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	<title>Gli italianiItaliani d&#8217;Istria. Storie di fughe tra tragedie e vittorie.  La vicenda di Abdon Pamich &#8211; Gli italiani</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Nov 2019 06:22:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/italiani-distria-storie-fughe-tragedie-vittorie-la-vicenda-abdon-pamich/"><img width="960" height="400" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg 960w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-300x125.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-768x320.jpg 768w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-640x267.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-96x40.jpg 96w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p><hr /><p>Piemonte d’Istria è una città fantasma, a suo modo simbolica nella memoria dell’esodo. Dal basso si vede il campanile turrito in cima al colle, svettare oltre le vecchie case abbandonate con le loro mura in pietra e vecchio mattone, cadenti, consunte dal tempo: nel 1947, contava 1.200 abitanti. Oggi sono dieci. Spopolata totalmente, con una fuga di massa di uomini, donne e bambini, racconta anche la storia di un eccidio che per decenni era rimasto nascosto solo nelle pieghe della memoria di pochi. Un gruppo di undici persone che tentavano la fuga verso Trieste era stato catturato dalla polizia titina&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Piemonte d’Istria è una città fantasma, a suo modo simbolica nella memoria dell’esodo.</p>
<p>Dal basso si vede il campanile turrito in cima al colle, svettare oltre le vecchie case abbandonate con le loro mura in pietra e vecchio mattone, cadenti, consunte dal tempo: nel 1947, contava 1.200 abitanti. Oggi sono dieci.</p>
<p>Spopolata totalmente, con una fuga di massa di uomini, donne e bambini, racconta anche la storia di un eccidio che per decenni era rimasto nascosto solo nelle pieghe della memoria di pochi.</p>
<p>Un gruppo di undici persone che tentavano la fuga verso Trieste era stato catturato dalla polizia titina ed era scomparso nel nulla. Tempo dopo s’era venuto a sapere che i resti di quei disgraziati erano stati sepolti in una fossa comune scavata in un prato, ma le autorità non permisero mai ai familiari di poterli riesumare e dar loro sepoltura in un cimitero.</p>
<p>Cinquant’anni dopo, nel 1997, don Ante Juko, parroco croato di Piemonte, volle far murare una lapide recante i loro nomi nel cimitero del paese.</p>
<p>La notizia fu pubblicata da “La Voce del popolo”, giornale di lingua italiana di Fiume , che un tempo era stata la voce del partito comunista yugoslavo, con questo commento: “E’ giusto ricordare questo tristissimo fatto e quei coraggiosi che, purtroppo, hanno visto metter fine alle loro giovani vite mentre tentavano la fuga, nella speranza di andare incontro alla fortuna e a una nuova vita in Italia. Il comunismo è stato la negazione della libertà, una tirannia omicida come dimostrano i fatti di Piemonte”.</p>
<p>Talvolta l’Ozna, con lo scopo di terrorizzare la gente, si vantava dei propri delitti e usava rendere pubbliche le notizie attribuendo alle vittime le colpe più svariate ed incredibili.</p>
<p>Tale per esempio il caso di Giuseppe Faraguna di Albona, un povero italiano in fuga nell’estate del ‘49, “ucciso mentre tentava di oltrepassare clandestinamente la frontiera di Trieste” e a cui erano asseritamente stati trovati addosso “documenti probatori delle responsabilità dei circoli irredentistici triestini nella catastrofe  che aveva colpito il complesso minerario di Arsia”. Il riferimento era all’esplosione che aveva provocato la morte di oltre un centinaio tra minatori e prigionieri di guerra, anche tedeschi, condannati ai lavori forzati nelle miniere di carbone. In realtà il disastro (ce ne furono diversi in quegli anni) era dipeso dall’imperizia e dalla sottovalutazione del rischio della presenza di gas nelle gallerie da parte dei tecnici yugoslavi.</p>
<p>Sul confine triestino fiorirono in quegli anni le “primule rosse”, quelli cioè che aiutavano gli istriani a fuggire dall’inferno yugoslavo. Molti morirono sui reticolati di confine. Gli esuli ricordano ancora due coraggiosi fratelli di Capodistria, Emilio e Carmelo Jurissevich-Giorgesi. Il primo fu ucciso a colpi di pistola nel novembre 1949  mentre cercava di attraversare la linea di demarcazione accompagnando degli esuli in fuga; il secondo fu ucciso a mitragliate nei pressi di Caresana, sempre sulla linea di demarcazione, dai militi della Difesa Popolare titina in una notte dell’agosto 1957 (1957 non è un errore…) mentre accompagnava una famiglia in fuga da Cittanova d’Istria. Per vendetta la madre e la sorella delle due “primule” furono arrestate e deportate in Yugoslavia.</p>
