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	<title>Gli italianiLa mostra che ricorda una storia politica minata da chi doveva difenderla &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>La mostra che ricorda una storia politica minata da chi doveva difenderla</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Oct 2016 13:59:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/la-mostra-ricorda-storia-politica-minata-doveva-difenderla/"><img width="310" height="199" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/10/Congresso_di_Fiuggi.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/10/Congresso_di_Fiuggi.jpg 310w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/10/Congresso_di_Fiuggi-300x193.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/10/Congresso_di_Fiuggi-96x62.jpg 96w" sizes="(max-width: 310px) 100vw, 310px" /></a></p><hr /><p>C’era una volta una piccola comunità politica e umana fatta di fratelli. Essi vivevano appartati e disprezzati da tutti, chiusi in una sorta di fortezza, perché nel loro pur glorioso passato c’era stato un grave trauma, una “imperdonabile colpa”, qualcosa di simile a un peccato originale che li aveva segnati tutti in modo indelebile e assoluto, rendendoli degli esclusi. Erano degli esclusi sul lavoro. Erano degli esclusi nei licei. Erano degli esclusi nell’università. Erano degli esclusi quando esprimevano qualche opinione. Erano degli esclusi quando scrivevano, o peggio, se intendevano divulgare i loro libri. Ma quei fratelli, pur essendo pochi &#8211;&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>C’era una volta una piccola comunità politica e umana fatta di fratelli. Essi vivevano appartati e disprezzati da tutti, chiusi in una sorta di fortezza, perché nel loro pur glorioso passato c’era stato un grave trauma, una “imperdonabile colpa”, qualcosa di simile a un peccato originale che li aveva segnati tutti in modo indelebile e assoluto, rendendoli degli esclusi. Erano degli esclusi sul lavoro. Erano degli esclusi nei licei. Erano degli esclusi nell’università. Erano degli esclusi quando esprimevano qualche opinione. Erano degli esclusi quando scrivevano, o peggio, se intendevano divulgare i loro libri. Ma quei fratelli, pur essendo pochi &#8211; felici pochi &#8211; e odiati, non avevano paura di nulla e si guardavano dritti negli occhi come s’addice a degli uomini veri, perché si trattava di gente indiscutibilmente onesta e coraggiosa. Oltre l’affetto cameratesco, li univa infatti un’immensa stima reciproca, tanto che avrebbero messo la mano sul fuoco l’un per l’altro. Nella loro piccola, scalcinata fortezza si respirava un’aria pura e incontaminata e le idee, ma soprattutto gli ideali, non mancavano di certo. Anzi. Talvolta al suo interno si discuteva anche animatamente e volava pure qualche schiaffone. Ma poi tutto finiva lì e il rispetto e la stima reciproche arrivavano a sopire anche le passioni più accese. E si trattava di passioni coi fiocchi, altro che. In quella solitaria trincea assediata dai cantori dello sfascio, si parlava di amor di Patria, di onore, di rispetto per la parola data. Si predicava di intangibilità del matrimonio e di protezione della famiglia contro l’aborto e altre pratiche ostili alla vita. Si rivendicava la tutela di un patrimonio storico e culturale unico nel mondo. Si propugnava la difesa della sana genitorialità, da considerarsi appannaggio esclusivo di un uomo e una donna. Si confermava la condanna contro tutti i tipi di perversione, sessuale e non. Ci si impegnava per la tutela dei giovani dalla droga e da ogni tipo di sballo. Si parlava della difesa della scuola e della sua azione di selezione della classe dirigente del domani. Della necessità di portare avanti un’idea di società pulita, nella quale i piccoli andavano preparati ad affrontare a testa alta il futuro e i vecchi destinati ad essere i depositari della saggezza e non ridotti al rango di improduttivo ciarpame da rottamare. Per il marxismo non vi era posto, ma ci si batteva comunque per un’economia sana, basata sull’onesto lavoro, dove fosse bandita l’usura, la dittatura delle banche e il servaggio all’alta finanza speculatrice. Si scopriva il significato della parola “foibe”, introvabile sui libri di scuola. Si imparava a familiarizzare con giganti della storia e della cultura come Gentile, Evola, D’Annunzio, Pound e Nietzsche. All’interno di quella fortezza si poteva al massimo litigare sul come realizzare una siffatta società, non certo sul “se”. E proprio per questo coloro che vi abitavano erano dei parìa, eternamente sottoposti alla spada di Damocle dello scioglimento “ope legis”.  