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	<title>Gli italianiItalia terza la mondo per riserve auree. Ma di chi è questo oro? &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>Italia terza la mondo per riserve auree. Ma di chi è questo oro?</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Feb 2016 15:13:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/italia-terza-la-mondo-per-riserve-auree-ma-di-chi-e-questo-oro/"><img width="278" height="181" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/02/oro1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/02/oro1.jpg 278w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/02/oro1-96x64.jpg 96w" sizes="(max-width: 278px) 100vw, 278px" /></a></p><hr /><p>             Le riserve auree di Banca d’Italia sono tra le maggiori al mondo, al terzo posto dopo Stati Uniti e Germania: un’ottima polizza per affrontare le tempeste finanziarie in corso e, nella malaugurata  evenienza, anche l’uragano che minaccia di abbattersi sulle economie mondiali. Stando a quanto scrive Ambrose Evans-Pritchard, uno dei più importanti giornalisti economici del mondo, il Bel Paese dovrebbe dunque trovarsi in una botte di ferro, infatti: « A differenza di Gran Bretagna, Spagna, Svizzera, Olanda, la Germania e l’Italia non ha venduto nemmeno un lingotto d’oro, per cui i due Paesi possono stare seduti su riserve sostanziali,&#8230;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://italianioggi.com/italia-terza-la-mondo-per-riserve-auree-ma-di-chi-e-questo-oro/">Italia terza la mondo per riserve auree. Ma di chi è questo oro?</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://italianioggi.com">Gli italiani</a>.</p>
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<div id="yiv7263881759yui_3_16_0_1_1455522114464_2354"><span id="yiv7263881759yui_3_16_0_1_1455522114464_2401"> </span>            Le <strong id="yiv7263881759yui_3_16_0_1_1455522114464_2441"><span id="yiv7263881759yui_3_16_0_1_1455522114464_2440">riserve auree di Banca d’Italia</span></strong> sono tra le maggiori al mondo, al terzo posto dopo Stati Uniti e Germania: un’ottima polizza per affrontare le tempeste finanziarie in corso e, nella malaugurata  evenienza, anche l’uragano che minaccia di abbattersi sulle economie mondiali. Stando a quanto scrive Ambrose Evans-Pritchard, uno dei più importanti giornalisti economici del mondo, <span id="yiv7263881759yui_3_16_0_1_1455522114464_2443">il Bel Paese dovrebbe dunque trovarsi in una botte di ferro, infatti</span>: <span id="yiv7263881759yui_3_16_0_1_1455522114464_2445">« <i id="yiv7263881759yui_3_16_0_1_1455522114464_2444">A differenza di Gran Bretagna, Spagna, Svizzera, Olanda, la Germania e l’Italia non ha venduto nemmeno un lingotto d’oro, per cui i due Paesi possono stare seduti su riserve sostanziali, che stanno iniziando ad assumere un significato politico </i>».</span></div>
<div id="yiv7263881759yui_3_16_0_1_1455522114464_2448">Purtroppo per l’Italia la realtà appare ben diversa, perché  rischia di perdere definitivamente questo immenso capitale strategico per via di una legge che ha modificato l’assetto dei proprietari di Bankitalia, controllata dai maggiori cartelli finanziari del Bel Paese, innanzitutto Intesa-Sanpaolo e Unicredit. Il governo Letta, con Saccomanni Ministro delle finanze &#8211; mentre le forze politiche erano intente a votare la decadenza del senatore<strong>Silvio Berlusconi</strong> &#8211; varò in fretta e furia, nel consiglio dei ministri del 27 novembre 2013, un decreto approvato in via definitiva il 29 gennaio 2014, grazie alla ‘Ghigliottina’ della Boldrini, volto a portare nella casse di <strong>Intesa</strong><b> </b>e<b id="yiv7263881759yui_3_16_0_1_1455522114464_2449"> </b><strong>Unicredit</strong>un guadagno compreso fra i 2,7 e i 4 miliardi. Tale decreto poneva una pietra tombale sul tentativo di Tremonti che nel 2005<b> </b>aveva provato a nazionalizzare la Banca d’Italia, quando il governo Berlusconi approvò la legge 262/2005 &#8211; mai applicata &#8211; che prevedeva la ri-nazionalizzazione della Banca d’Italia, col passaggio del 100% delle quote dai privati allo Stato Italiano.</div>
