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	<title>Gli italianiIl lager titino. Borovnica, l&#8217;inferno dei morti viventi &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>Il lager titino. Borovnica, l&#8217;inferno dei morti viventi</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Oct 2019 10:13:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/lager-titino-borovnica-linferno-dei-morti-viventi/"><img width="960" height="400" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg 960w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-300x125.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-768x320.jpg 768w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-640x267.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-96x40.jpg 96w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p><hr /><p>Borovnica: in sloveno significa mirtillo ma la dolcezza del fruttino blu stride con la storia tragica di quello che fu il peggiore dei campi di concentramento yugoslavi. Monsignor Santin, vescovo di Trieste e Capodistria, lo definì “l’inferno dei morti viventi”; un funzionario del Foreign Office britannico, nel 1946, dichiarò: “quanto sta avvenendo in Yugoslavia è comparabile a Dachau e Buchenwald”. Borovnica, una spianata ad una ventina di kilometri da Lubiana, fu la meta principale delle deportazioni dei prigionieri italiani dai territori occupati dall’esercito yugoslavo. Si trattava sia di militari sia di civili: tra i primi,  migliaia di quelli che avevano&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Borovnica: in sloveno significa mirtillo ma la dolcezza del fruttino blu stride con la storia tragica di quello che fu il peggiore dei campi di concentramento yugoslavi. Monsignor Santin, vescovo di Trieste e Capodistria, lo definì “l’inferno dei morti viventi”; un funzionario del Foreign Office britannico, nel 1946, dichiarò: “quanto sta avvenendo in Yugoslavia è comparabile a Dachau e Buchenwald”.</p>
<p>Borovnica, una spianata ad una ventina di kilometri da Lubiana, fu la meta principale delle deportazioni dei prigionieri italiani dai territori occupati dall’esercito yugoslavo. Si trattava sia di militari sia di civili: tra i primi,  migliaia di quelli che avevano resistito sul confine orientale all’avanzata dei titini, principalmente Decima MAS,  alpini della “Tagliamento”e bersaglieri del “Mussolini”, ma anche ex internati dai tedeschi che cercavano di ritornare a casa; tra i secondi gli arrestati e prelevati come “nemici del popolo” a Trieste, Gorizia, in Istria e Dalmazia.</p>
<p>Nel campo erano rinchiusi mediamente circa 3500 prigionieri ma si stima ne siano passati almeno il doppio: fuori dal campo tre enormi fosse comuni, scavate in tempi diversi, e poi altre più piccole. Morirono almeno in duemila a Borovnica, chi per torture, crocifissioni al palo e fucilazioni, chi per denutrizione e malattie, dissenteria, avvelenamento, tbc, difterite, tifo. Gli elenchi dei prigionieri furono distrutti dall’OZNA, la polizia segreta jugoslava, per ordine di Tito.</p>
<p>Alcune centinaia di deportati furono spostati da Borovnica al castello ospedale di Skofia Loka, a nord di Lubiana per essere “curati”: in realtà, già dati per segnati, finirono la loro agonia abbandonati in celle sotterranee per essere poi sotterrati in fosse comuni coperte col cemento.</p>
<p>Il tutto, va sottolineato, avveniva a guerra finita. Di cosa poteva essere colpevole don Giacomo Minghetti, cappellano di Tricesimo, fucilato a Borovnica nel giugno 1947?</p>
<p>Eppure la vicenda di Borovnica (come degli altri lager yugoslavi, da Maribor ad Aidussina, da Prestrane a Stara Gradiska)  era ben nota anche al Governo italiano. L’Alto Commissariato per i prigionieri di guerra, in una relazione del luglio &#8217;45, mise per iscritto che «le Autorità iugoslave trattenevano arbitrariamente nel loro territorio» 40 mila italiani come «ostaggi» per aver più garanzie sulle proprie rivendicazioni verso Roma.</p>
