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	<title>Gli italianiIl futuro dell&#8217;Euro? La doppia circolazione &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>Il futuro dell&#8217;Euro? La doppia circolazione</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Nov 2017 17:57:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/futuro-delleuro-la-doppia-circolazione/"><img width="650" height="482" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2017/11/Il-Presidente-di-Fondazione-Roma-Emmanuele-Emanuele.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2017/11/Il-Presidente-di-Fondazione-Roma-Emmanuele-Emanuele.jpg 650w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2017/11/Il-Presidente-di-Fondazione-Roma-Emmanuele-Emanuele-300x222.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2017/11/Il-Presidente-di-Fondazione-Roma-Emmanuele-Emanuele-640x475.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2017/11/Il-Presidente-di-Fondazione-Roma-Emmanuele-Emanuele-86x64.jpg 86w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a></p><hr /><p>Intervento del Prof. Emmanuele Emanuele, presidente della Fondazione Roma, al Circolo degli Esteri ° Ringrazio il Circolo degli Esteri nella persona del suo Presidente l’Amb. Alessandro Vattani, di suo fratello Umberto Vattani e del Dr. Maurizio Di Nitto, che con grande impegno si è prodigato in favore dell’iniziativa, per l’invito a tenere questa conferenza, e saluto tutti i presenti. Da una recente indagine condotta dal Laboratorio di Analisi Politiche dell’Università di Siena in collaborazione con l’Istituto Affari Internazionali, fondato da Altiero Spinelli e sostenuto dalla Fondazione Olivetti, e l’appoggio della Compagnia San Paolo di Torino, è emerso il quadro di&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Intervento del Prof. Emmanuele Emanuele, presidente della Fondazione Roma, al Circolo degli Esteri</em></p>
<p>°</p>
<p>Ringrazio il Circolo degli Esteri nella persona del suo Presidente l’Amb. Alessandro Vattani, di suo fratello Umberto Vattani e del Dr. Maurizio Di Nitto, che con grande impegno si è prodigato in favore dell’iniziativa, per l’invito a tenere questa conferenza, e saluto tutti i presenti.</p>
<p>Da una recente indagine condotta dal Laboratorio di Analisi Politiche dell’Università di Siena in collaborazione con l’Istituto Affari Internazionali, fondato da Altiero Spinelli e sostenuto dalla Fondazione Olivetti, e l’appoggio della Compagnia San Paolo di Torino, è emerso il quadro di un Paese assolutamente diverso da come viene spesso prospettato dai giornali e da alcune parti politiche. La questione della gestione degli emigranti in Italia è alla testa delle emergenze, mettendo in ombra tutti gli altri problemi. Più di un terzo del campione degli intervistati è favorevole ad adottare una politica di respingimento, mentre un altro terzo è favorevole all’invio di militari per controllare le frontiere. L’altro problema è rappresentato dall’Europa: più di un terzo degli intervistati è favorevole all’Italexit e ancor più alta è la percentuale di coloro che chiedono l’abbandono dell’euro come moneta ed il ritorno alla lira. Se è questo lo scenario, specie in aree notoriamente vicine al mondo progressista, è più che mai attuale il tema di cui oggi mi avete amabilmente chiamato a parlare. Devo sinceramente ringraziarvi, perché mi consentite per la seconda volta di farlo, dopo la conferenza sul Mediterraneo del gennaio 2016, esprimendo tesi che non sempre sono allineate né alla linea governativa, né a quella del dicastero degli Esteri.</p>
<p>Questa sera parlerò dell’argomento euro su cui da tempo si discute senza trovare un accordo nel mondo politico.</p>
