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	<title>Gli italianiIl primo Papa Gesuita della storia. Riflessioni sul viaggio di Bergoglio in Sud America &#8211; Gli italiani</title>
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	<title>Il primo Papa Gesuita della storia. Riflessioni sul viaggio di Bergoglio in Sud America &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>Il primo Papa Gesuita della storia. Riflessioni sul viaggio di Bergoglio in Sud America</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Jul 2015 10:04:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/il-primo-papa-gesuita-della-storia-riflessioni-sul-viaggio-di-bergoglio-in-sud-america/"><img width="400" height="300" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/05/carloripadimeana.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/05/carloripadimeana.jpg 400w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/05/carloripadimeana-300x225.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/05/carloripadimeana-85x64.jpg 85w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></p><hr /><p>Quando fra pochi giorni Papa Bergoglio, il primo Gesuita della storia mai salito al soglio pontificio, atterrerà all’aeroporto Silvio Pettirossi di Asunción, in quell’angolo di Sudamerica che sta tra Bolivia, Argentina e Brasile e che si chiama Paraguay, ripenserà certo a Ignacio de Loyola, soldato di Cristo, fondatore dell’ordine dei Gesuiti, al quale Bergoglio appartiene. Il “preposito generale” Ignacio, che da ex militare conosceva bene il valore della disciplina, pretendeva dai suoi adepti un’obbedienza assoluta, perinde ac cadaver (espressione già usata, guarda caso, da San Bonaventura nella sua Legenda Maior della vita di San Francesco), perché, sosteneva lui, solo nell’obbedienza&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Quando fra pochi giorni Papa Bergoglio, il primo Gesuita della storia mai salito al soglio pontificio, atterrerà all’aeroporto Silvio Pettirossi di Asunción, in quell’angolo di Sudamerica che sta tra Bolivia, Argentina e Brasile e che si chiama Paraguay, ripenserà certo a Ignacio de Loyola, soldato di Cristo, fondatore dell’ordine dei Gesuiti, al quale Bergoglio appartiene. Il “preposito generale” Ignacio, che da ex militare conosceva bene il valore della disciplina, pretendeva dai suoi adepti un’obbedienza assoluta, </em><em>perinde ac cadaver</em><em> (espressione già usata, guarda caso, da San Bonaventura nella sua </em><em>Legenda Maior</em><em> della vita di San Francesco), perché, sosteneva lui, solo nell’obbedienza incondizionata l’uomo trova la libertà e la felicità.</em></p>
<p><em>Ascoltando il rombo delle </em><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Cascate_dell%27Iguaz%C3%BA">Cascate dell&#8217;Iguazú</a>, Bergoglio ripenserà forse a quando i missionari della Compagnia di Gesù “civilizzavano” (più che evangelizzare) gli indigeni guarany, che giravano nudi, i corpi adorni solo di biacca, pitture, tatuaggi e piume colorate, li organizzavano in un vero e proprio esercito e cercavano di tenerli lontani dagli insediamenti portoghesi e spagnoli e dai cacciatori di schiavi.</p>
<p>Al nostro immaginario collettivo si affaccia lo struggente film <em>The Mission,</em> del <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/1986">1986</a>, diretto da <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Roland_Joff%C3%A9">Roland Joffé</a>, vincitore della <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Palma_d%27oro">Palma d&#8217;oro</a> al <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Festival_di_Cannes_1986">39º Festival di Cannes</a>, con la indimenticabile colonna sonora di Ennio Morricone. Di quel film, ricordo soprattutto i paesaggi spettacolari e le file dei poveri guarany ridotti in cattività.</p>
