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	<title>Gli italianiImmigrazione, fenomeno fuori controllo &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>Immigrazione, fenomeno fuori controllo</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 17:06:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/immigrazione-fenomeno-controllo/"></a></p><hr /><p>di FABRIZIO BIANCO In Italia e in Europa, l’immigrazione di massa non si è tradotta in un’integrazione dei nuovi arrivati. Quest’ultimi, seppur non discriminati, hanno in più casi preferito non lasciarsi assorbire dalla popolazione nazionale ospitante, e in diverse occasioni membri rappresentativi di talune comunità, specifiche per etnia, cultura o religione, non hanno perso occasione per disprezzare l’identità della popolazione nazionale ospitante e per dichiarare il loro intento di volersi a essa sostituire. Tale fenomeno ha così permesso il concretizzarsi di certe realtà scomode destanti allarme sociale, che per di più hanno assunto sempre più spesso i connotati di piccole&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di FABRIZIO BIANCO<br />
In Italia e in Europa, l’immigrazione di massa non si è tradotta in un’integrazione dei nuovi arrivati. Quest’ultimi, seppur non discriminati, hanno in più casi preferito non lasciarsi assorbire dalla popolazione nazionale ospitante, e in diverse occasioni membri rappresentativi di talune comunità, specifiche per etnia, cultura o religione, non hanno perso occasione per disprezzare l’identità della popolazione nazionale ospitante e per dichiarare il loro intento di volersi a essa sostituire. Tale fenomeno ha così permesso il concretizzarsi di certe realtà scomode destanti allarme sociale, che per di più hanno assunto sempre più spesso i connotati di piccole ma crescenti nazioni all’interno della nazione ospitante.<br />
Il liberale e inclusivo Occidente forse tende troppo spesso a sottovalutare il senso o il sentimento di appartenenza, a cui è strettamente connesso il complesso tema dell’immigrazione e della sua stessa integrazione.<br />
Chi vive e lavora all’interno di un Paese diverso da quello di origine, non può considerarsi integrato se, del Paese in cui risiede, oltre a rispettarne leggi e regole vigenti, non ne rispetta anche usi e consuetudini, o se intento a osteggiare la possibilità per sé e per i propri familiari di mischiarsi con la popolazione nazionale del territorio in questione.<br />
È difficile considerare integrati individui che, per motivi culturali, religiosi o etnici, non intendono lasciarsi assorbire dalla popolazione locale del Paese che li ospita, e continuano a rivendicare l’appartenenza a una comunità che fa capo al proprio Paese di origine, pretendendo di trasferire regole, usi, costumi e consuetudini di quest’ultimo all’interno di una Patria altrui. Il trasferimento di un Paese all’interno di un altro, ossia di una Patria altrui, significherebbe la colonizzazione di quest’ultima da parte di un altro popolo e in qualche modo del suo stesso Paese di origine.<br />
Certe comunità di origine straniera risultano alquanto impenetrabili e restie a lasciarsi integrare e assorbire dalla popolazione locale.<br />
Parlare d’integrazione in termini di comunità potrebbe risultare alquanto controverso o contraddittorio. Integrare una comunità straniera in termini etnico-culturali significa assorbirla, e un tale assorbimento equivale al dissolvimento stesso di quella comunità. Finché in un Paese esiste una comunità che rivendica un proprio diverso senso di appartenenza rispetto alla popolazione locale, risulta difficile considerare gli appartenenti a quella comunità come individui pienamente integrati o integrabili nel Paese in cui risiedono. Ecco perché avrebbe senso parlare solo di integrazione individuale e non di integrazione di una comunità. Se ogni individuo fosse integrato, nessuna comunità distinta o separata, all’interno della popolazione di una nazione, avrebbe ragione di esistere.<br />
Il concetto di appartenenza è alla radice di tutta la questione relativa all’integrazione, e ciò riguarda il singolo individuo. L’esistenza di una comunità in quanto tale, all’interno di una nazione diversa da quella di origine, è già di per sé un primo elemento di mancata integrazione per quegli individui che ne fanno parte.<br />
Quale senso di appartenenza alla nazione italiana possono nutrire cittadini che, pur muniti di passaporto italiano, dimostrano generazione dopo generazione di rispondere solo alla propria comunità di origine straniera, considerando patria la nazione di provenienza della loro stessa comunità?<br />
