia fu inaugurata il 4 novembre 1937. Mussolini aveva posto la prima pietra ed era sceso anche in miniera. Si trattava della prima città a carattere minerario progettata e costruita dal regime; ad essa seguì Carbonia, in Sardegna. Sorse in una zona di bonifica sul torrente Carpano.</p>
<p>La struttura divenne il più grande impianto estrattivo nazionale italiano. Il carbone istriano risultava essere di ottima qualità, simile, se non migliore, di quello britannico. Per lo sfruttamento della  miniera venne costituita la Società Arsia, di proprietà statale. Il porto di Arsia divenne, in poco tempo, il secondo per quantità di materiale trasportato dopo quello di Genova.</p>
<p>Le miniere furono sottoposte a uno sfruttamento intensivo al punto che la produzione raggiunse in breve tempo il milione di tonnellate di carbone all’anno e la forza lavoro di 7.000 addetti. La città arrivò ai 10.000 abitanti, coloni che provenivano non solo dall’Istria ma anche dalla Sardegna, dal Veneto, dalla Toscana e dalla Lombardia.</p>
<p>Nel 1940 Arsia fu teatro di uno spaventoso disastro minerario, il maggiore nella storia nazionale, causato, secondo i rapporti riservati dei regi carabinieri, dall’omissione delle misure di sicurezza per raggiungere una maggior produzione: alle 4 del mattino del 28 febbraio, alla fine del turno di notte,  si verificò un enorme scoppio cui seguì un’ondata esplosiva che percorse cantieri e gallerie in 4 diversi livelli: i morti alla fine furono 185.</p>
<p>La produzione riprese quasi subito ed a ritmo sempre più intenso, anche perché arrivava la guerra e l’attività era sempre più strategica.</p>
<p>Fu anche per questo che divenne obiettivo dei partigiani di Tito qualche anno dopo. Non solo attentati e sabotaggi, ma anche lì la caccia all’italiano. Uomini che erano scampati a quella grande tragedia si trovarono a viverne un’altra, morendo senza una ragione che non fosse la loro identità nazionale, in fondo ad una foiba, a un pozzo di carbone o di bauxite, in fondo al mare.</p>
<p>Quando il 16 ottobre del ’43, il vigili del fuoco di Pola vennero incaricati di esplorare la “Foiba dei colombi”, fu il maresciallo  Arnaldo Harzarich a calarsi. A 66 metri trovò i primi due corpi su una sorta di gradino inclinato e, appena riportati in superficie, furono subito riconosciuti dal direttore delle miniere dell’Arsa: Bruno Stossi e Mario Ghersi.del</p>
<p>Scrisse Harzarich nel suo memoriale: “I polsi dei due disgraziati sono legati con filo di acciaio stretto da pinze. I corpi sono uniti, spalla contro spalla, da un cavo d’acciaio lungo circa 20 metri e dello spessore di circa 5-6 mm”.</p>
<p>Le ricerche proseguirono per 8 giorni e fu costruita, “con materiale messo a disposizione dalla direzione delle  miniere dell’Arsa” un’impalcatura più idonea per poter calare gli uomini e riportare alla luce i cadaveri legati. “Nella grotta oscura l’aria non era più respirabile” e gli operatori scendevano muniti di auto protettore, prima a 146 metri, poi ancora più giù. Al termine furono recuperati 84 corpi.</p>
<p>Nell’elenco delle vittime riconosciute si trovano i cognomi tipici di Albona e Parenzo e poi tanti altri, di italiani di ogni dove venuti a lavorare alle miniere di Arsia e Pozzo Littorio: l’impiegato Enrico Blasi Toccaceli, il primo picconiere Guglielmo Conte, l’operaio Giovanni Desomai, i fratelli calabresi Giuseppe e Michelangelo Macrì, i siciliani Vincenzo Marano e Giuseppe Montante, il pugliese Nicola Montella ed altri ancora.</p>
<p>Ma non morirono solo in foiba quelli di Arsia: c’è un altro elenco degli scomparsi, redatto dalla stessa Società Mineraria, dedicato a coloro che furono gettati in fondo al mare di Santa Marina.</p>
<p>Tra questi, Bruno Bidoli, ingegnere della bonifica dell’Arsa, Luciano Bernardis dirigente della società Arsa e segretario di Pozzo Littorio, Pasquale Teodoro, carabiniere dell’Arsa e poi minatori, operai, impiegati.</p>
<p>La vicenda venne alla luce grazie alla confessione postuma di un partigiano pentito, che fu il carceriere di 19 prigionieri rinchiusi proprio a Santa Marina. Il 5 ottobre 1943 furono fatti uscire in fila indiana scalzi e quasi nudi, legati tra loro, mentre venivano tormentati colpendoli con i calci dei fucili. In una radura, vicino al mare, furono messi tutti di schiena e un mitra iniziò a sparare. Una raffica sola, per non far morire tutti. Poi vivi, morti e moribondi furono caricati su un barcone e qui legati ancora, ma con l’aggiunta di pesanti pietre.</p>
<p>Il barcone partì e quando fu giunto in acque fonde, ci pensarono i partigiani a buttare a mare quel carico dolente.</p>
<p>Un vecchio istriano mi ha recentemente raccontato che, tra Albona e Pola,  “in quel periodo i pescatori dicevano che c’erano più pescecani che sardine”…  Si può ben capire il perché.</p>
<p>Quando Arsia venne presa dai partigiani di Tito, divenne triste sede di prigionia e lavori forzati per chi non si allineava al nuovo regime comunista.</p>
<p>La cittadina si svuotò quasi completamente. Con l’esodo degli italiani, se ne andarono anche quegli operai che in principio avevano simpatizzato per il nuovo ordine jugoslavo.</p>
<p>Tito importò allora una colonia di bosniaci, che ci sono ancora, minoranza tra i croati. Le miniere sono ormai chiuse dagli anni novanta. Dei diecimila italiani della città di fondazione oggi ne restano, secondo l’ultimo censimento, cinquanta…</p>
<p>&nbsp;</p>
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	    	<content:encoded><![CDATA[<hr /><p><a href="https://italianioggi.com/foibe-non-dimenticare-dalle-viscere-della-terra-al-fondo-del-mare/"><img width="960" height="400" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg 960w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-300x125.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-768x320.jpg 768w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-640x267.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-96x40.jpg 96w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p>]]></content:encoded>
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