<p>Il Paraguay fu una straordinaria “invenzione” dei gesuiti, una specie di utopia realizzata, l’esportazione di un modello razionale su un terreno vergine, che non poteva che suscitare la grande curiosità del secolo dei lumi. Si trattava di una sofisticata forma di teocrazia, unica al mondo.</p>
<p>La libertà e la felicità dei guarany divennero perciò oggetto dell’interesse dei <em>philosophes</em> e dei politici del Settecento. Anche il <em>Candide</em> di Voltaire finisce in Paraguay e la sua guida indigena gli spiega che quella “forma di governo è cosa ammirevole: i padri hanno tutto e il popolo non ha niente.”</p>
<p>A manifestare entusiasmo per la “singolare amministrazione” ecclesiastica dei gesuiti, furono fra gli altri Montesquieu, d’Alembert, Charles de Brosse, Diderot, che in una voce dell’<em>Encyclopédie </em><em>si domanda cosa sia un gesuita: “è un sacerdote secolare? è un sacerdote regolare? è un laico? è un religioso? è un uomo di comunità? Il gesuita è tutto questo ma non è precisamente questo.”</em><strong><span style="text-decoration: underline;">  </span></strong></p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Inutile addentrarsi ora</span><em> nei particolari di questo periodo della storia coloniale, peraltro non privo di confusione; certo è che quando cominciarono le rivalità sulla divisione dei territori della “conquista” tra Spagna e Portogallo, i Gesuiti, cacciati dal Regno di Spagna (1766), perché diventati troppo potenti e pericolosi, vennero espulsi anche dalle colonie d’oltremare.</em></p>
<p><em>Va detto tuttavia che le dotte riflessioni di filosofi, matematici, scienziati e scrittori del Settecento sull’utopia che i gesuiti avevano realizzato in Paraguay, erano puramente teoriche. L’unico che volle andare a vedere di persona come stavano le cose, fu il conte di Bougainville, navigatore, giramondo, esploratore e matematico insigne, il quale però giunse nel nuovo mondo troppo tardi, quando i gesuiti avevano già dovuto fare fagotto e abbandonare le loro </em><em>misiones</em><em>. Unica consolazione per l’ammiraglio Bougainville fu la scoperta di una bellissima pianta, che da lui prese il nome e che oggi fiorisce in tutti i nostri giardini. </em></p>
<p><em>Anche la yerba mate, la classica bevanda argentina tanto gradita a Papa Bergoglio (e a Che Guevara) risale al tempo in cui i gesuiti impararono dai guarany a usare foglie di mate, acqua calda e </em><em>bombilla</em><em> per consumare quella che veniva chiamata l’“erba del Paraguay”. </em></p>
<p><em>Forse non è difficile a questo punto capire perché i gesuiti avessero suscitato anche tante ostilità e maldicenze: troppo ricchi, troppo colti, troppo avidi di potere, e poi ipocriti, come si addice a confessori di teste coronate, e quindi partecipi di segreti di Stato. </em><span style="text-decoration: underline;">Oggi, la definizione del dizionario Devoto-Oli, è assai più succinta di quella di Diderot:   </span><em>gesuita s.m. 1. Appartenente alla Compagnia di Gesù 2. ipocrita, simulatore.</em></p>
<p><em>La Compagnia di Gesù venne soppressa da papa Clemente XIV nel 1773, ma una quarantina di anni dopo, nel 1814, venne ripristinata da Pio VII in tutto il mondo. </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Durante la sua visita in Sudamerica, Papa Bergoglio potrà dare anche una rispolverata alla mai dimenticata teologia della liberazione, e ribadire alcuni concetti espressi nella sua ultima “enciclica”, la cosiddetta enciclica verde. </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Recentemente, il <em>New York Times</em> ha interpellato tutti i suoi corrispondenti in giro per il mondo, per capire come era stata accolta l’enciclica “ambientalista” di Papa Bergoglio e con un certo stupore ha scoperto che durante la predica domenicale ben pochi sacerdoti ne hanno parlato. Se infatti l’argomento è stato affrontato dai pulpiti di Lima, delle Filippine e del Messico, pare che nessuno abbia sfiorato l’argomento nelle parrocchie di Mumbai, Lagos, Roma, Buenos Aires e Santiago del Cile. Lo stesso dicasi per Rhode Island e la Carolina del Nord. Tanto per citarne alcune.