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	<title>Gli italianiLa malaria e la storia del chinino dalla sua scoperta all&#8217;uso per combattere la malattia &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>La malaria e la storia del chinino dalla sua scoperta all&#8217;uso per combattere la malattia</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Apr 2016 23:46:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio venditti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/la-malaria-e-la-storia-del-chinino-dalla-sua-scoperta-alluso-per-combattere-la-malattia/"><img width="275" height="183" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/04/chinino.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/04/chinino.jpg 275w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/04/chinino-96x64.jpg 96w" sizes="(max-width: 275px) 100vw, 275px" /></a></p><hr /><p>La malaria è stata per secoli una delle più diffuse malattie sociali e ha condizionato la vita di intere zone di Roma e della campagna circostante, mietendo un gran numero di vittime. Lo testimoniano già Varrone nel “De Re Rustica” e Terenzio nel “De Rerum Natura”, che pensavano fosse causata dalle esalazioni dell’acqua stagnante delle paludi e degli acquitrini. La prima cura &#8211; il chinino &#8211; fu scoperta per caso nella metà del XVII secolo. La sua diffusione oscilla tra leggenda e storia. Si narra che, in seguito a un terremoto nella zona di Loxa in Perù, le acque di un&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>La malaria è stata per secoli una delle più diffuse malattie sociali e ha condizionato la vita di intere zone di Roma e della campagna circostante, mietendo un gran numero di vittime.</p>
<p>Lo testimoniano già Varrone nel “<em>De Re Rustica”</em> e Terenzio nel “<em>De Rerum Natura”</em>, che pensavano fosse causata dalle esalazioni dell’acqua stagnante delle paludi e degli acquitrini.</p>
<p>La prima cura &#8211; il <em>chinino</em> &#8211; fu scoperta per caso nella metà del XVII secolo. La sua diffusione oscilla tra leggenda e storia.</p>
<p>Si narra che, in seguito a un terremoto nella zona di Loxa in Perù, le acque di un piccolo lago &#8211; nelle quali erano caduti alcu­ni alberi di <em>china &#8211;</em> avevano il potere di risanare dalle febbri malariche. La proprietà antimalarica della <em>china</em> sarebbe scoperta per caso quando un indio, affetto da alti febbri ricorrenti e tormentato dalla sete, si era immerso nel lago e aveva bevuto l&#8217;acqua di sapore amaro in cui maceravano le cortecce di alcuni tronchi di alberi di <em>china</em>. Guarì e il fatto suscitò notevole meraviglia tra gli indios, per cui si diffuse l’idea che il lago custodisse un medicamento naturale.</p>
<p>Un’altra leggenda riferisce che attorno al 1630 un soldato spagnolo di stanza in Perù &#8211; che alloggiava in una capanna con gli indios &#8211; ammalato con forti febbri, fu guarito completamente da un indigeno che gli aveva somministrato della polvere di corteccia di <em>china</em>. Il soldato a sua volta si prodigò a curare nello stesso modo i commilitoni colpiti dalle febbri malariche.</p>
<p>Per suo merito la notizia dell’effetto medicamentoso della <em>china</em> arrivò agli spagnoli che chiamarono la pianta <em>&#8220;arbol de la calentura&#8221;</em> (albero della febbre), mentre nel luogo d’origine era chiamata anche <em>&#8220;quimaquima”, </em>ossia <em>“</em>corteccia delle cortecce<em>”</em>.</p>
<p>Quando nel 1638 la contessa Anna di Cinchon, moglie del vicerè del Perù, si ammalò gravemente con febbri intermittenti malariche, il governatore di Loxa, precedentemente guarito dalla stessa malattia con la somministrazione della polvere di <em>china</em>, le inviò tale corteccia. Questo aneddoto è riportato nel libro del medico Sebastiano Baldi “<em>Anastasis corticis Peruoiae seu Chinae-Chinae defensio”</em> del 1663.</p>