<p>Volendo trattare questo tema, occorre, a mio parere, collegarlo a quello più generale e complesso del progetto europeo, com’è nato, come si è evoluto e che tipo di prospettive si aprano per esso. Su questo penso che il mio pensiero sia ormai noto a tutti. Nata nell’intento originario di ricomporre le drammatiche fratture del passato bellico delle due guerre attraverso il tentativo di una pacificazione di tutto l’Occidente, intercettando le autentiche aspirazioni dei popoli verso la pace, la ricostruzione e la prosperità, l’unificazione europea, che era indiscutibilmente da auspicare, si rivela nella sua applicazione non corrispondere agli obiettivi dei Padri fondatori e neppure alle aspettative dei popoli, se non con riferimento al mantenimento della pace, che certamente non è poco, ma non sufficiente. L&#8217;Eu­ropa che si è realizzata c&#8217;entra ben poco con il sogno dei Padri fondatori, Spinelli, Rossi e Colorni, ispiratori del manifesto di Ventotene, e Adenauer, De Gasperi, Monnet, che tale idea tradussero in realtà, e la dolorosa verità è che la grande opportunità di dar vita ad un’unione politica di Stati e di popoli, fondata sulla consapevolezza delle comuni origini e sulla volontà di camminare insieme al di là delle differenze, è andata forse irrimediabilmente perduta. La mancanza di un’identità comune riconosciuta, di una volontà forte degli Stati fondatori di voler costruire un soggetto unitario, in prospettiva, anche politico, la difficoltà nel coordinamento delle politiche nazionali soprattutto in campo economico e fiscale, l’impossibilità di raggiungere un grado soddisfacente di compatibilità nelle parità monetarie, nelle dinamiche dei salari e dei prezzi, l’assenza di precisi impegni a favore delle aree più depresse, mi sembravano ieri, quando ne parlai per la prima volta a Firenze nel 1978, segnali preoccupanti, che indicavano il rischio di ridurre quello che allora si chiamava ancora SME ad una semplice area di libero scambio.</p>
<p>L’attenzione che negli anni ho continuato a rivolgere verso questi temi, pubblicando articoli su quotidiani e riviste, ha avuto poi una declinazione ancor più pubblica ed alta quando, nel novembre 2011, ho promosso un grande convegno dal titolo quanto mai significativo “<em>Può l’Italia uscire dall’euro?</em>”. In quella circostanza ribadivo le mie convinzioni di sempre, e cioè che l&#8217;Europa unita è stata un&#8217;avventura ambiziosa, ma mal avviata, e cresciuta anche peggio e che il nostro Paese era entrato in Europa sotto la spinta dell&#8217;esigenza di bilancio nella peggiore delle situazioni possibili. I negoziatori per conto dell&#8217;Italia avevano dimenticato il nostro ingente patrimonio, e considerato solo il nostro debito pubblico. Le premesse di un esito così poco felice – facevo presente – erano state gettate diversi anni prima, allorché nel settembre del 1992 l’allora Governatore della Banca d’Italia Ciampi, nel gestire il riallineamento della parità delle monete dello SME, determinò una svalutazione del 30% della lira. Anche sul fronte dei conti pubblici – ripetevo – l’adozione d’interventi inadeguati e controproducenti risaliva agli inizi degli anni ’90, allorché il governo di allora, su indicazione del Governatore della Banca d’Italia, chiese alla Comunità europea un prestito senza che vi fosse alcun motivo di natura finanziaria, ma semplicemente per ragioni di malinteso prestigio del Paese.</p>
<p>Detto prestito contribuì a migliorare i conti pubblici del 1993 rispetto all’anno precedente per una cifra assai modesta, tra i 3 ed i 5 mila miliardi di lire, ma a fronte di ciò, dopo più di trenta anni, la crescita del Paese divenne negativa (-0,7 per cento), e furono persi tra i 500.000 ed i 600.000 posti di lavoro.</p>
<p>Oggi, non c’è più alcun dubbio che siamo ben lontani dall’Europa dei popoli e dal progetto immaginato dai Padri fondatori, ed è palese la distanza siderale che separa le istituzioni comunitarie, burocratiche, invadenti ed i cittadini europei, che devono affrontare quotidianamente i bisogni primari. Il processo di allontanamento dal progetto originario si è approfondito tra la fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90, allorché è stata ribaltata l’architettura prevista nel Trattato di Roma, sposando via via la forma assurda di una piramide rovesciata. E lo strumento principale per arrivare al punto attuale è stato l’eccesso di regole su tutto, anche sulle cose minime. Questa Europa ha sostituito sia il potere dei governi che la volontà dei popoli e non è riuscita a gestire nessuna sfida che l’ha coinvolta, in particolare, l’allargamento dell’Unione, la globalizzazione, l’euro, le ripetute crisi. La politica deflazionistica imposta dalla Germania, ossessionata dallo spettro di Weimar, ha fatto il resto.</p>