<div id="yiv7263881759yui_3_16_0_1_1455522114464_2450">            Intanto il mercato del metallo giallo è sempre più in fermento: le banche stanno acquistando più lingotti d’oro in termini di volume, che in qualsiasi altro anno dall’epoca del crollo di Bretton Woods. Putin sta spendendo milioni di dollari per accrescere le riserve auree russe, e diversificare gli attivi nazionali al di fuori di dollari ed euro, così come la Cina per tutelarsi dai rischi delle enormi riserve di dollari. Il Venezuela si è ripreso le sue 30 tonnellate d’oro depositate in Gran Bretagna, Francia, Lussemburgo e Svizzera e magnati come Soros, Warren Buffett, e John Paulson hanno già acquistato oro per oltre 150 milioni di dollari a testa.</div>
<div>            Ciò fa ritenere che il mondo si stia avviando verso l’adozione di un nuovo Gold Standard, simile a quello rimasto in vigore fino al 1931, da qui lo scontro tra Stati Uniti, Giappone, Inghilterra e BCE che continuano ad aumentare il quantitative easing  e la Germania che si oppone con la sua marcata inclinazione anti-inflazionistica, e per tutelarsi da un collasso dell’EURO, rimpatria il proprio oro da New York, premendo per la creazione di un sistema monetario internazionale basato sui principi del vecchio Gold Standard.</div>
<div class="yiv7263881759MsoNormal">            Dopo l’approvazione del Decreto Letta col rischio che l’oro italiano possa passare di mano agli “stranieri” sorge la domanda: di chi è l&#8217;oro custodito dalla Banca d&#8217;Italia ?</div>
<div id="yiv7263881759yui_3_16_0_1_1455522114464_2452" class="yiv7263881759MsoNormal">            Il Bel Paese è si al terzo al mondo per quantità di riserve, ma non è affatto chiaro di chi sia questa montagna d’oro (pari a 110 miliardi di euro) che viene definita  “riserva aurea della Banca d’Italia”, lasciando intendere che sia di Bankitalia, figurando nell’attivo del suo stato patrimoniale. Tuttavia quando nel 2009 il ministro dell’economia Tremonti pensò di tassare “una tantum”  le grandi plusvalenze realizzate da Bankitalia sulle riserve auree, il presidente della BCE Trichet obiettò:  “<i>Siamo sicuri che l’oro sia della Banca d’Italia, e non del popolo italiano?</i>” usando il termine “<i>del popolo</i>” e non ‘dello Stato’, e se le riserve auree appartengono allo Stato, questi non poteva tassare sé stesso; Mario Draghi, all’epoca governatore, negando che l’oro fosse di Bankitalia, fece eco a Trichet: “<i>Le riserve auree non appartengono a via Nazionale ma agli italiani</i>” riuscendo così a non pagare la tassa sulla plusvalenze. Dunque tutto chiaro ? No perché con tutto il rispetto per Trichet e Draghi, si tratta di loro opinioni personali. La realtà giuridica, l’unica che conta, mette in luce il “pasticciaccio”, nato con la privatizzazione delle banche, partecipanti al capitale di Bankitalia, il cui Statuto all’art.1 recita: “<i id="yiv7263881759yui_3_16_0_1_1455522114464_2553">la Banca d’Italia è Istituto di diritto pubblico</i>”, ed all’art 2: “<i id="yiv7263881759yui_3_16_0_1_1455522114464_2552">le sue quote non possono essere possedute se non da Casse di Risparmio, Istituti di credito e banche di diritto pubblico, Istituti di previdenza (anch’essi pubblici), e da Istituti di assicurazione.</i>” Ma con la privatizzazione delle banche le cose sono radicalmente cambiate.<br />
La logica ed il buon senso avrebbero voluto che dalla privatizzazione fossero escluse le quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia, che per legge dovevano essere detenute da Istituzioni economiche di natura pubblica. <span id="yiv7263881759yui_3_16_0_1_1455522114464_2455">Ciò non è stato fatto: di qui il “pasticciaccio” di una Banca d’Italia, che ancora viene dichiarato “Istituto di diritto pubblico”, i cui soci però sono nella stragrande maggioranza società private, cui ora – piaccia o no – a termini di legge appartiene oltre al suo capitale anche il suo patrimonio, immobili, preziose collezioni d’arte e di monete. E le riserve auree e valutarie? La legge e lo Statuto nulla dicono. Una situazione contraddittoria, che Bankitalia con le modifiche dello Statuto ha cercato invano di sanare, prima inserendo l’elenco di coloro che possono detenere quote di Bankitalia: le “<i>società per azioni esercenti attività bancaria</i>”,  poi abolendo del tutto l’elenco, riconoscendo che  la titolarità delle quote di Bankitalia “<i>è disciplinata dalla legge</i>”. Quella legge 262 del 28-12-2005, promossa dal ministro Tremonti, che all’art. 10 recita<i