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	<title>Gli italianiIus soli. Una questione di identità &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>Ius soli. Una questione di identità</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Sep 2017 22:18:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/ius-soli-questione-identita/"><img width="2420" height="1814" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/05/Sfrecola.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/05/Sfrecola.jpg 2420w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/05/Sfrecola-300x225.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/05/Sfrecola-1024x768.jpg 1024w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/05/Sfrecola-1020x765.jpg 1020w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/05/Sfrecola-640x480.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/05/Sfrecola-85x64.jpg 85w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/05/Sfrecola-400x300.jpg 400w" sizes="(max-width: 2420px) 100vw, 2420px" /></a></p><hr /><p>“Intesa governo-Vaticano: “sì allo sius soli entro l’anno”, così titola La Repubblica di oggi in prima pagina. Le due parti avrebbero, dunque, concordato di mandare avanti la riforma della legge sulla cittadinanza. Ed io mi chiedo, al di là della singolarità della individuazione delle parti di un accordo evidentemente diseguale dal momento che governo è scritto con la &#8220;g&#8221; minuscola e Vaticano con la &#8220;V&#8221; maiuscola, perché mai il Governo della Repubblica ritenga di dover concordare con un&#8217;Autorità religiosa, sia pure maggioritaria, le regole dell&#8217;appartenenza allo Stato, il diritto di cittadinanza. Siamo fuori dello stato di diritto dacché la materia&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>“Intesa governo-Vaticano: “sì allo sius soli entro l’anno”, così titola <em>La Repubblica</em> di oggi in prima pagina. Le due parti avrebbero, dunque, concordato di mandare avanti la riforma della legge sulla cittadinanza. Ed io mi chiedo, al di là della singolarità della individuazione delle parti di un accordo evidentemente diseguale dal momento che governo è scritto con la &#8220;g&#8221; minuscola e Vaticano con la &#8220;V&#8221; maiuscola, perché mai il Governo della Repubblica ritenga di dover concordare con un&#8217;Autorità religiosa, sia pure maggioritaria, le regole dell&#8217;appartenenza allo Stato, il diritto di cittadinanza.</p>
<p>Siamo fuori dello stato di diritto dacché la materia non appartiene certamente alla sfera religiosa, che riguarda la cura delle anime alla luce della dottrina che ci è stata rivelata nel Nuovo Testamento. E se Cristo ha detto “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (greco: Ἀπόδοτε οὖν τὰ Καίσαρος Καίσαρι καὶ τὰ τοῦ Θεοῦ τῷ Θεῷ; latino: <em>Reddite quae sunt Caesaris Caesari et quae sunt Dei Deo</em>), quella celebre enunciazione riportata nei <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Vangeli_sinottici">vangeli sinottici</a>, in particolare da Matteo (<a href="http://www.laparola.net/wiki.php?riferimento=Mt22%2C21&amp;formato_rif=vp">22,21</a>), Marco (12,17) e Luca (20,25) delinea nettamente la distinzione dei ruoli, tra la Chiesa che ha cura delle anime e lo Stato che si occupa dell’organizzazione politica della società e che stabilisce, in primo luogo, chi vi appartiene, chi può essere cittadino, con tutti i diritti ed i doveri che ne conseguono. “Dallo Stato non viene la salvezza- si legge nell’avvertenza al celebre saggio di Oscar Cullman “Dio e Cesare” &#8211; .. ma esso ha una funzione da svolgere nel disegno divino di salvezza e il cristiano non può ignorarlo”.</p>
<p>Quella della cittadinanza non è materia religiosa. La Chiesa, come tutte le chiese, si occupa della diffusione del verbo e della salvezza delle anime non della loro appartenenza ad una società civile per il semplice fatto che quella religiosa è una società universale (non è forse questo il significato della cattolicità della Chiesa?) cui appartengono cittadini di vari paesi, i cui membri sono uniti solamente dal fatto di credere in uno stesso Dio che per i cattolici è quello della Bibbia, come per gli ebrei, per i musulmani Allah, per altri Buddha, per altri ancora sono Brahma Shiva e Vishnù.</p>
<p>È gravissima l’interferenza che il titolo di <em>Repubblica</em> delinea come la sudditanza del governo (necessariamente con la “g” minuscola) in una materia che è propria del Parlamento e non del Governo. Di un Parlamento – va ricordato ancora una volta -, eletto sulla base di una legge dichiarata incostituzionale ed al quale residuano compiti limitati, in sostanza riferiti alla ordinaria amministrazione, come hanno scritto i giudici della Consulta nella sentenza n. 1 del 2014.</p>