<p>Non fuggivano solo gli adulti, fuggivano anche i ragazzi. Magari da soli. Questo il racconto di un ragazzo di Fiume, quattordicenne all’epoca, che una mattina di settembre del 1947, decise col fratello dodicenne di marinare il primo giorno di scuola, di fare il suo ultimo bagno nel mare di casa, alla riviera di Cantrida e fuggire in Italia: “Tornammo a casa e comunicammo alla mamma la nostra intenzione e da parte sua non ci fu nessuna obiezione (…) il nostro stato d’animo era anche il suo ma lei, avendo altri due bambini, doveva attendere che si verificassero le condizioni per un esodo con il permesso delle autorità yugoslave. Dopo cena, così come eravamo vestiti di ritorno dal mare, senza alcun bagaglio ma solo con il denaro per il biglietto, ci recammo alla stazione e prendemmo il primo treno diretto verso Trieste. (…) Si viaggiava su carri bestiame con tempi di percorrenza molto lunghi. Arrivati di notte a San Pietro del Carso, una località a metà strada tra Fiume e Trieste non trovammo la coincidenza e dovemmo attendere fino alla mattina dopo, per dieci ore”. I due ragazzi batterono i denti tutta la notte, vestiti com’erano alla marinara, perché a settembre la notte sul Carso è già fredda. Al mattino arrivò un treno e vi salirono ma furono subito fermati da un “druse”, un militare yugoslavo. Senza pensarci un attimo, senza documenti e senza lasciapassare, si dettero alla fuga lungo i vagoni. Si nascosero ed aspettarono che il treno partisse. E partì, ma nella direzione sbagliata, di nuovo verso Fiume. Scesero alla prima stazione e ripercorsero a piedi, di corsa, seguendo le rotaie, i 5 chilometri che li riportavano a San Pietro. Quando vi giunsero i binari erano vuoti. Ma quattro ore dopo sarebbe giunto un altro treno per Trieste. Stavolta lo presero e nel primo pomeriggio giunsero a Sesana, il confine tra la Zona B occupata dalla Jugoslavia e la zona A del Territorio Libero di Trieste occupato dagli angloamericani.</p>
<p>Così continua il racconto: “Qui ci rendemmo conto che la sorveglianza era rigorosa e che il passaggio del confine clandestino era pericoloso; tentammo la via della legalità e seguimmo gli altri passeggeri nell’atrio della stazione, dove era previsto il controllo dei documenti. C’erano molte donne triestine che rientravano dalla Jugoslavia dove erano andate a cercare i mariti deportati. Ogni tentativo di ottenere il sospirato visto fu vano. Allora decidemmo di giocare l’ultima carta aggregandoci a un gruppo di persone che avevano già in mano il salvacondotto. La nostra giovane età e la mancanza di bagaglio  fecero credere che eravamo figli di qualcuna di quelle persone (…) Verso sera arrivarono i militi con l’elenco delle persone che potevano salire (…) tentammo allora di intrufolarci fra quelli che venivano chiamati, ma fummo bloccati dalle guardie che ci chiesero il nome. Con le gambe tremanti demmo un nome qualsiasi, le guardie erano distratte  dalla ricerca sull’elenco e così riuscimmo ad intrufolarci con gli altri sul treno. Due coniugi triestini ci presero sotto la loro protezione e al successivo controllo prima della partenza dichiararono che eravamo loro figli. Finalmente il treno partì  e verso le 21 ci affacciammo sul golfo di Trieste. Trassi un lungo sospiro di sollievo ed aspirai a pieni polmoni l’aria fresca della sera e con essa assaporai una bellissima sensazione di libertà. Giunti a Trieste, i nostri angeli custodi ci accompagnarono al centro di raccolta dei rifugiati politici chiamato semplicemente Silos, in quanto di un vecchio silos si trattava”.</p>
<p>La giovane età, l’ebbrezza  della libertà conquistata, la fuga riuscita fecero sì che quel ragazzo e suo fratello, oltre che grazie di più non riuscirono dire e non seppero mai chi fossero stati i due angeli custodi. Quel ragazzo in fuga ne fece di strada fuori dal campo profughi, a passo di marcia. Nel 1964 conquistò la medaglia d’oro per l’Italia alle Olimpiadi di Tokyo nella 50 chilometri e fu portabandiera del nostro tricolore alle Olimpiadi di Monaco del 1972. Si chiama Abdon Pamich, nato a Fiume, orgogliosamente italiano.</p>
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