id="yiv7263881759yui_3_16_0_1_1455522114464_2456">:“Con regolamento da adottare ai sensi dell’art.17 L. 23.8.1988 n.400 è ridefinito l’assetto proprietario della Banca d’Italia e sono disciplinate le modalità di trasferimento, entro tre anni dall’entrata in vigore della presente legge, delle quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia in possesso di soggetti diversi dallo Stato o da altri Enti pubblici”. </i>Dunque: le quote in mano a soggetti privati entro tre anni dovevano essere trasferite allo Stato o ad altri Enti pubblici, però dopo 10 anni nulla cambiò. <span id="yiv7263881759yui_3_16_0_1_1455522114464_2457">Ma al di là delle quote il boccone più grosso sono  le riserve d’oro, u</span>n bene che l’ideologia dominante di quest’ultimo mezzo secolo, d’ispirazione anglosassone, avrebbe voluto fosse demonetizzato, ma che invece si è incessantemente rivalutato, dai 35 dollari l’oncia degli anni settanta ai quasi 1.200 di oggi, che nel disordine monetario internazionale e nella crescente sfiducia per le monete carta rappresenta uno dei pochi ancoraggi sicuri, tanto è vero che l’Opec, pur continuando ad  esprimere il prezzo del petrolio in dollari, da tempo lo ha ancorato al prezzo dell’oro. Oro che il governatore Fazio non volle vendere neppure un grammo e, benché per decenni fosse “politicamente scorretto” &#8211; cioè sgradito agli Stati Uniti &#8211; da più parti si torna ad ipotizzare il ritorno al gold standard, cioè l’oro come punto di riferimento e garanzia di una moneta internazionale.</span></div>
<div id="yiv7263881759yui_3_16_0_1_1455522114464_2460" class="yiv7263881759MsoNormal"><span id="yiv7263881759yui_3_16_0_1_1455522114464_2459">A proposito di oro italiano il quotidiano britannico <i>The Indipendent</i> scrive che davanti all’ipotesi d’inserire nell’attivo Fondo salva Stati anche l’oro, la Bundesbank rispondeva picche e tuttavia stava faceva pressioni affinché Bankitalia vendesse parte delle sue riserve auree, “<i>per ridurre il debito pubblico dell’Italia</i>” e il vice-capogruppo della CDU (partito della Merkel) aveva detto ancor più bruscamente: “<i>Gli italiani debbono mettere a posto i conti, quindi o portano a termine le privatizzazioni, oppure vendono le loro riserve d’oro</i>”.  Insomma: o cedete le ultime industrie pubbliche che vi sono rimaste (Eni, Enel, Finmeccanica) o cedete l’oro. Questa volta è l’Italia che deve rispondere picche e non cedere né una sola industria, né un solo grammo d’oro. Sarebbe invece necessario risolvere, una volta per tutte, il “pasticciaccio” che la privatizzazione delle banche ha determinato nella titolarità delle quote del capitale di Bankitalia, ridando allo Stato quel che allo Stato è stato indebitamente tolto, e poi alla domanda se ci sia </span><strong>il rischio reale che l’oro di Bankitalia vada in mani straniere, apparentemente la risposta sarebbe si, ma la partita non è affatto chiusa </strong>perché la nazionalizzazione di Bankitalia messa fuori la porta potrebbe rientrare dalla finestra. Infatti teoricamente, proprio grazie alla parcellizzazione delle quote azionarie della Banca centrale, introdotte col decreto del 29 gennaio 2014, è possibile che le quote in eccesso finiscano nelle mani dello Stato, che &#8211; ipotesi nell’ipotesi &#8211; potrebbe trovarsi nella situazione di aver guadagnato la maggioranza del capitale della Banca d’Italia. Ci si troverebbe così a una riedizione degli effetti falliti della legge 262 del 2005 (che appunto disponeva che la maggioranza del capitale della Banca d’Italia fosse in mano pubblica), legge vanificata l’anno dal Governo Prodi. Ma se ciò si avverasse a quali costi per lo Stato e il suo debito, dato che la rivalorizzazione porterebbe il prezzo delle quote a livelli ben maggiori rispetto passato?</div>
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	    	<content:encoded><![CDATA[<hr /><p><a href="https://italianioggi.com/italia-terza-la-mondo-per-riserve-auree-ma-di-chi-e-questo-oro/"><img width="278" height="181" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/02/oro1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/02/oro1.jpg 278w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/02/oro1-96x64.jpg 96w" sizes="(max-width: 278px) 100vw, 278px" /></a></p>]]></content:encoded>
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