<p>L’Italia, dal canto suo, ha progressivamente perso quote crescenti di sovranità a favore dell’ordinamento comunitario (con l’introduzione nella Costituzione nel 2001 dei vincoli europei, con le politiche di austerità durante il governo Monti, con la spoliazione economica causata dal trade-off tra contributi versati e contributi ricevuti). Già nel convegno del 2011 sostenevo che era arrivato il momento di riflettere e di ricercare le soluzioni che potevano consentire di rimodellare il progetto europeo, con una revisione dei trattati in senso più aderente al disegno originario, senza escludere a priori anche un ripensamento circa la nostra adesione alla UE ed all’euro. Non si poteva più accettare la visione egoistica e rigorista dell’Europa imposta dalla guida tedesca, che si concentra sulla lotta all&#8217;inflazione e sull’austerità ed il rigore nei conti pubblici, dimenticando crescita e sviluppo. E sulla questione dicevo che, a mio giudizio, sarebbe stato opportuno sentire come la pensavano gli italiani, attraverso una consultazione popolare, com’era accaduto in molti Paesi membri.</p>
<p>In un successivo convegno dal titolo “<em>Una nuova concezione dell’ordine mondiale: gli Stati Uniti (politici) d’Europa</em>”, tenutosi a Roma il 27 gennaio 2016, ho aggiornato e dettagliato le mie riserve verso il progetto europeo, soffermandomi sull’introduzione della moneta unica, per la quale sono stati sbagliati i tempi ed i modi. Invece di fare prima l&#8217;Europa come architettura istituzionale e politica, lo stato federale, cui costruire intorno politiche economiche e fiscali comuni, indirizzi di politica estera e di sicurezza condivisi, si è preferito fare l&#8217;euro, contraddicendo ogni logica, che contempla che prima vi sia un vero governo politico e delle politiche economiche convergenti, e poi si crea la moneta. A questo risultato ha contribuito, senza dubbio, anche lo scenario internazionale dell’epoca. Una volta finita la guerra fredda, allentatesi le tensioni tra Est e Ovest, avviatosi il processo di globalizzazione, sono ritornati in auge i nazionalismi ed i particolarismi, per cui si è preferito, pur di far avanzare in qualche modo il progetto europeo, percorrere la strada della moneta unica come compromesso e come risposta alle sfide del cambiamento in atto. Il trasferimento di sovranità in materia monetaria, senza un potere politico centrale forte ha, però, reso assai pericolosa l’intera operazione. L’euro, come ho sempre detto, rappresenta, pertanto, un&#8217;anomalia assoluta, figlia di una moneta troppo forte per un’economia viceversa debole, e che non è in grado di reagire agli <em>shock</em> con tutti gli strumenti che, invece, i Paesi a normale sovranità monetaria possono utilizzare. Nella citata circostanza, dopo aver stigmatizzato le scelte di austerità a livello europeo, nonché quelle altrettanto sbagliate del nostro Paese, per cui invece di ridurre il carico fiscale su famiglie ed imprese, si è preferito aumentarlo, senza tagliare la spesa pubblica improduttiva, ripetevo la proposta del 2011 per l’Europa, e cioè una comunità di Stati federati, politicamente unita, ispirata al liberalismo (competizione, merito, meno welfare pubblico ormai insostenibile, Stato leggero), a principi di libertà (troppo spesso limitata in favore di una malintesa giustizia sociale, che equipara al ribasso le possibilità di ciascuno), di solidarietà tra popoli, in cui il benessere diffuso, una maggiore qualità della vita, la tutela dei diritti sociali fossero obiettivi prioritari. Per quanto riguardava l’Italia, ribadivo che occorreva pensare con urgenza ad una soluzione alternativa che contemplasse, se del caso, uno sganciamento morbido e graduale quanto meno dall’euro. Nell’occasione segnalavo come questo passo lo avessero già fatto altri Paesi quali il Regno Unito, alcuni Paesi dell’est Europa, la Grecia, all’apice della crisi che l’ha interessata.</p>
