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	<title>Gli italianiLa morte di Wilbur Smith &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>La morte di Wilbur Smith</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Nov 2021 10:32:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi piace pensare che al tramonto del tredicesimo giorno di novembre del travagliato Anno del Signore 2021, nell’antica provincia sudafricana del Natal, i leoni abbiano per un istante cessato di affondare le zanne letali nelle carni delle loro prede, sedendo per alcuni istanti in tutta loro composta maestà sulla terra gialla della savana, ad ascoltare il vento al cospetto d’un sole rosso cupo, e che sulle alture di Hlobane ancora intrise del sangue della guerra Anglo-Zulu gli spiriti di Shaka, Mpande e Cetshwayo, leggendari Re degli Zulu, abbiano smesso di battere sui grandi scudi da guerra ovali gli <em>assegai</em> bramosi delle carni nemiche, intonando  il <em>“canto della morte”</em> per Lui. Mi piace immaginare che nelle camere segrete delle piramidi della Valle dei Re e lungo il corso azzurro del Nilo si sia effusa, per intercessione del Filosofo, Medico e Mago Taita, la benedizione degli Dei per Lui. Mi piace vedere le anime dei <em>Randlord,</em> Cecil John Rohdes e Barney Barnato, momentaneamente pacificate, riempire dei più sfolgoranti diamanti della Terra d’Africa quelle mani capaci di fare prodigi tanto con la penna quanto con la carabina e il Maggior Generale Gordon Pascià accompagnare Lui, a dorso di dromedario, all’ultima dimora, nella gloriosa compagnia del venerato <em>Tusitala, </em>il Robert Louis Stevenson  de <em>“L’Isola del Tesoro”, &#8220;Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde&#8221;”</em> e <em>“La Freccia Nera” </em>che gl’indigeni samoani veneravano sulla propria isola come un dio raccontatore di storie e del quale Smith è stato legittimo erede come maestro della narrativa popolare. Gli <em>Union Jack</em> della Gran Bretagna e di tutte le bandiere del mondo coloniale si ammainano a lutto e voglio sperare che, prima o dopo, per le strade di Londra e Parigi, come per quelle di Città del Capo o di Pietermaritzburg, e persino di Khartoum e Calcutta, nei fastosi saloni che furono della Compagnia Britannica delle Indie Orientali, passando per le case bavaresi di Lüderitz Bay, sulla costa della Namibia, così come su uno sperduto atollo del Pacifico, in un suk del Cairo o su una lercia bagnarola di pirati nell’Atlantico, venga immortalata, come si deve ai Grandi di ogni campo, la figura di Wilbur Addison Smith, nato in ex Rhodesia (oggi Zambia) nel 1933 e serenamente spirato, dopo avere per l’ultima volta posato la penna, a Città del Capo nella serata di sabato. Crebbe in un Ranch, amando la selvaggia natura africana, la caccia e i libri, col Nonno paterno (guerriero ed eroe delle campagne zulu) come dio e la Madre come angelo custode. Si ammalò gravemente, da infante, di sindrome malarica cerebrale. La prognosi dei medici fu a tal punto infausta che ai genitori fu consigliato di pregare per la morte del piccolo che, qualora fosse sopravvissuto, avrebbe riportato danni irreversibili. Smith sopravvisse ed ebbe modo di confermare la sostanziale correttezza della previsione clinica su di lui, dichiarandosi poi folle abbastanza da aver deciso di procacciarsi il pane scrivendo romanzi. Dopo aver compiuto studi regolari ed aver conseguito un diploma di laurea nei momenti liberi dall’esercizio della sua grande passione per le donne (scoperta proprio negli anni della Rhodes University di Grahamstown e che lo porterà ad avere ben 4 mogli) comunicò al Padre l’intenzione di fare il giornalista o, in subordine, il cacciatore professionista. Smith Sr lo invitò allora a cercarsi un <em>“vero lavoro”</em> e fu così che si ritrovò impiegato all’ufficio delle imposte. Là il Destino lo mise al cospetto d’una fonte immediata e inesauribile di carta con la quale alimentare i suoi sforzi letterari e sulla cui intestazione stava scritto <em>“Ufficio delle Entrate di Sua Maestà la Regina”.</em> Inizialmente ignorato dalla critica dopo i suoi primi lavori, stava per abbandonare i sogni di gloria e rassegnarsi  a lavorare alle imposte quando Charles Pick, influente editore londinese della <em>William Heinemann</em>, lo contattò per comunicargli l’intenzione di dare alle stampe <em>“il Destino del Leone”</em> (titolo inglese <em>“When the lion feeds”</em>) in una tiratura di diecimila copie. Fu il suo primo “vero” romanzo, dopo il fiasco colossale di <em>“Prima di distruggerti, gli dei ti rendono folle”</em> (titolo inglese <em>“The Gods first make mad”</em>). Fu ancora Pick a dargli il consiglio più prezioso della sua carriera di scrittore: <em>“Mi raccomando, scrivi solo delle cose che conosci bene”. </em>Smith lo prese in parola e da questo consiglio, benedetto e provvidenziale, nacquero le grandi epopee coloniali delle dinastie Courteney e Ballantyne, in cui riversò l’intero condensato della sua vita nel continente africano: dal Nonno Courteney James Smith (dal cui nome proprio trarrà il cognome di molti dei suoi eroi) all’adorata Madre, dalla storia africana alla caccia, dalla gente nera alla gente bianca, dal lavoro in miniera a quello sulle baleniere, dal sangue ai bordelli e via così, di esperienza in esperienza, di capitolo in capitolo, di storia in storia. Senza dimenticare la saga egiziana dello scriba Taita, magistrale saggio di conoscenza storica, abilità letteraria e fantasia creatrice, e decine di altre storie, scritte in larga parte sullo sfondo maestoso, indolente e passionale dell’Africa e che l’hanno accreditato lungo il corso degli anni nel suo rango di <em>“Signore dell’Avventura”.</em> Narratore e cantore d’un mondo antico e scomparso, quello coloniale, fatto di fasti e miserie, luci ed ombre, profumi e fetore, un mondo nel quale si poteva morire in guerra o per un morso di serpente, nel quale si amava e si odiava con pari impeto, nel quale si ammazzava senza remore per il danaro o per il potere, ma dove la caccia aveva un codice d’onore mutuato dagli indigeni, dove la povertà poteva essere dignitosa e la ricchezza sguaiata. Wilbur Smith è stato un <em>“memento”</em> vivente di questo vecchio mondo, incrostato della sabbia africana ed in parte vissuto, un conservatore inglese dalle vedute ampie come gli orizzonti di quel continente, avventuriero, cacciatore, filantropo, scrittore. Un uomo multiforme come l’Ulisse di Omero, per prendere commiato dal quale nulla appare più adeguato dell’epitaffio che Robert Louis “<em>Tusitala”</em> Stevenson, suo mentore ideale, volle inciso sul suo sepolcro samoano:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>“Sotto il cielo ampio e stellato</em></p>
<p><em>Scava la tomba e lasciami giacere</em></p>
<p><em>Felice ho vissuto e felicemente muoio</em></p>
<p><em>E mi sono sdraiato con una volontà</em></p>
<p><em>Questo sia il verso che incidi per me</em></p>
<p><em>Qui egli giace dove desiderava essere</em></p>
<p><em>A casa è il marinaio, a casa dal mare</em></p>
<p><em>E il cacciatore a casa dalla collina”</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Michele Baroncini 2021</p>
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