Molti cittadini italiani di seconda o terza generazione, soprattutto se originari di Paesi non occidentali o non cristiani, posti di fronte a un’eventuale scelta obbligata, opterebbero molto probabilmente per la nazionalità del Paese di origine dei propri genitori o dei propri nonni, anziché per quella italiana.<br />
Oggi, sempre più italiani fanno fatica a considerare proprio connazionale chi, al di fuori dei rapporti legati alla propria attività lavorativa, intrattiene rapporti di amicizia o promuove unioni familiari solo all’interno della propria comunità di origine straniera, oppure chi, cittadino italiano di seconda o terza generazione, considera patria non l’Italia, ma quella dei propri nonni.<br />
Purtroppo la questione dei flussi migratori sembra dover fare i conti non solo con la consistenza dei flussi stessi, ma anche con la loro provenienza. Certe immigrazioni, rispetto ad altre, sembrerebbero poco o meno disposte a integrarsi.<br />
Tutto ciò dovrebbe far riflettere non solo l’Italia, ma ogni singola nazione europea e occidentale, sui termini e sulle condizioni da far rispettare nel concedere la propria cittadinanza. D’altronde la questione della cittadinanza e della sua concessione non dovrebbe preoccuparsi di certi termini o parametri d’inclusività, in quanto essa non va confusa con la questione dei diritti umani che non è certo in discussione. Diritti come per esempio quello all’istruzione o alla sanità sono garantiti a tutti gli immigrati, indipendentemente dalla loro nazionalità.<br />
Oggi, certe comunità di origine straniera, che intendono affermarsi come a sé stanti rispetto alla popolazione locale, rischiano di dimostrarsi inosservanti di fronte a regole, usi, consuetudini e tradizioni locali, e quindi un ostacolo all’integrazione stessa. Ciò rischia di configurarsi come una forma di discriminazione da parte di una minoranza di origine straniera nei confronti di una maggioranza autoctona che le ha offerto ospitalità, nonché come una nazione all’interno di una nazione sovrana altrui.<br />
In Europa ormai da tempo si registra la presenza di comunità di origine extra-europea di non trascurabili dimensioni che, ancorate per religione, cultura, usi e costumi al proprio Paese di origine, tendono a isolarsi e a far valere le loro regole all’interno delle nazioni che le ospitano, comportandosi di fatto come delle piccole nazioni straniere interne.<br />
Nella storia, i rapporti fra i Paesi possono mutare per motivi di varia natura, non ultimi quelli politici, e contrapposizioni possono generarsi e acuirsi. Di fronte a ciò non si può escludere che una comunità di origine straniera, o parte di essa, con passaporto o cittadinanza del Paese in cui risiede, riconosca come sua Patria il Paese di origine, e finisca per nutrire dissapori nei confronti del Paese e del popolo che le ha offerto accoglienza. Per la Nazione europea accogliente e per il suo popolo, il rischio è quello di ritrovarsi una comunità straniera avversa in Patria.<br />
In tutta Europa il fenomeno immigratorio di massa, caratterizzato da flussi contraddistinti da proporzioni notevoli, sta ormai destando più di qualche allarme sociale, rischiando di diventare un fenomeno fuori controllo, che non pochi temono possa trasformarsi in un fenomeno dai connotati non troppo dissimili da quelli di una vera invasione in grado di realizzare una vera sostituzione di popoli, cultura e civiltà.<br />
Se oggi, in pochissimo tempo, gran parte dell’Africa si trasferisse in Europa, in virtù di un falso umanesimo mosso nell’interesse di pochissimi a danno sia dei popoli europei che di quelli africani, l’Europa sarebbe ancora tale? Senza un’integrazione a livello individuale, si potrebbe ancora identificare l’Europa come quel territorio espressione di quella civiltà e cultura classica, cristiana e occidentale, oppure ci troveremmo di fronte a civiltà contrapposte per valori culturale o credo, dove i nuovi arrivati intendono sostituirsi a chi su quei territori una civiltà millenaria l’ha già creata?<br />
Forse, in Europa e in tutto l’Occidente, il troppo senso autocritico e il continuo auto colpevolizzarsi per questioni e vicende storiche andrebbero rivisti e ripensati. Soprattutto non si possono giudicare certi fatti storici, di cui l’Europa si è resa protagonista in modo negativo, con quella sensibilità di oggi, maturata dopo secoli di conquiste sociali e civili. In particolare, l’Italia, a differenza di altre nazioni europee, democratiche o meno, non si è resa neanche protagonista di episodi così infausti legati al colonialismo. Occorre ricordare come, da una parte, qualche specifica nazione democratica esercita tutt’oggi il proprio signoraggio bancario su proprie ex colonie, e come, dall’altra, l’Italia dovrebbe essere tenuta a subire ondate immigratorie irregolari di ampie proporzioni quasi sempre provenienti da Paesi non aventi niente a che fare con il suo passato coloniale.<br />
