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	<title>Gli italianiLa parola Patria va di moda a Parigi, non a Roma &#8211; Gli italiani</title>
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	<title>La parola Patria va di moda a Parigi, non a Roma &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>La parola Patria va di moda a Parigi, non a Roma</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Nov 2018 15:50:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/la-parola-patria-va-moda-parigi-non-roma/"><img width="719" height="728" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2.jpg 719w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2-296x300.jpg 296w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2-640x648.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2-63x64.jpg 63w" sizes="(max-width: 719px) 100vw, 719px" /></a></p><hr /><p>Immagino che più d’uno, tra quanti hanno visto i telegiornali che davano conto delle manifestazioni organizzate a Parigi per celebrare i 100 anni della vittoria nella prima guerra mondiale, si sia chiesto perché una analoga iniziativa non ha assunto il governo italiano considerato che quella celebrazione è stata l’occasione di un importante summit internazionale, presenti, tra gli altri, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il presidente della federazione russa Vladimir Putin, ed il cancelliere tedesco Angela Merkel. Più un’altra settantina di capi di Stato e di governo convenuti per rendere onore all’orgoglio francese ma anche per sottolineare un ruolo&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><strong><em>Immagino che più d’uno, tra quanti hanno visto i telegiornali che davano conto delle manifestazioni organizzate a Parigi per celebrare i 100 anni della vittoria nella prima guerra mondiale, si sia chiesto perché una analoga iniziativa non ha assunto il governo italiano considerato che quella celebrazione è stata l’occasione di un importante summit internazionale, presenti, tra gli altri, il presidente degli Stati Uniti <strong>Donald Trump</strong>, il presidente della federazione russa <strong>Vladimir Putin</strong>, ed il cancelliere tedesco<strong> Angela Merkel</strong>. Più un’altra settantina di capi di Stato e di governo convenuti per rendere onore all’orgoglio francese ma anche per sottolineare un ruolo internazionale della Francia in Europa e nel mondo che il presidente<strong> Emmanuel Macron</strong> è impegnato a valorizzare.</em></strong></strong></p>
<p>I maligni diranno che il Presidente francese, in forte calo di consensi, con questa iniziativa è andato alla ricerca di una visibilità che possa in qualche modo contenere l’espansione della destra che sui temi della patria è impegnata con il leader del <em>Front National</em>, <strong>Marie Le Pen</strong>, ritenuta dai sondaggisti in forte espansione. Ma al di là dei problemi interni della Francia, quel che emerge dall’osservazione dei fatti della politica internazionale è l’incapacità del nostro governo di assumere un ruolo adeguato all’Italia, in particolare nel Mediterraneo che da sempre la classe dirigente più avvertita ritiene essenziale per il nostro Paese, per la sua economia e per il ruolo politico che possiamo ritagliarci anche in rapporto all’Europa della quale l’Italia per la sua collocazione geografica, è la naturale porta aperta sul medio e l’estremo oriente.</p>
<p>Infatti, mentre a Parigi squilli di tromba e rullar di tamburi ricordano la conclusione della Grande Guerra, l’Italia è impegnata con i governanti della Libia in una difficile trattativa che vorrebbe definire le modalità di un contenimento delle migrazioni che passano attraverso quella sponda dell’Africa e contestualmente affermare la sua presenza sul piano dello sfruttamento degli ingenti giacimenti di petrolio sui quali anche la Francia ha messo gli occhi da tempo, come dimostra l’improvvido intervento militare contro il regime di Gheddafi. Del resto Francia e Italia si sono più volte presentate concorrenti nel Mediterraneo, tanto che coloro i quali hanno un po’ di dimestichezza con la storia ricorderanno che la conquista della Libia nel 1911 fece seguito all’occupazione francese della Tunisia, una regione con la quale l’Italia ed in particolare le imprese ittiche siciliane avevano da tempo un ricco interscambio commerciale.</p>
<p>Le considerazioni sulle celebrazioni francesi della Grande Guerra che hanno portato a Parigi oltre 70 leader della politica mondiale, non possono farci trascurare che, a fronte di una orgogliosa rivendicazione del ruolo avuto dalle armate francesi nel corso di cruente battaglie con l’esercito tedesco, costate centinaia di migliaia di vittime, sta una commemorazione di <em>routine</em> tra Roma e Trieste da parte del governo italiano che non ha avuto il coraggio e l’intelligenza di richiamare i valori della Patria e dell’identità nazionale, per ricordare agli italiani che i loro nonni e i bisnonni hanno combattuto, per la prima volta da una stessa parte, contro il “nemico storico”, per dirla con <strong>Luigi Einaudi</strong>, quell’Austria-Ungheria che nel corso dell’Ottocento aveva in ogni modo ostacolato il processo unitario nazionale sostenendo con le baionette governi illiberali, assolutamente sordi alle richieste di riforme costituzionali provenienti dalla parte più moderna delle società degli Stati preunitari.</p>