<p>La contessa e il suo medico, entusiasti per l’avvenuta guarigione, raccolsero una notevole quantità di corteccia di <em>china </em>e la fecero distribuire ai poveri di Lima. La Cinchon promosse il suo uso anche nelle colonie spagnole in America. Ritornata in Spagna nel 1639, ne portò una certa quantità affidandola ai Gesuiti. La notizia però non trova alcun riscontro con la realtà: la contessa morì sulla via del ritorno.</p>
<p>Più tardi Carlo Linneo in suo onore diede il nome di “<em>cinchona officinalis </em>“ alla famiglia a cui appartiene l’albero della <em>china</em>.</p>
<p>Secondo alcuni, i primi a sperimentare il <em>chinino</em> furono i padri gesuiti missionari in Perù, che avevano osservato le abitudini degli indios. Per questo, nel passato il <em>chinino</em> era conosciuto sotto il nome di ”<em>pulvis gesuiticus</em>”, polvere dei gesuiti. Un gesuita che aveva esplorato il Messico e il Perù, Bernabè Cobo, portò nel 1632 la “<em>corteccia peruviana</em>” in Europa, che divenne nota anche con il nome di &#8220;<em>polvo de la Condesa</em>&#8220;. Anche Francesco Redi in una lettera del 1686 nel libro &#8220;<em>Esperienze intorno a diverse cose naturali</em>&#8221; scrive che i gesuiti missionari in Perù sarebbero stati i primi a introdurre la <em>china</em> in Spagna.</p>
<p>Il primo scritto medico sulla <em>china</em> apparve nel 1642 con il titolo <em>Vera praxis ad cura­tionem tertianae. </em>Nel 1643 la <em>china</em> è per la prima volta presente nella letteratura medica europea.</p>
<p>Questo prodotto naturale, tra non poche diffidenze, cominciò a fare qualche timida apparizione anche nello Stato Pontificio. A Roma la introdusse nel 1649 il cardinale gesuita Juan de Lugo, responsabile della farmacia nell’Arcispedale di Santo Spirito in Sassia. Da qui l’uso di chiamare il <em>chinino </em>anche &#8220;<em>polvere del Cardinale</em>&#8220;. La scoperta della <em>china</em> è ricordata sui muri dell&#8217;antico dell&#8217;Arcispedale di Santo Spirito da una serie di affreschi del XVII secolo.</p>
<p>Nonostante l’alto costo di lavorazione e grazie a questo porporato, la china venne distribuita gratuitamente ai poveri e a carissimo prezzo ai ricchi.</p>
<p>Decisivo fu l’incontro tra il P. Bartolomeo Tafur e il Fr. Pietro Paolo Puccierini, speziale del Collegio Romano. Il Tafur era venuto a Roma nell’autunno del 1655 dal Perù, per partecipare alla Congregazione Generale, durante la quale ebbe frequenti incontri con Fr. Puccierini, distaccato alla Casa Generalizia del Gesù.</p>
<p>E’ tradizione che Tafur avesse portato con sé un certo quantitativo di <em>china</em>. Proprio in questa circostanza dovette esserne programmato il regolare rifornimento dal Perù alla farmacia del Collegio Romano.</p>
<p>Nel 1647 Fr. Puccierini iniziava la sua intensa attività, spedendo la <em>china</em> anche in Germania, Francia e Inghilterra.</p>
<p>Intanto, il cardinale Juan De Lugo, insigne professore nel Collegio Romano, aveva cominciato a portare il <em>chinino</em> ai malati che andava a visitare nell’Arcispedale di Santo Spirito in Sassia. Per vincere le diffidenze, dovette imporsi fino a ottenerne la lavorazione nella spezieria dell’Arcispedale, acquistando persino la corteccia a proprie spese e sorvegliandone la preparazione del medicinale.</p>
<p>Nella prima sala dell’Ala Flaiani del Museo Storico Nazionale dell&#8217;Arte Sanitaria dell’Ospedale Santo Spirito, al centro, si vede il tempietto che conteneva lo strumento con cui si triturava la corteccia di <em>china</em> senza farla disperdere. Risale all’ultimo quarto del XVIII secolo e fu eseguito su disegno di Giovanni Battista Cipriani da Siena.</p>