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Forse la ragione di questo silenzio (a fronte di tutto il can can sui giornali italiani), è da attribuire al fatto che nonostante la collaborazione di un team di studiosi, l’enciclica “ambientalista” non dice nulla di nuovo, dal punto di vista scientifico, climatico. Rimastica i vecchi temi della green economy, del global warming e i soliti catastrofismi da imputare ad azioni antropiche, diventati ormai oggetto di dubbi e controversie. Senza arrivare ad atteggiamenti negazionisti, oggi molti studiosi sono su posizioni di scetticismo per quanto riguarda tutto questo. Ci sono state critiche, ripensamenti, novità. Io stesso ho rivisto la posizione che ho sostenuto durante i miei anni in Europa per quanto riguarda la <em>carbon tax</em>. La verità è che non sono tanto i paesi ricchi a contribuire al riscaldamento globale con abbondanti emissioni di gas, ma i paesi in via di sviluppo, i paesi poveri.</p>
<p>A leggere Bergoglio, sembrerebbe che trasformare di meno, produrre di meno, consumare di meno possa aiutare ad aumentare il benessere del mondo, a ridurre la povertà e la disuguaglianza. Anche San Francesco, dice l’enciclica, lasciava una parte dell’orto incolta. Dubito che questa sia una buona ricetta per sfamare i poveri del mondo, per sanare le disuguaglianze!</p>
<p>L’enciclica non fa altro che proporre come soluzione a tutti i problemi una zoppicante teoria della decrescita, più o meno felice, alla Serge Latouche.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non intendo confutare le tesi di Bergoglio, addentrandomi in particolari tecnici e scientifici. Voglio solo dire che se in passato ho espresso qualche riserva soprattutto sui suoi atteggiamenti un po’ istrionici e invadenti da grande prestigiatore, oggi vorrei sottolineare alcune critiche culturali e politiche, che mi sento di riassumere in un giudizio complessivo di contrasto e di estraneità dall’azione e dall’influenza di Papa Jorge Mario Bergoglio, Primo Papa Gesuita della storia.</p>
<p>Mi pare anzi che con il passare degli anni il suo magistero rappresenti il massimo punto di debolezza delle società occidentali europee e americane, dopo il declino degli Stati Uniti d’America, incarnato dal presidente Barack Hussein Obama (“personaggio da quattro soldi”, lo definisce il professore Giovanni Sartori) ormai in difficoltà non solo nella sua politica estera, ma anche nella politica interna degli Stati Uniti, dove si è determinata una disastrosa ripresa delle tensioni razziali.</p>
<p>Ho guardato con occhio critico la visita ufficiale che Papa Bergoglio ha riservato il 28 novembre dello scorso anno al premier turco Erdogan, quando ad Ankara ha fatto il giro delle stanze del Kremlino dell’islamismo turco senza batter ciglio, aggirandosi nel “Palazzo bianco,” la sfarzosa residenza costata più di mezzo miliardo di dollari, al centro di accese polemiche nel Paese della Mezzaluna. Non posso nascondere il malessere che questa visita mi ha suscitato, osservando le sempre più scoperte simpatie turche per i tagliagole dell’Isis. Non è un mistero infatti che i terroristi (o aspiranti tali) viaggiano indisturbati tra Turchia e Siria.</p>
