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	<title>Gli italianiLa vergogna dei tesori archeologici romani contesi tra Stato e Comune e condannati al degrado &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>La vergogna dei tesori archeologici romani contesi tra Stato e Comune e condannati al degrado</title>
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		<pubDate>Wed, 03 May 2017 15:19:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/la-vergogna-dei-tesori-archeologici-romani-contesi-comune-condannati-al-degrado/"></a></p><hr /><p>Già il fatto stesso che nella città Caput Mundi non esista un unico polo museale dove poter gettare uno sguardo globale sul mondo romano la dice lunga sulla miseria della classe dirigente italica del dopoguerra. Malgrado la grandezza passata, infatti, che non ha nulla di eguale, manca un Louvre capitolino. O un Ermitage. O una grande struttura, ad esempio come quella che nel centro del Cairo consente di farsi un’idea a tutto tondo di ciò che è stata la civiltà egizia. A Roma invece non c’è nulla del genere. Eppure, di materiale ce ne sarebbe in abbondanza, tanto da rimanere&#8230;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://italianioggi.com/la-vergogna-dei-tesori-archeologici-romani-contesi-comune-condannati-al-degrado/">La vergogna dei tesori archeologici romani contesi tra Stato e Comune e condannati al degrado</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://italianioggi.com">Gli italiani</a>.</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Già il fatto stesso che nella città Caput Mundi non esista un unico polo museale dove poter gettare uno sguardo globale sul mondo romano la dice lunga sulla miseria della classe dirigente italica del dopoguerra. Malgrado la grandezza passata, infatti, che non ha nulla di eguale, manca un Louvre capitolino. O un Ermitage. O una grande struttura, ad esempio come quella che nel centro del Cairo consente di farsi un’idea a tutto tondo di ciò che è stata la civiltà egizia. A Roma invece non c’è nulla del genere. Eppure, di materiale ce ne sarebbe in abbondanza, tanto da rimanere per la gran parte ancora ammucchiato a marcire nei sotterranei, precluso alla vista di chicchessia. Quindi chiunque intendesse abbracciare in un&#8217;unica “location” accentrata e iperspecializzata ciò che davvero è stata l’Urbe e il suo glorioso impero, ancora oggi &#8211; anno 2017 dell’era cristiana &#8211; deve mettersi di santa pazienza a girovagare tra il museo delle Terme di Diocleziano, Palazzo Massimo, Palazzo Altemps, Centrale Montemartini, Museo della Civiltà Romana in piazza Agnelli (chiuso da tempo e non si sa perché), l’Aula Ottagona e via “sbigliettando” (e smadonnando) a gogò. Ma sentite questa. Passeggiando per i Fori Imperiali, partendo da Piazza Venezia e procedendo in direzione del Colosseo, chiunque può notare il superbo, maestoso panorama delle gloriose rovine. Ovunque si volta lo sguardo è tutta una profluvie di templi, basiliche, marmi, fregi e arcate a perdita d’occhio. In nessun’altra metropoli del globo è possibile ammirare una cosa analoga. Pochi però tra i romani e non, sono a conoscenza del fatto che i reperti collocati sul lato destro dell’imponente arteria, Colosseo compreso, sono gestiti dallo Stato, mentre &#8211; non si sa perché &#8211; quelli situati sul lato sinistro della celebre via sono amministrati dal Comune di Roma. E ancora. Sempre nella stessa passeggiata va segnalato pure che a destra i servizi aggiuntivi sono affidati con gara a soggetti industriali di livello nazionale, mentre a sinistra, senza gara, la gestione è in mano a una municipalizzata del comune. Verrebbe da ridere, eppure è una cosa dannatamente seria. Per il semplice fatto che a rimetterci sono in primo luogo i beni archeologici stessi, con un Colosseo perennemente avvolto in una luce dai connotati cimiteriali, il Foro di Augusto sfregiato da un’orrida tribuna lignea montata su tubi Innocenti, il Foro di Traiano oltraggiato da scavi che hanno portato alla luce null’altro che un brutto labirinto di superfetazioni sette-ottocentesche. In secondo luogo ad essere penalizzati sono i poveri turisti innamorati dell’Urbe, costretti a pagare