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	<title>Gli italianiLe principali ragioni per una riduzione del debito pubblico &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>Le principali ragioni per una riduzione del debito pubblico</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Dec 2019 17:17:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/le-principali-ragioni-riduzione-del-debito-pubblico/"><img width="636" height="382" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/10/franza.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/10/franza.jpg 636w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/10/franza-300x180.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/10/franza-96x58.jpg 96w" sizes="(max-width: 636px) 100vw, 636px" /></a></p><hr /><p>Una rapida scorsa al testo votato  in parlamento evidenzia come il  vero convitato di pietra del Governo, certamente  di quello presente ma anche di ogni eventuale altro futuro, sia il debito pubblico e gli impegni presi con l’Unione Europea. La teoria economica ha condotto numerosi studi sul debito pubblico arrivando a suggerire una serie nutrita di motivi per tenere un basso livello del rapporto debito pubblico/Pil, come quello che un alto rapporto possa ostacolare la crescita per vie diverse, ad esempio, generando l’aspettativa di pesanti prelievi futuri, che deprimono la domanda interna, ovvero, originando uno spiazzamento degli investimenti. Tuttavia, gli&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Una rapida scorsa al testo votato  in parlamento evidenzia come il  vero convitato di pietra del Governo, certamente  di quello presente ma anche di ogni eventuale altro futuro, sia il debito pubblico e gli impegni presi con l’Unione Europea.</p>
<p>La teoria economica ha condotto numerosi studi sul debito pubblico arrivando a suggerire una serie nutrita di motivi per tenere un basso livello del rapporto debito pubblico/Pil, come quello che un alto rapporto possa ostacolare la crescita per vie diverse, ad esempio, generando l’aspettativa di pesanti prelievi futuri, che deprimono la domanda interna, ovvero, originando uno spiazzamento degli investimenti.</p>
<p>Tuttavia, gli studi condotti da Reinhart and Rogoff (2010) che avevano stimato una soglia del   90%, usando un modello <em>panel</em> riferito ad economie avanzate, sono stati smentiti da molti lavori successivi (es. Chudik 2015), che invece non trovano un effetto soglia statisticamente significativo. Ne deriva che, allo stato, non sembra possibile indicare un unico valore-soglia del rapporto debito/Pil oltre il quale si manifesterebbe la relazione negativa tra debito e crescita del Pil e che, pertanto, non troverebbero una giustificazione le pressioni europee alla riduzione dei debiti pubblici e la lo presenza di indicazioni in tal senso nei trattati dell’Unione</p>
<p>Per altro verso, si può sostenere che i Paesi ad alto debito sono esposti a rischi di liquidità, come evidenzia la tendenza mostrata dai mercati finanziari ad oscillare tra periodi di <em>risk on</em> e di <em>risk off,</em> accentuata nell’area euro dalle prospettive incerte dell’unione monetaria (vedi i lavori ad es. di Corsetti 2015). Anche qui, tuttavia, la storia insegna come le crisi di liquidità sono molto spesso conseguenza di valutazioni errate da parte delle banche centrali, come appena lo scorso settembre è accaduto negli Usa alla Fed, che ha sottostimato il concentrarsi di pagamenti è ha registrato  Il tasso «repo» &#8211; vale a dire il costo del denaro «overnight», un giorno sull’altro, a cui le banche si scambiano il denaro tra loro &#8211; a picchi del 7%, con punte <em>intraday</em> anche del 10%.</p>
<p>Un’altra motivazione a favore di un basso livello del debito pubblico, è connesso all’alto costo sociale per la spesa per interessi che toglie spazi ad altre voci di spesa ed a eventuali opportuni tagli delle imposte. In particolare, la presenza di un consistente <em>stock </em>di debito pubblico toglierebbe spazio per politiche fiscali di tipo attivo, che sostengano la domanda interna e la spesa per investimenti. Detto tra di noi, cosa che sarebbe, in particolare per il nostro Paese, senz’altro più che auspicabile, dopo la prolungata e profonda recessione di questi ultimi anni e le conseguenti delle recenti crisi bancarie.</p>
<p>Ma le cose stanno effettivamente cosi ?</p>
<p>In effetti, le politiche di <em>quatitative easing</em> hanno ridotto considerevolmente il peso degli interessi sul debito pubblico, ma hanno ingessato la politica monetaria all’esigenza di estendere sempre più l’offerta monetaria. Inoltre, gli effetti d’invecchiamento della popolazione nei paesi occidentali, ed il conseguente aumento implicito della spesa sanitaria e previdenziale, determinano la necessità di un maggiore impegno economico, che non può essere soddisfatto da una maggiore tassazione, atteso l’intensificarsi della concorrenza tributaria.</p>
<p>Il risultato congiunto di tali ultime constatazioni ci induce a riconsiderare sotto un altro aspetto l’opportunità di un rientro del debito pubblico, in condizioni di sostenibilità tradizionali e, quindi, purtroppo lontano dalle condizioni eccezionali poste dalla situazione economica attuale. In effetti, un tasso di crescita dell’economia superiore al tasso d’interesse, insieme ad un tasso d’inflazione positivo ed un avanzo primario (questo già da tempo raggiunto) sono condizioni idonee ad assicurare una progressiva riduzione del debito pubblico, in modo da riportarlo, in un lasso di tempo ragionevole, ad un livello considerato  rassicurante. Tuttavia, ripetiamo, la situazione attuale di crescita a tassi bassi o negativi e addirittura inferiore ai tassi d’interesse connessa ad inflazione molto bassa, richiede un livello insostenibile di avanzo primario.</p>
<p>Dunque il nodo della questione sta, in definitiva, nella spirale perversa tra altro rapporto debito/pil, regole di bilancio restrittive, e loro effetto negativo sulla crescita del reddito, con conseguente ulteriore aumento del rapporto debito/pil.</p>
<p>Cosi, di conseguenza ed in definitiva, la via maestra resta quella di <strong>ripensare in modo nuovo e solidale il rapporto con gli altri <em>partner</em> europei</strong> che, a ben vedere, soffrono di problemi solo apparentemente diversi da quello italiano, come ad esempio per la Germania, il cui <em>surplus</em> commerciale può esistere solo in quanto c’è un’unione monetaria che ne assorbe le spinte inflazionistiche.</p>
<p>Enea Franza</p>
<p>&nbsp;</p>
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