<p>Nel 1946 fu stampato, a cura del Governo, un migliaio di copie di un libro in italiano ed inglese intitolato  “<em>Trattamento degli italiani da parte yugoslava” </em>da far circolare negli ambienti diplomatici in vista del trattato di Pace: quel libro fu poi fatto sparire ma ne conservò una copia Manlio Cace, da Sebenico, esule a Roma e fondatore dell’Associazione Nazionale Dalmata. Suo figlio, Guido, lo fece avere al giudice Pititto che negli anni ‘90 promosse a Roma il processo “Foibe” e che infatti lo ritrovò archiviato (documento n. 62) nella stanza 30 del primo piano del ministero degli Affari Esteri.</p>
<p>C’erano in quel libro fotografie spaventose di uomini scheletriti ridotti a pesare 30 kg, piagati e moribondi, rimpatriati da Borovnica e finiti all’ospedale di Udine.</p>
<p>Ma c’erano anche testimonianze come questa: “Il 15 maggio 1945 due italiani lombardi per essersi allontanati duecento metri dal campo furono richiamati e martorizzati col seguente sistema: presi i due e avvicinati gomito a gomito li legarono con un fil di ferro fissato per i lobi delle orecchie precedentemente bucate a mezzo di un filo arroventato. Dopo averli in questo senso assicurati li caricavano di calci e di pugni fino a che i due si strapparono le orecchie. Come se ciò non bastasse furono adoperati come bersaglio per allenare il comandante e le drugarize che colpirono i due con molti colpi di pistola lasciandoli freddi sul posto&#8221;.</p>
<p>Dei suoi giorni di deportato a Borovnica, e scampato alla morte, tenne un diario, poi pubblicato con il titolo “Prigioniero di Tito”, Lionello Rossi Kobau, monfalconese, volontario nel 1° battaglione bersaglieri Mussolini, padre dell’attore Paolo Rossi.</p>
<p>Circa 400 di quei bersaglieri erano stati fatti prigionieri dai partigiani di Tito a Caporetto il 30 aprile 1945. Trasferiti a Tomino, prenderanno la strada di Borovnica in poco più di 200.</p>
<p>Un centinaio di quei ragazzi, ma lo si saprà molto tempo dopo, furono ammassati in una caverna che venne poi fatta saltare con l’esplosivo. Da allora riposano dentro quelle rocce. Altri chissà…</p>
<p>Così scriveva sul suo diario Lionello Rossi nelle prime settimane di prigionia: “28 maggio. Le vittime dell’esasperazione cadono ogni giorno, sotto i mitra dei guardiani. La più piccola trasgressione di qualsiasi ordine da loro emanato viene punita con la fucilazione alla presenza di tutti i prigionieri. Le esecuzioni avvengono di solito nel profondo della notte. Veniamo tutti svegliati a calci e nerbate per farci assistere alla festa di sangue da loro organizzata. (…) 3 giugno: il ‘terrone’ Potero, al ritorno da un campo di lavoro, viene trovato con tre rape crude in tasca. E’ legato su tralicci di legno, bastonato a sangue, rotte le calcagna con l’aggiunta di venti scudisciate sulla schiena. (…) 4 giugno:  E tu, bersagliere Giuseppe Spanò, perché hai sottratto un pezzo di pane ed un pomodoro? Dopo la consueta bastonatura ti hanno appeso ad un palo telegrafico con del filo di ferro, denudato e frustato ancora con del filo di ferro ma spinato sino alla totale perdita dei sensi. Quando riportiamo Spanò al suo giaciglio, ormai ha le braccia e i polsi spezzati. Noi attorno, preghiamo perché il Signore lo accolga presto senza farlo soffrire. La mattina dopo il corpo di Spanò viene trascinato e legato al solito palo per farlo stare in piedi ed essere fucilato davanti ai nostri occhi da Ante Pojonik di Montespino. Siamo costretti a restare per oltre due ore sotto la pioggia fitta”.</p>