due diversi biglietti dopo avere spesso affrontato due file snervanti nel gelo invernale o sotto la cocente canicola estiva. Gente che per poter ammirare tanta meraviglia non ha esitato a spendere un mucchio di quattrini sfidando fatica, stress, sindrome da jet-lag, diarree del viaggiatore, il taglieggiamento dei vucumprà, la prepotenza dei centurioni fai-da-te e per ultima l’imbecillità nostrana. Penso che in molti turisti stranieri, certo, ma anche italiani in visita nella capitale, si domandino il perché di questa assurdità che rasenta l’autolesionismo. Ovunque nel mondo la musica è ben altra e anche se le cose non filano quasi mai lisce come si dovrebbe, quantomeno ci si sforza per andare incontro alle esigenze del visitatore. Le soluzioni ci sarebbero, eccome. Basterebbe un po’ di buona volontà, di elementare competenza di base e di apertura mentale. Biglietti integrati, o cumulativi, magari settimanali o mensili, predisposti mediante accordi di collaborazione tra Stato e Comune, facilitazioni varie, tour onnicomprensivi. A Roma invece nulla di tutto questo, laddove la convivenza tra enti analoghi incaricati della medesima funzione è sempre stata alquanto difficile, per non dire conflittuale. E di conseguenza solo all’ombra del Colosseo una Soprintendenza Comunale ai Beni culturali si appaia in perfetta operazione-fotocopia alle Soprintendenze Statali, ognuna in conflitto con l’altra, ognuna in competizione con l’altra a chi fa peggio. Nel secondo decreto per Roma Capitale, risalente all’epoca dell’amministrazione Alemanno (2012), venne istituita la Conferenza delle Soprintendenze. Il progetto principale era la fondazione di un consorzio fra Stato e Comune per la gestione integrata delle grandi aree archeologiche centrali della capitale. Nel 2015 però (epoca del sindaco Marino) il tutto venne vanificato dalla netta chiusura opposta dalle strutture comunali, a fronte delle aperture provenienti dall’ambito ministeriale. Fatto è che oggi lo Stato ha deciso di rinnovare la gestione del settore dei parchi archeologici romani di sua diretta competenza, mentre &#8211; e ti pareva &#8211; il Comune ha deciso, al contrario, di fare ostruzionismo. Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire. Roma insomma non è una città qualsiasi, e questo purtroppo lo si era capito da tempo. Qui non si vuole proprio prendere atto che se è vero che la tutela dei beni culturali e la loro gestione sono due cose diverse, è anche assolutamente necessario che esse debbano procedere di pari passo. In particolare se si è alla presenza di attrazioni uniche, che registrano la diuturna presenza di milioni di visitatori provenienti da tutto il mondo. Il fatto è che la gestione di un patrimonio siffatto richiede strutture altamente organizzate, tecnologie sofisticate, professionalità specifiche, esperienza pluridecennale, coordinamento, ampia visione programmatica. Invece qui si governa tutto questo con la miope mentalità dei tifosi da stadio. La separazione tra le due entità in gara a chi fa peggio genera infatti sprechi, disservizi, incuria e incertezza, laddove i modelli di gestione fra Stato e Comune sono molto diversi ma dagli esiti sconsolatamente identici. Infatti non crediamo proprio che il Comune, Raggi o non Raggi, possa affermare che il suo modello sia più efficiente della “concorrenza”, e siamo certi che neppure lo Stato possa dire altrettanto. Ma a questo punto le domande che sorgono spontanee sono diverse. Nella suaccennata passeggiata, le aree del Palatino, del Circo Massimo, dell’Aventino e del Colle Oppio, abbandonate al degrado e prive di uno straccio d’illuminazione a chi competono? E quale dei due enti è responsabile dell’abbandono in cui versa il più decentrato mausoleo di Augusto, a Campo Marzio? Quando smetteranno di litigare Stato e Comune dovrebbero affidare uno studio su questo punto a un soggetto indipendente che goda della fiducia di entrambi e che decida indipendentemente da entrambi. Possibilmente un soggetto non italiano. Perché semplicemente noi italiani…..non ne siamo capaci. Lo stato vergognoso in cui versa Roma ne è la prova lampante.</p>
<p>Angelo Spaziano</p>
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