La “società civile”, quando andava bene, li sbeffeggiava. &lt;Poveracci, ma cosa pensano mai di fare, quei quattro gatti in quel miserabile tugurio, del tutto privi di qualsiasi prospettiva politica?&gt;. Quando invece andava male ci scappava il morto. Molti infatti furono vittime di agguati, massacrati a colpi di spranga o di chiave inglese, arsi vivi nella loro abitazione, uccisi a tradimento per la strada, davanti alla sezione o sotto casa. Altri, col cartello appeso al collo, venivano trascinati lungo i corridoi delle scuole e sottoposti a pubblico ludibrio, come nell’epoca dell’inquisizione. Altri ancora vennero buttati a languire in una cella per anni, senza neppure sapere il perché e il percome. Il tutto nell’indifferenza, se non nell’aperta complicità, di presidi, professori, forze dell’ordine, preti, giudici e giornalisti. Tuttavia non per questo quei coraggiosi avevano perso il sonno o l’appetito. Anzi. Essi continuarono a difendere senza paura il loro onore col sorriso e la spada, proprio come s’addice ai forti di spirito, e questa loro disperata condizione sembrava non sconvolgerli più di tanto. In fondo ne avevano viste e sopportate di tutti i colori e solo il fatto di continuare a vivere rappresentava una sfida contro tutto e contro tutti. Un brutto giorno però, accadde qualcosa d’imprevisto. Il capo famiglia morì. Molti dentro la fortezza gli volevano bene, altri meno, ma tutti lo stimavano. Fatto sta che la statura dell’uomo, il suo indiscutibile prestigio e il talento nel barcamenarsi tra le insidie della politica nostrana erano venuti improvvisamente a mancare. Alla conduzione della fortezza subentrò quello che sembrava essere l’erede designato. Appena seduto sullo scranno del “padre”, però, il Cooptato decise che era giunto il momento di aprirsi al mondo esterno, recidendo per sempre il cordone ombelicale che malgrado tutto il popolo della comunità aveva mantenuto collegato al suo glorioso passato. In cambio delle regalie che elargiva, però, il mondo esterno pretese l’aprioristica accettazione e l’indiscussa sottoscrizione di una serie di condizioni. Si trattava però di elementi del tutto estranei al Dna di quel pugno di valorosi, ma che da quel momento sarebbero dovuti entrare a far parte del loro patrimonio genetico. E il Cooptato accondiscese senza discutere (ma soprattutto senza far discutere), organizzando in quattro e quattr’otto lo smantellamento della fortezza, il suicidio assistito della vecchia comunità e il suo solenne funerale. Allo scopo riunì il suo popolo nella sala cinematografica di un’amena località termale del centro Italia dove venne proiettato un filmato-ricordo. Il filmato terminava col simbolo della fede di una vita, di mille, generose vite &#8211; una fiamma tricolore sovrastante la scritta MSI &#8211; che lentamente sbiadiva fino a svanire del tutto dallo schermo, precipitando gli astanti in una tenebra angosciante. Neppure Dario Argento sarebbe riuscito a far meglio. Quello che accadde dopo è noto a tutti. Anche la creatura nata dalle ceneri della casa madre venne sbrigativamente soppressa poco tempo dopo e con cinica disinvoltura dal Cooptato, che senza battere ciglio ne partorì pure una terza. Quest’ultima, però, nata già malata e stortignaccola di per sé, morì da sola, senza neppure il bisogno di praticarle l’eutanasia. Ora, a 22 anni di distanza dalla rimpianta dipartita del MSI, per l’imminenza dei 70 anni della nascita di questa grande storia italiana fatta di passione, sangue e piccoli e grandi sacrifici, è stata organizzata una mostra. La rassegna si è aperta a Roma, in via della Scrofa, ultima sede storica di quella comunità politica così sbrigativamente seppellita ma di cui in questi giorni vengono celebrati i fasti. L’istituzione del Movimento Sociale Italiano avvenne il 26 dicembre del 1946, giorno di Santo Stefano, detto “il Protomartire”. Appunto. Mai data di fondazione fu più azzeccata. Con quell’atto si dava una casa e un rifugio a una comunità umana uscita crudelmente martirizzata da un terribile bagno di sangue. E se è vero che il simbolo di quell’ignobile mattanza è Piazzale Loreto, è ancora più vero che in quel lontano aprile del 1945, e per molti mesi a seguire, lo Stivale intero fu costellato da mille “Piazzali” Loreto rimasti quasi tutti sconosciuti. La strage, tra infoibati, passati