<p>Le medesime tesi ho esposto nel convegno intitolato “<em>Costruire l’Europa politica in base a valori condivisi e di convenienza economica</em>”, svoltosi a Roma il 1° dicembre 2016, in cui sottolineavo come l’uscita del Regno Unito decretata dal referendum del giugno dello stesso anno non stava causando quei grandi problemi al Paese che erano stati paventati. Ad un anno dall’esito del referendum, l’economia inglese ha beneficiato della svalutazione della sterlina, ha consolidato la crescita, ha quasi azzerato la disoccupazione che è al minimo da 43 anni. Anche in quell’occasione, ripetevo che bisognava cominciare a pensare seriamente ad una soluzione morbida, fondata sulla permanenza nell’euro, accertato l’impatto devastante che avrebbe un’uscita tout court, ma con una graduale reintroduzione di una nuova moneta nazionale accanto all’euro, ipotizzando una doppia circolazione, l’euro per i rapporti esterni, per le importazioni ed esportazioni, e la nuova moneta, che potrebbe tranquillamente chiamarsi lira, per gli scambi interni ed i pagamenti dello Stato. Per i pagamenti dello Stato si sarebbe potuto ipotizzare l’introduzione dei certificati di credito fiscale (ccf), che sarebbero stati emessi dal governo e sarebbero stati, in sostanza, dei crediti sulle tasse future (a due anni), con l’auspicio che essi venissero gradualmente percepiti come moneta e utilizzati negli scambi, soprattutto tra imprese e tra quest’ultime e lo Stato. Un po’ come il Regno Unito, la Danimarca, la Svezia e Paesi dell’Est come Bulgaria, Romania, Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, che continuano ad avere la propria moneta nazionale, sebbene, in taluni casi, i prezzi di beni e servizi siano espressi anche in euro.</p>
<p>Numerosi sono anche gli esempi di valute integrative e complementari introdotte per ampliare la massa monetaria interna e per consentire ai possessori l’acquisto di beni e servizi. Negli Stati Uniti, ad esempio, l’Ithaca Hours, in Svizzera il Wir, creato nel 1934 ed ancora circolante come sistema di valuta complementare per le piccole e medie imprese, in Giappone con un sistema di crediti destinati all’assistenza domiciliare ed agli anziani, in Gran Bretagna, più precisamente a Bristol, dove nel 2012 è stata lanciata una moneta locale da affiancare al pound, con cui poter pagare anche le tasse. Ancor più di recente, l’agosto scorso, in Estonia è stata lanciata la proposta di emettere una criptovaluta sulla scorta del “bitcoin” per finanziare la digitalizzazione del Paese, già avanzatissima, ed addirittura di emettere un’offerta pubblica di moneta mediante gli estcoin. Senza parlare, infine, della moneta che sta diventando universale, denominata, appunto, “bitcoin”. L’innovazione digitale (per esempio, la piattaforma Blockchain alla base del funzionamento delle criptomonete come i “bitcoin”, sistema che diverse authorities internazionali e la Banca d’Italia stessa stanno cominciando a studiare e monitorare), accompagna le idee e le iniziative di introdurre valute complementari, utilizzabili per gli scopi più vari. Sono tutti segnali che l’euro non è l’unica soluzione possibile.</p>
<p>Alla mia idea di doppia circolazione si associavano successivamente, almeno a giudicare dalle affermazioni sulla stampa, alcuni leader politici nazionali, ma senza dare alla proposta contenuti concreti e, direi, con ben scarsa convinzione. Peraltro, nel proporla fin da allora, non potevo fare a meno di sottolineare che un’operazione del genere presenta grandi difficoltà e complessità e richiede, dunque, di essere studiata con la massima attenzione ed equilibrio, valutandone la fattibilità e la convenienza in termini economico-finanziari per il nostro Paese. Quest’analisi è stata egregiamente fatta, ancora una volta con grande professionalità, da Mediobanca che, in un rapporto uscito all’inizio del corrente anno, si è soffermata soprattutto sugli eventuali costi legati alla reintroduzione della lira con riferimento al nostro debito. Dopo aver evidenziato che la ridenominazione del debito nell’eurozona dipende dal grado di libertà concesso, dal fatto, cioè, che i titoli di stato rispondono alle leggi nazionali ma, allo stesso tempo, alle clausole dell’Unione Europea sulle azioni collettive (CAC acronimo di <em>Collective Action Clauses, </em>che impediscono di ridenominare il debito in una nuova