<h1>Considero criticabile l’impianto pauperistico che connota il magistero di Bergoglio e ritengo particolarmente nociva all’interno di questo mainstream l’applicazione della teologia della liberazione perseguita con rinnovato vigore negli ultimi due anni con la pubblicazione per i tipi della Emi (Editrice missionaria italiana), Padova, del volume di Gustavo Gutiérrez e <a href="http://www.emi.it/gerhard-ludwig-muller">Gerhard Ludwig</a> Müller, <em>Dalla parte dei poveri. Teologia della liberazione, teologia della chiesa,</em> uscito nel 2003 e ripubblicato nel 2013. Gutierrez nel 1973 aveva “inventato” la <em>Teologia della liberazione</em>, e spiegato in un libro la sua nozione di povertà cristiana, tanto cara a questo pontefice.</h1>
<h1>Vito Mancuso, su “Repubblica”, ha affermato che parlando di “cura della casa”, il papa deve essere arruolato a buon diritto tra i teorici della teologia della liberazione sudamericana. Da qui al <em>foquismo guerrillero</em> di Che Guevara il passo è breve. Si tratta della ben nota teoria della propagazione del “foco” insurrezionale da un paese all’altro, che nell’immaginario di Guevara poteva fare divampare la Rivoluzione, teoria espressa nel breve “messaggio” che il Che scrisse qualche mese prima di sparire in Bolivia, e pubblicato dalla “Tricontinental”, intitolato <em>Creare due, tre molti Vietnam</em>, che esordisce con la citazione di una famosa frase di José Martí, eroe della “rivoluzione” cubana contro gli spagnoli: <em> Es la hora de los hornos</em> <em>y no</em> <em>se ha de ver más que la luz</em>. Una teoria ahimé fallimentare, a giudicare dai due casi in cui il Che la applicò, vale a dire in Congo e in Bolivia, dove non “esportò” nessuna rivoluzione, ma ci rimise la vita.</h1>
<h1>Vorrei dire anche che Bergoglio ha toppato ripetutamente, clamorosamente nei suoi appelli all’Islam includendolo tra le fedi presentabili, ma tacendo sul Califfato, sull’Isis all’opera. Ha finito per ridicolizzare il suo biennio, convocando l’8 giugno del 2014 nei giardini vaticani Shimon Perez e Abu Mazen, recandosi al muro del pianto (26 maggio 2014) e infilando negli interstizi messaggi concilianti (“Sono venuto a pregare e ho chiesto al Signore la grazia della pace&#8221; ha detto) e poi, l’anno dopo, il 16 maggio del 2015, convocando a Roma Abu Mazen e chiamandolo “angelo della pace”, affermazione smentita dal quasi sincrono rapporto di Amnesty International (marzo 2015) che parla di “responsabilità” del presidente palestinese nella escalation di violenza nella striscia di Gaza. Non ho mai sentito Papa Bergoglio alzare tempestive condanne nei confronti delle stragi compiute in Egitto dal Governo della Fratellanza Musulmana, delle chiese cristiane bruciate e dei fedeli trucidati brutalmente. E dire che anche Andra Riccardi ha scritto più volte su queste stragi: <em>Cristiani uccisi (e dimenticati),</em> “Corriere della Sera” del 15 aprile 2014.</h1>
<h1>A tale proposito entriamo nel problema delle persone in fuga dall’intera Africa Nera, dalla Siria, dalla Libia, dell’errore del Papa quando da Lampedusa lanciò un appello, un richiamo di benvenuto a tutte quelle popolazioni, senza tener conto dei rischi e dei pericoli.</h1>
<h1>Infine, ritengo che Bergoglio stia mettendo a rischio il grande dono che abbiamo ricevuto dal nostro Risorgimento, quando con la proclamazione di Roma capitale d’Italia, venne solennemente pronunciata la frase “libera chiesa in libero stato.” Obietto infatti alla crescente invadenza del Papa nei codici italiani, nel sistema penale, con critiche alla durata della pena e all’ergastolo, al reato di clandestinità, fino alla sua mai smentita ingerenza nelle questioni strettamente romane, almeno a stare alle affermazioni del sindaco Ignazio Marino, che sostiene di sentirlo “quotidianamente” al telefono e di consideralo un suo prezioso “consigliere”.</h1>
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