per le armi, gettati negli altiforni, schiacciati sotto le ruote dei camion o semplicemente morti di stenti nei campi di concentramento, fu immensa. E proprio quello fu il ruolo che quella piccola comunità contraddistinta dalla fiamma tricolore s’incaricò di sostenere: offrire a tutti questi “figli della vergogna” superstiti e ai loro familiari un luogo nel quale riconoscersi. Un posto dove poter parlare, discutere, identificarsi e portare avanti il testimone lasciato in eredità dai caduti di quella sanguinosa epopea. Ma soprattutto un ambiente nel quale continuare a sentirsi parte di una comunità politica e umana marginalizzata ma ancora inserita all’interno di una più grande Patria, seppure divenuta matrigna. A dire la verità il compito di riconciliare sconfitti e vincitori per restituire a tutti dignità di popolo sarebbe dovuto spettare ai rappresentanti del nuovo ordine. Ma costoro, per pavidità, vigliaccheria o per semplice tornaconto politico e impreparazione culturale non se la sentirono di assumersi l’incombenza. In primo luogo la Democrazia Cristiana, uscita trionfante dalle prime elezioni repubblicane tenute a guerra finita, non tollerava la presenza, alla sua destra, di forze in grado di insidiare il suo ruolo di unico e riconosciuto baluardo anticomunista. Che poi “baluardo” e “anticomunista” non lo fu più di tanto, decidendo di perseguire una demenziale strategia: drenare consensi a destra per farli confluire a sinistra. In secondo luogo il Pci, lungi dall’assumersi l’incarico del pacificatore, era interessato solo a stendere una cappa di “damnazio memoriae” su un regime accusato di avere portato l’Italia alla rovina. Un regime, tuttavia, sotto il quale il proletariato aveva ottenuto riconoscimenti che nella madre patria sovietica non sarebbero stati mai neppure ipotizzati. E questo non si poteva, non si doveva far sapere, sennò il suo usurpato piedistallo di paladino degli oppressi si sarebbe miseramente sbriciolato. Il risultato di queste scelte miopi quanto autolesionistiche lo conosciamo fin troppo bene. Procedendo a colpi di compromessi, di “convergenze parallele”, di “politiche dei due forni”, di “appoggi esterni”, “archi costituzionali” e “governi balneari”, la repubblica in tutti questi maledetti settant’anni ha tirato a campare alla giornata, senza neppure prefigurarsi uno straccio di strategia, l’ombra di un obbiettivo, la parvenza di un’idea. E appresso a lei campò male l’Italia intera, preda dell’anarchia, del terrorismo e della corruzione. Così ci ritroviamo a dover fare i conti con la deprimente realtà odierna. Una realtà fatta di crisi economica, instabilità politica, progressivo smantellamento del Welfare, caduta verticale del tasso di benessere, aumento della povertà, nuova esplosione dell’emigrazione. Con una scuola minata fin nelle fondamenta da una mentalità livellatrice e ostile all’emergere di qualunque eccellenza, con la cocaina e l’ecstasy spacciati in ogni contrada, con le teorie transgender ed LGBT imposte per legge, con gli ospedali pubblici dove regna il disprezzo per la dignità umana, dove negli asili si picchiano i fanciulli e negli ospizi si torturano gli anziani. Una Nazione senza futuro, la cui linea politica ed economica viene impostata su indiscutibili parametri americani e germanici. Un paese dove i clandestini sciamano ovunque indisturbati e dove il tasso di natalità precipita a tassi svedesi pure presso gli immigrati regolari. Una realtà, insomma, dove le sinistre , con la loro vocazione eversiva, disgregatrice dei costumi e mortificante del merito, hanno vinto su tutta la linea. Anche per colpa di chi, figlio di quell’eroico passato, una volta entrato nelle stanze dei bottoni non si è rivelato per nulla all’altezza della situazione. E le mostre non consolano.</p>
<p>Angelo Spaziano</p>
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	    	<content:encoded><![CDATA[<hr /><p><a href="https://italianioggi.com/la-mostra-ricorda-storia-politica-minata-doveva-difenderla/"><img width="310" height="199" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/10/Congresso_di_Fiuggi.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/10/Congresso_di_Fiuggi.jpg 310w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/10/Congresso_di_Fiuggi-300x193.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/10/Congresso_di_Fiuggi-96x62.jpg 96w" sizes="(max-width: 310px) 100vw, 310px" /></a></p>]]></content:encoded>
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