<p>Rossi sopravvisse a Borovnica e Skofia Loka, passò per il Danubio, per Fiume e Zagabria fino ad essere rimpatriato, dopo venti mesi, il 24 dicembre 1946, con una nave yugoslava partita da Spalato con destinazione Ancona. Il comandante, un militare titino, prima di far sbarcare i prigionieri, ricordò minaccioso  che dal loro comportamento sarebbe dipesa la sorte dei compagni di sventura che ancora si trovavano a Borovnica: uscirono dalla nave cantando bandiera rossa e sventolando bandiere yugoslave e cartelli inneggianti alla fratellanza italo slava, ma almeno non avrebbero danneggiato chi stava ancora all’inferno dall’altra parte del mare…</p>
<p>Un altro sopravissuto di Borovnica, Giuseppe Moreno, raccontò: “Eravamo un reparto di militari italiani arruolati nel ’43 all’età di 18 anni, siamo stati mandati a Pola a costruire fortificazioni. Il 2 maggio fummo catturati dai partigiani slavi a Buie, mentre tentavamo con altri reparti di rientrare a Trieste. Ci portarono, facendoci marciare, a Capodistria, da qui sempre a piedi fummo portati a Borovnica, nella piana di Lubiana. Eravamo obbligati a durissimi lavori, venivamo percossi con lunghe fruste da cavallo e nerbi di bue. (…) I morti venivano gettati in una fossa comune che serviva da latrina collettiva. Eravamo ridotti come scheletri; divorati dalla dissenteria e dal tifo. Ho visto scene spaventose provocate dalla fame: una volta fu portato un cavallo morto che doveva servire per la minestra. Alcuni prigionieri si avventarono a raccogliere il fango bagnato dal sangue della bestia, altri andarono di notte a disseppellire le budella crude e gli zoccoli per mangiare. Ne morirono. Alcuni che avevano fatto lavori presso i contadini del luogo ricevettero polenta, ne mangiarono e morirono con gli intestini perforati. Ogni giorno c’erano morti”.</p>
<p>Il comandante del campo si chiamava Ivan Leupuscheck: un giorno si ruppe le gambe cadendo in moto. Gli yugoslavi  dovettero sostituirlo e misero al suo posto un italiano rinnegato, il comunista Ciro Raner, nato a Pisino, studi al liceo Oberdan di Trieste ed ex sottufficiale della sanità del Regio Esercito. Si vantava di essere amico personale di Tito e di averlo ospitato a casa sua, nei dintorni di quella che ormai chiamava Pazin.<br />
Di lui così raccontò Giovanni Prendonzani, riuscito a tornare a Trieste dall’inferno di Borovnica: &#8220;Eravamo in fila con un scodellino per avere un mestolo d&#8217;acqua sporca e patate (&#8230;), quello davanti a me cercò per fame di raschiare il fondo della pentola. Subito la guardia partigiana lo colpì con una fucilata trapassandogli il torace. Arrivò il Raner che andava su e giù a cavallo lungo la fila di prigionieri, prese la pistola che portava nel cinturone e diede il colpo di grazia al ferito sparandogli alla nuca&#8221;.</p>
<p>La testimonianza di Predonzani consentì, anche se molto tardivamente (era il 2004), di aprire un procedimento della procura militare di Padova, parallelo a quello delle foibe di Pititto a Roma. Ma Raner, che ormai novantenne viveva vicino a Fiume si salvò dal processo per la demenza senile…</p>
<p>In compenso continuò a ricevere come ex militare italiano la pensione fino alla fine dei suoi giorni: 569.750 lire per tredici mensilità. 50 milioni circa di arretrati. “Ne ho diritto – diceva – ho fatto il soldato per l’Italia”.</p>
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	    	<content:encoded><![CDATA[<hr /><p><a href="https://italianioggi.com/lager-titino-borovnica-linferno-dei-morti-viventi/"><img width="960" height="400" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg 960w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-300x125.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-768x320.jpg 768w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-640x267.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-96x40.jpg 96w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p>]]></content:encoded>
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