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	<title>Gli italianiLe contraddizioni di Genova, citta dei cantautori, della malinconia e della lotta &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>Le contraddizioni di Genova, citta dei cantautori, della malinconia e della lotta</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Jul 2015 12:27:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La dominante dei mari. questo era Genova</strong> al tempo glorioso delle Repubbliche marinare, nel periodo basso medievale e rinascimentale. Riconosciuta a livello internazionale come potenza economica e commerciale, ed ammirata per le ottime capacità in battaglia, può dire di aver conservato un po’ di quello spirito anche nei secoli successivi.</p>
<p>Un esempio? Gli anni Sessanta. Forse davvero il decennio più intenso, più vivo nella storia moderna della città. Punto di riferimento del triangolo industriale con Torino e Milano, Genova è stata anticipatrice anche dei movimenti operai e studenteschi del ‘68, insieme a Torino, dove le prime manifestazioni di lavoratori si ebbero già verso il ’65. Non solo. Ancor prima, un episodio di ribellione segnò una delle pagine più critiche nella storia della prima Repubblica. Siamo nel 1960, l’Italia abbraccia il boom economico, dopo anni di sudore e sacrifici. E’ in questo contesto storico e sociale, ancora lontano dalle rivolte degli anni successivi, che il trenta giugno la città diventa “ostaggio” di un clima di guerriglia.</p>
<p>Il motivo? Un Congresso dell’ “M.S.I.” programmato da tempo. Inaccettabile per un buon numero di genovesi. Il Congresso però, è legittimato dalla situazione politica del momento: il nuovo governo Tambroni, per essere eletto, ”chiede” ed ottiene l’appoggio dei missini, che risulta determinante e che ufficialmente “reintegra” i neofascisti da quell’emarginazione in cui erano stati relegati dopo la fine della guerra. I missini giustamente cavalcano l’onda, tenendo prima un Congresso a Milano e pianificando poi quello di Genova. Molti si ribellano. Si susseguono giornate di scontri tra manifestanti, carabinieri e neofascisti. A fine luglio il Governo Tambroni si dimette.</p>
<p>Passano pochi anni e Genova, insieme a Torino, apre le “danze” delle proteste operaie e studentesche, che hanno il loro picco nel ’68 e che prenderanno pieghe drammatiche negli anni Settanta, gli anni “di piombo”.</p>
<p>Non è ovviamente soltanto protesta e battaglia la storia di Genova. E’ anche amore, poesia, dolcezza. Forse malinconia. Ecco, una dolce malinconia. Quella che ci hanno lasciato nel cuore gli splendidi cantautori della scuola genovese, che fiorisce proprio negli anni Sessanta. Parlano di vita, di libertà e di amore. Il tutto con un meraviglioso romanticismo malinconico. I nomi? Bindi, Lauzi, De Andrè, Tenco, Paoli. Non c’è bisogno d’aggiungere altro.</p>
<p>Artisti rari e virtuosi di anni duri ma veri, dove le ideologie, anche se agli antipodi, erano ancora profonde e sentite, a differenza del lassismo morale della svuotata società contemporanea.</p>
<p>Cantano un Paese tenero e battagliero, dolce e coraggioso. Termini per molti in antitesi. Non per loro. Non per Genova, città di lotte dure per la libertà. Già, la libertà. Un mondo sconfinato dove parlare di noi, della piccola vita di tutti i giorni, piena di tutto quello che la vita è.</p>
<p>“La canzone dell’amore perduto”, del mai dimenticato De Andrè e citata nel titolo, racconta proprio questo: la fine malinconica di un grande amore. Che, però, porta subito a ricominciare, a lottare. Quindi di nuovo ad amare. E’ “Zena” ragazzi. Ecco forse perché, come cantava Bruno Lauzi, “abbiamo un’espressione un po’ così…mentre guardiamo Genova”.</p>
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