Ormai, l’interrogativo che ci si pone è se i costi, che questa immigrazione di massa produce per le nazioni occidentali ospitanti, Italia in primis, non siano assai maggiori dei benefici, soprattutto in termini di sicurezza e di rispetto nei confronti delle nostre tradizioni, del nostro credo, dei nostri valori, e della nostra stessa identità.<br />
Non è trascurabile che in Italia, come in Europa, il fenomeno immigratorio abbia senz’altro fatto registrare un aumento di criminalità di vario genere. Non si può ritenere il contrario se statisticamente, in Italia, una percentuale minoritaria della popolazione, quella appunto immigrata, e purtroppo specialmente riferita a certe estrazioni piuttosto che ad altre, commette crimini in percentuale decisamente più alta rispetto a quella addebitabile alla popolazione da tante generazioni, per non dire da secoli, presente sul proprio territorio nazionale.<br />
Oggi, la domanda d’obbligo a cui occorre dare una risposta è se, di fronte al popolo italiano che si esprimesse oltre ogni ragionevole dubbio a favore del blocco dell’immigrazione e del rimpatrio degli immigrati irregolari, sia giusto che vi siano istituzioni, organi sia pur costituzionali ma non democraticamente eletti, e addirittura organizzazioni sovrannazionali non democraticamente elette, che possano ritenersi al di sopra del popolo sovrano, e autorizzati a ostacolare e a neutralizzare le sue volontà.<br />
Se il volere del popolo sovrano viene ostacolato o impedito, la stessa democrazia viene meno.<br />
Ormai, non pochi cristiani osservanti, neanche troppo “tradizionalisti”, sospettano l’esistenza di volontà esoteriche, organizzate e anticristiane, che puntano al sovvertimento dell’ordine naturale e divino delle cose.<br />
Questione umanitaria a parte, i fenomeni immigratori si ripercuotono inevitabilmente sull’intero tessuto economico-sociale di un Paese, e spesso i vantaggi di natura economica sono solo appannaggio di una minoranza. La realtà odierna è che l’Italia esporta cervelli, istruiti e formati in Patria non certo a costo zero, e importa manodopera poco qualificata, almeno rispetto agli standard qualitativi di quella italiana, contraddistinta da un alto contenuto tecnico e che ha fatto grande il made in Italy.<br />
Oggi andrebbe persino sfatato il mito, o la narrazione più comune, per cui gli immigrati sono assolutamente necessari per il nostro sistema pensionistico, dato che l’Italia e più in generale l’Europa sta invecchiando, ossia, la longevità si estende e la natalità si ritrae.<br />
Con un completo spostamento verso un sistema pensionistico di tipo contributivo, come sarebbe dovuto avvenire da tempo, la questione del ricorso all’immigrazione per far fronte al pagamento delle pensioni future non sussisterebbe più. Infatti in un sistema pensionistico in cui la retribuzione avvenisse su base completamente contributiva, in osservanza della teoria marginalista della redistribuzione della ricchezza, vera teoria meritocratica, ogni individuo beneficerebbe di una pensione corrispondente a quanto personalmente versato, maggiorato di un tasso d’interesse che copra almeno quello d’inflazione generatosi nel tempo intercorso tra i versamenti contributivi e il godimento pensionistico degli stessi.<br />
In uno scenario in cui la natalità diminuisce e la popolazione decresce, non sono previste ripercussioni per quelle nazioni in cui il proprio sistema pensionistico osserva una modalità ridistributiva di tipo contributivo-marginalista. Per di più, un decremento della popolazione può comportare un incremento della ricchezza pro-capite in termini patrimoniali, ossia, risorse e immobili, come terreni e case, acquisibili a minor costi, poiché, a parità di offerta, dove la domanda si contrae, data la minor popolazione, i prezzi di mercato scendono, così come scendono i costi degli affitti delle case per famiglie o per studenti fuori sede, se per esempio non si può affittare lo stesso immobile, magari in nero, a più singoli immigrati. Ciò si traduce in un numero minore di persone a spartirsi la stessa torta. Un beneficio tale che unito a quello di un minor allarme sociale, che l’immigrazione irregolare ha innegabilmente generato, ben compenserebbe le famiglie per gli eventuali maggiori costi che eventualmente dovrebbero sostenere per le pensioni dei propri stessi familiari anziani.</p>
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