valuta se almeno il 25% dei possessori dei titoli non è d’accordo), Mediobanca stima una perdita di 280 miliardi di euro, assumendo una svalutazione della lira del 30% e un raddoppio del differenziale dei prezzi tra Italia e Germania. Tale perdita, tuttavia, sarebbe in parte controbilanciata da un guadagno di 191 miliardi di euro dovuto alla <em>Lex monetae</em> sui titoli in base alle legge nazionale. Con il Decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze n. 96717 del 7 dicembre 2012 l’Italia, infatti, ha dato il suo consenso all’implementazione obbligatoria dei CAC su ogni emissione sovrana con scadenza superiore all’anno. Sulla base delle stime di Mediobanca, la migrazione ai bond soggetti alle clausole CAC nel periodo 2013-2016 ha lasciato il Paese con titoli per un controvalore di euro 932 miliardi, che potrebbero beneficiare della Lex monetae, che consente il pagamento dei debiti in lire. La ridenominazione porterebbe, pertanto, a un guadagno di euro 191 miliardi. Ma quello che al di sopra di ogni altra considerazione ha evidenziato il rapporto di Mediobanca è che l’Italia è a un punto di svolta tra i guadagni derivanti dalla <em>Lex monetae</em> e le perdite derivanti dalle clausole CAC. Le possibilità e la convenienza per l’Italia di uscire dall’euro, tuttavia, si riducono con il passare del tempo. Anzi, si aggiunge che il momento ottimale per uscire dall’euro è stato già superato, almeno in termini strettamente finanziari, e che col passare degli anni farlo diventerà sempre più costoso e meno conveniente. Nel corso dei prossimi quattro anni diventerà proibitivo.</p>
<p>Non ci sarebbe, dunque, tempo da perdere, e la classe politica dovrebbe mostrarsi finalmente responsabile e matura, mettendo da parte le divisioni e valutando seriamente questa ipotesi con saggezza e lungimiranza, come vado proponendo da tempo. Perfino Draghi, che fino a poco tempo fa considerava l’unione monetaria un progetto irreversibile, ha sostenuto che sarebbe possibile, ipoteticamente, uscire dall’euro, anche se prima bisognerebbe regolare i pagamenti tramite il Target 2, cioè i rapporti di debito/credito vigenti con il resto dell’Eurozona, che per l’Italia, significherebbe sostenere un previo pagamento di passività per 358,6 miliardi di euro, stando ai dati al 30 novembre 2016.</p>
<p>E in questo scenario potrebbe prevedersi, ed è un’altra mia ipotesi, la creazione di una o più aree di libero scambio da individuare nel Meridione, per contribuire a sanare il divario sopra ipotizzato.</p>
<p>Come si vede, uscire unilateralmente dall’euro è assai oneroso e sempre meno praticabile col passare del tempo. Certamente meglio una soluzione più morbida, come la doppia circolazione da me ipotizzata. La mia proposta, condivisa anche da diversi osservatori economici, contempla una riforma dell’unione monetaria che consenta ai Paesi membri che lo richiedano di mantenere la propria valuta nazionale in circolazione nel mercato interno e di utilizzare la moneta comune negli scambi esterni. L’euro diverrebbe in tal modo un’unità di conto internazionale per agevolare gli scambi fra Paesi europei (sul modello del “bancor” keynesiano), mentre la nuova moneta nazionale verrebbe emessa da Bankitalia. In tal modo il Paese riacquisterebbe una forma mediata di sovranità (parziale, in quanto il cambio con la moneta comune, l’euro, dovrebbe essere comunque semi-fisso), pur non rinunciando alla prospettiva d’integrazione europea. La BCE si trasformerebbe in una sorta di camera di compensazione fra debiti e crediti dei sistemi bancari dei Paesi membri, e si porrebbe a garanzia del debito estero degli stessi; mentre il debito interno sarebbe garantito dalle banche centrali nazionali.</p>
<p>Certamente, come tutte le azioni di politica economica, anche una scelta in tal senso avrebbe dei costi e dei benefici. Ma poiché sono assolutamente convinto che l’Europa così com’è non uscirà dalla crisi in cui versa, meglio quanto meno cominciare ad esaminare nel nostro Paese la possibilità di introdurre la doppia moneta, piuttosto che continuare a sperare in soluzioni miracolistiche che difficilmente si realizzeranno.</p>
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