<p>La polvere di <em>china</em> così rivoluzionò il metodo di cura della malaria. Il Puccierini scrupolosamente accompagnava le dosi con una ricetta esplicativa stampata, <em>“Schedula Romana”,</em> di cui si conoscono le edizioni del 1649 e del 1651. Doveva anche respingere le diffidenze al riguardo con dichiarazioni scritte, una delle quali, inviata al medico genovese Sebastiano Bado, fu da questi inserita nel suo trattato<em>“Anastasis Corticis Peruvianae”</em> del 1663.</p>
<p>La cassa di attestati che il religioso aveva depositato presso il cardinale Juan De Lugo fa pensare ad uno stretto rapporto tra i due.</p>
<p>Fr. Puccierini diresse la farmacia del Collegio Romano fino al 1661 e morì l’anno successivo. Gli successe Fr. Alessandro Leoni quando l’attività con la <em>china</em> doveva essere ancora viva. La corteccia di <em>china</em> veniva triturata e ridotta in modo da poterne estrarre il principio attivo, l’alcaloide della <em>cinchona officinalis </em>(chinino), ancora oggi un rimedio antimalarico per eccellenza.</p>
<p>L’importanza della farmacia, anche in seguito, è attestata dalla visita fatta il 2 giugno 1717 dal re Giacomo terzo d’Inghilterra, come ricorda una lapide nel vano di una finestra.</p>
<p>La convinzione che la <em>china</em> potesse curare ogni febbre, i lunghi tempi di trasporto dal Perù e soprattutto l’esaurimento delle selve di Losca (Ecuador), condussero a una adulterazione del prodotto con altre cortecce, tanto che le facoltà di medicina europee la dichiararono inefficiente e dannosa. In Inghilterra e a Roma venne proibita la vendita: solo un piccolo quantitativo di buona qualità finiva nelle mani di pochi.</p>
<p>La diffusione e l&#8217;apprezzamento per la <em>china</em> si devono alla malattia di Luigi XIV, curato dal medico inglese Talbon con questa polvere.</p>
<p>Per tutto il XVII secolo e per buona parte del XVIII gli Spagnoli detennero il monopolio del commercio. In particolare i gesuiti nel Seicento ebbero l’esclusiva della distribuzione della <em>Cinchona </em>in Europa.</p>
<p>Le autorità del Perù, visto l’enorme interesse in tutta Europa verso la corteccia di <em>china</em>, posero sotto controllo la sua raccolta e il commercio. La diffusione di questo preparato vegeta­le promosse la compar­sa di numerosi scritti, alcuni favorevoli, altri contrari all’utilizzo di questo rimedio.</p>
<p>All’epoca infatti, alcuni medici considerava­no con sospetto i preparati con questo farmaco &#8211; sotto forma dì estratti, infusi o polvere &#8211; ma anche con disprezzo, sopratutto perché distribuito dai Gesuiti.</p>
<p>Solo nel 1738, dopo cento anni dal suo primo utilizzo contro le febbri malariche, si hanno notizie sicure sull’albero della <em>china</em>, grazie a una spedizione scientifica in America dall’Accademia delle Scienze di Francia.</p>
<p>L’illustre botanico Carlo Linneo, sulla base dei campioni inviati in Europa, assegnò nel 1742 il nome di <em>Cinchona </em>alle piante che producevano questo alcaloide.</p>
<p>Dalla metà dell’Ottocento, la <em>china</em> venne coltivata dagli inglesi in India e dagli olandesi in Indonesia</p>
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	    	<content:encoded><![CDATA[<hr /><p><a href="https://italianioggi.com/la-malaria-e-la-storia-del-chinino-dalla-sua-scoperta-alluso-per-combattere-la-malattia/"><img width="275" height="183" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/04/chinino.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/04/chinino.jpg 275w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/04/chinino-96x64.jpg 96w" sizes="(max-width: 275px) 100vw, 275px" /></a></p>]]></content:encoded>
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