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	<title>Gli italianiFoibe. Parenzo, l&#8217;italianità assassinata &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>Foibe. Parenzo, l&#8217;italianità assassinata</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Apr 2019 07:05:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/foibe-parenzo-litalianita-assassinata/"><img width="960" height="400" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg 960w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-300x125.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-768x320.jpg 768w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-640x267.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-96x40.jpg 96w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p><hr /><p>Tra le storie che raccontano orgogliosamente i vecchi istriani, più di una è dedicata a Parenzo. Se la tradizione popolare e musicale italiana tramanda ancora il motivetto de “la mula de Parenzo” (e magari qualcuno si chiederà dove sia, scoprendo che oggi si chiama Porec, in croato), quella della memoria nazionale rimanda invece ad un fatto che avvenne più di 150 anni fa: la “Dieta del Nessuno”. Era il 1861 e si era appena compiuta l’unità d’Italia, il 17 marzo. A Parenzo fu convocata il 6 aprile la Dieta Istriana, organismo di rappresentanza concesso dall’Austria Ungheria alla provincia imperiale, con&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em></em>Tra le storie che raccontano orgogliosamente i vecchi istriani, più di una è dedicata a Parenzo.</p>
<p>Se la tradizione popolare e musicale italiana tramanda ancora il motivetto de “la mula de Parenzo” (e magari qualcuno si chiederà dove sia, scoprendo che oggi si chiama Porec, in croato), quella della memoria nazionale rimanda invece ad un fatto che avvenne più di 150 anni fa: la “Dieta del Nessuno”.</p>
<p>Era il 1861 e si era appena compiuta l’unità d’Italia, il 17 marzo. A Parenzo fu convocata il 6 aprile la Dieta Istriana, organismo di rappresentanza concesso dall’Austria Ungheria alla provincia imperiale, con la richiesta di inviare due deputati a Vienna: 21 delegati  su 30 votarono “Nessuno”, manifestando così la loro volontà di unione all’Italia. L’Imperial Regio Governo sciolse la Dieta, impose i propri funzionari ma dovette ribadire la preminenza della lingua italiana negli atti pubblici.</p>
<p>Un’altra famosa beffa antiaustriaca fu quella compiuta durante la Grande guerra da Nazario Sauro. Entrò con un’imbarcazione nella “laguna blu” di Parenzo e giunto al molo lanciò una cima al marinaio austriaco di guardia gridandogli “Ciò macaco, guanta la cima!”:  quello la prese e lo fece attraccare. Sauro sbarcò, compì la sua missione e se ne andò indisturbato. Nessuno aveva sospettato che quella non fosse una nave austriaca: era entrata invece in porto una torpediniera italiana!</p>
<p>Parenzo risale nella sua struttura urbana al periodo romano, quando si chiamava Julia Parentium: due arterie principali, Cardo e Decumano ed entro questo quadro il suo monumento più significativo, la splendida Basilica Eufrasiana del quarto secolo: gli storici dell’arte la definiscono “inferiore alle chiese di Ravenna in grandezza ma eguale in bellezza” anche per il magnifico mosaico.</p>
<p>Forse fu proprio questa sua nobile ed antica leggiadria, questa sua italianità radicata e orgogliosa a costare a Parenzo le stragi che ne funestarono la storia nel 1943.</p>
<p>Lo sbandamento militare post 8 settembre lasciò Parenzo senza difese: all’inizio tennero carabinieri e finazieri, poi sgomberarono pure quelli mentre l’esercito si era già dissolto: il comandante del presidio, il colonnello Angelo Barraja, rimasto solo, verrà prelevato dai partigiani slavi ed ucciso, arso vivo secondo una testimonianza.</p>
<p>Il 14 settembre fu proclamata dai titini l’annessione di Parenzo alla Jugoslavia. Iniziarono subito gli arresti e le deportazioni. I primi furono portati al castello di Pisino, altri nelle scuole di Monpaderno diventate prigioni. Si usavano le “corriere della morte”: a dirigere le operazioni Mate Stemberga, uno dei più feroci criminali titini. In quei giorni sparirono 65 persone, 44 di Parenzo, 10 di Torre di Parenzo, 8 di Villanova di Parenzo e 3 di Abrega di Parenzo.</p>
<p>27 uomini furono infoibati a Vines (vicino ad Albona)  il 2 ottobre. Tra questi c’era Nicolò de Vergottini, al quale un partigiano aveva dato per scherno la notizia della morte della moglie: gli si avvinghiò al collo nonostante il filo di ferro ai polsi e lo trascinò con sé nella foiba.</p>
<p>Le vittime di Vines furono trovate grazie alle ricerche di due ragazzi a cui erano stati deportati i genitori. Battevano prati e boschi e s’insospettirono vedendo dell’erba calpestata che portava verso una foiba; a terra un paio d’occhiali, bossoli, una pietra insanguinata e capirono tutto. Poi furono i vigili del fuoco di Harzarich a riesumare 22 cadaveri: composti nelle bare avvolte dal tricolore verranno omaggiati dal popolo di Parenzo inginocchiato in Riva Dante.</p>
<p>Era il 26 ottobre 1943 e così scriveva Manlio Granbassi, caporedattore de “Il Piccolo” di Trieste (il nonno della schermitrice Margherita, campione del mondo di scherma <em>ndr</em>): “Il massacro di Vines e ciò che ancora è nascosto sul mistero di altre foibe o dei boschi, mostrano con quanta bestiale ferocia si è tentato di distruggere l’italianità di questa terra. Chi non sente, in tutta la sua gravità, questa nostra tragedia? I deportati furono 65, di 26 di essi, appena, sono stati trovati i cadaveri”.</p>
<p>Poco meno di due mesi dopo un nuovo corteo si snodò per le vie di Parenzo, altre bare avvolte nel tricolore, un’altra cerimonia funebre col vescovo Raffaele Radossi nella Basilica Eufrasiana: ecco dove erano quelli che mancavano al precedente appello anche se non erano tutte.</p>
<p>Furono trovate in un’altra foiba, individuata per il fetore di decomposizione che ne saliva, quella di Villa Surani, ed anche qui le recuperarono Vigili del fuoco di Pola.</p>
<p>Quelli che mancavano ancora non sarebbero state trovate mai più: quelle famiglie, come troppe altre in ogni luogo della Venezia Giulia, non hanno mai saputo dove poter piangere chi non era più ritornato.</p>
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