<p>Quel che si nota nei discorsi ufficiali è il timido riferimento agli eventi, ancor meno alle motivazioni culturali e ideali che avevano mosso generazioni di italiani a rivendicare Trento e Trieste per ricondurre l’Italia politica nei limiti dei suoi confini geografici e per riportare in ambito nazionale quelle aree dell’Istria e della Dalmazia nelle quali Venezia nei secoli aveva portato civiltà e prosperità. Nel timore che il richiamo alla Patria, alla sua identità, ai suoi valori di civiltà che poggiano le loro radici nella filosofia della Grecia e nel diritto di Roma possano essere occasioni di rivendicazioni nazionalistiche, definite anche sovraniste, si è fatto di tutto per non nominare il re Vittorio Emanuele III, il suo ruolo essenziale a Peschiera l’8 novembre 1918 a difesa della dignità e del valore del soldato italiano dopo Caporetto. E poiché non era possibile ignorare che la Regina d’Italia aveva trasformato il Quirinale in un ospedale militare nel quale aveva ospitato feriti e mutilati si è detto “la regina di allora”, con inconcepibile distacco, nel timore evidente che sottolineare il ruolo di Elena, Sovrana “della carità”, come l’avrebbe definita il Papa <strong>Pio XI</strong> nel conferirle il 15 aprile 1937 la “Rosa d’oro della Cristianità”, sia un riconoscimento del ruolo della monarchia in quel determinato momento storico. Ecco, quello che manca ai governanti di oggi è il senso della storia, l’incapacità di collocare nel tempo gli eventi, e di riconoscere a uomini e istituzioni il ruolo che hanno avuto in quella circostanza. Evidente dimostrazione della fragilità dell’attuale dirigenza politica e istituzionale che non è capace di confrontarsi con la storia del Paese perché, a fronte di quegli uomini che fecero l’Italia e la resero grande, oggi annaspano tra modeste proposte di governo, incapaci di delineare un quadro di crescita economica e sociale quale questo Paese merita proprio per la sua storia che, con alterne vicende, è stata grande in momenti significativi e che vorrebbe tornare ad esserlo perché gli italiani sentono che possono essere competitivi in Europa e nel mondo per il loro genio, per la fantasia, per gli studi.</p>
<p>Ci vogliono modesti, come modesti sono i nostri governanti, modestissimi, di scarsa cultura, privi assolutamente di esperienza, eppure pronti a discettare dei massimi sistemi della politica e dell’amministrazione. Ne è dimostrazione la politica dell’istruzione che sta erodendo gravemente una tradizione che faceva degli studi nelle nostre scuole una base sicura per ulteriori impegni di ricerca e professionali. Si continua nello smantellamento dei programmi, che necessitavano certamente di integrazioni, tuttavia mantenendo quella struttura della quale la cultura letteraria, storica, filosofica, artistica si univa alla conoscenza delle discipline scientifiche per assicurare ai nostri studenti quella preparazione che ha loro assicurato nel tempo prospettive professionali di tutto riguardo in Italia e all’estero.</p>
<p>Smantellati gli studi classici, scompare dall’orizzonte dei nostri giovani la storia politica, militare, letteraria, artistica che è espressione della nostra identità nazionale che intendiamo rivendicare, non per un vacuo sciovinismo al modo di altri, ma perché nella consapevolezza di noi stessi sta la forza per gestire il presente e di immaginare il futuro. E così spariscono dall’orizzonte degli italiani i personaggi che hanno fatto la storia di questo Paese. E mentre sulle rive della Senna il Presidente socialista, o presunto tale, enfatizza il ricordo di un’impresa patriottica come avrebbe fatto la destra erede di <strong>Charles Maurras</strong>, in quella Francia dove non è consentito parlare male di <strong>Napoleone</strong>, nonostante abbia disseminato di cadaveri le pianure di mezza Europa, in Italia il ricordo della storia unitaria, dal Risorgimento ai nostri giorni, volutamente ignorata nelle scuole, si attenua quasi ad annullarsi nella toponomastica. Sicché <strong>Camillo Benso, Conte di Cavour</strong>, il più grande statista europeo, secondo il Cancelliere austriaco <strong>Clemente Lotario di Metternich</strong>, per molti adulti e gran parte dei giovani è nulla più di una targa a lato di una strada o di una piazza al centro della loro città.</p>
<p>Contro l’ignavia che regna sovrana nei Palazzi del Potere noi vogliamo dire alto e forte che ci sono care le parole Vittoria e Patria, quella per la quale avevano combattuto milioni di italiani tra nevi e pietraie, dal Monte Grappa al Sabotino, al Carso, fino al Piave. E sul mare Adriatico.</p>
<p>Il centenario di Vittorio Veneto è, dunque, ancora un’occasione perduta, per i partiti di governo, che avrebbero potuto fare di più per ricordare ai giovani soprattutto il senso dei sacrifici di nonni e bisnonni, che combatterono per un’Italia più forte e s’impegnarono nel dopoguerra per ricostruirla, e per quelli di opposizione che non provano neppure a parlare di Patria e di identità degli italiani, un valore che ovunque è comune a tutti, che non è possibile tingere di un qualche colore partitico.</p>
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	    	<content:encoded><![CDATA[<hr /><p><a href="https://italianioggi.com/la-parola-patria-va-moda-parigi-non-roma/"><img width="719" height="728" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2.jpg 719w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2-296x300.jpg 296w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2-640x648.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2-63x64.jpg 63w" sizes="(max-width: 719px) 100vw, 719px" /></a></p>]]></content:encoded>
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