<p>Abbiamo veramente perso la testa oltre che il senso delle regole fondamentali dello Stato di diritto.</p>
<p>A rincarare la dose Marco Tarquinio, direttore di <em>Avvenire</em>, il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana, che, intervistato da <em>La Repubblica</em> esordisce dicendo “vorrei ascoltare un liberale, qualcuno anche in Forsa Italia che abbia un po’ di coraggio, che si spenda per la legge sullo ius soli. E poi vediamo chi ha la statura sulla scena politica per farla approvare…”. E aggiunge “La legge sullo ius soli andava fatta ieri, altro che aspettare domani”.</p>
<p>Per il giornalista “si tratta di dare una mano agli italiani, a coloro che lo sono ma non vengono compresi come tali”. Ecco, dunque, che al centro della questione ci sarebbero italiani che non lo sono giuridicamente. Ma Tarquinio non si fa la domanda. Chi sono gli italiani? È sufficiente nascere in Italia e magari parlare la lingua? O serve qualcos’altro, sentirsi italiani? Non ho dubbi è necessario sentirsi italiani. Per questa ragione la legge dello Stato oggi vigente, la n. 91 del 5 febbraio 1992 (Nuove norme sulla cittadinanza) prevede che, oltre a coloro che sono figli di italiani i quali, pertanto, sono cittadini <em>iure sanguinis</em>, la cittadinanza può essere concessa “allo straniero che risiede legalmente da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica” (art. 9, comma 1, lettera f). Con la precisazione (art. 10) che “il decreto di concessione della cittadinanza non ha effetto se la persona a cui si riferisce non presta, entro sei mesi dalla notifica del decreto medesimo, giuramento di essere fedele alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi dello Stato”. La cittadinanza, cioè l’appartenenza ad uno stato è, dunque, regolata da principi che attengono alla identità di un popolo, alla sua storia, alle sue tradizioni, per cui è cittadino il primo luogo il figlio di cittadini o adottato da cittadini o anche “il figlio di ignoti trovato nel territorio della Repubblica, se non venga provato il possesso di altra cittadinanza” (art. 2 comma 2). Una deroga significativa che Tarquinio dovrebbe apprezzare. Ma forse non lo sa o, più probabilmente, a lui non basta.</p>
<p>Le legislazione vigente, in sostanza, è aperta a varie situazioni ritenute meritevoli di riconoscimento. Non stupisce che Tarquinio non percepisca il tema della “identità nazionale”. Evidentemente appartiene a quella corrente di cattolici che non ha mai “sentito” lo stato unitario, non ne ha condiviso i valori di libertà. E magari è ancora adirato con Vittorio Emanuele II, Cavour e Garibaldi per aver attentato allo Stato della Chiesa e portato la capitale a Roma, a quella realtà antistorica per cui Mastro Titta, in nome del Papa Re,  calava la mannaia sul collo dei liberali e dei patrioti che volevano liberare l’Italia dallo straniero, di farne uno stato, stanchi di sentirsi “calpesti/ derisi perché non siam popolo/ perché siam divisi”. Quello Stato inefficiente e corrotto che tanto ha danneggiato la Chiesa, gettando un’ombra sulle istituzioni religiose e del laicato cattolico meritevoli della massima considerazione sul piano sociale (da rileggere “L’opposizione cattolica” di Giovanni Spadolini).</p>
<p>Tarquinio non si sente evidentemente parte di quel mondo cattolico cui appartenevano quanti, nelle guerre del Risorgimento e poi nella Prima Guerra Mondiale (quarta guerra d’indipendenza per l’annessione di Trento e Trieste) hanno combattuto per l’Italia unita. E racconta dello <em>ius culturae</em>, una furbesca variazione sul tema che fa passare per consapevoli della identità italiana quanti frequentino un ciclo scolastico (si badi bene non che lo concludano con un diploma) senza spiegare perché questo non potrebbe avvenire come oggi al compimento del diciottesimo anno con la consapevolezza di essere veramente parte di una comunità di storia e di cultura.</p>
<p>A Tarquinio non insegna niente che in Francia o in Belgio o nel Regno Unito gli attentatori che tanto sangue hanno sparso siano cittadini di seconda o di terza generazione. Che non si integrano perché rimasti legati alle tradizioni dei loro padri e della terra dalla quale provengono. Sentimenti nobili, se non si trasformano molto di frequente, come è successo finora, in odio per l’Occidente decadente e corrotto, dove – udite udite! – alle donne sono riconosciuti gli stessi diritti degli uomini, una società debole, imbelle tanto da credere che un ciclo scolastico senza controlli faccia un cittadino consapevole della storia e delle tradizioni per le quali ci sentiamo italiani.</p>
<p>18 settembre 2017</p>
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