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	<title>Gli italianiL&#8217;esodo degli Italiani d&#8217;Istria. Campi profughi e impronte digitali &#8211; Gli italiani</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Dec 2019 09:31:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Dove andremo? Che sarà di noi? Ecco il grande punto interrogativo di chi lasciava la sua terra, la sua casa, i suoi morti…</p>
<p>Un testimonianza bellissima e toccante, descritta con gli occhi del bambino di allora, è quella che ha lasciato Tullio Parenzan, esule da Pola, raccontando il momento del distacco.</p>
<p>“Due febbraio 1947. Pola è avvolta da una coltre bianca di neve. È mattina. Stiamo trascorrendo le ultime ore prima dell’imbarco. Un saluto a chi resta, ma che partirà tra qualche giorno; una corsa fugace all’Arena, uno sguardo alle strade che vengono abbracciate col cuore, con la mente. Non abbiamo occhi per immagazzinare tutto quello che l’animo, in quel momento, desidera. E poi c’è la nostra casa di famiglia (…). I muri parlano da soli. Facciamo un giro rapido per le stanze. Passiamo da camera a camera, riguardiamo la cucina, luogo domestico il più caro; le terrazze, guarnite di profumati glicini durante l’estate, che tanta gioia hanno dato durante l’infanzia, offrendo spazio per il gioco. Dobbiamo congedarci. Sostiamo ancora un momento in corridoio. È con me la mamma. Ci guardiamo negli occhi, quasi per farci forza in questi attimi di distacco. Io, piccolo come sono, dico: “andiamo, bisogna andare”. Ed istintivamente baciamo il muro del corridoio. Restiamo in silenzio per qualche secondo. Usciamo. Chiudiamo alle nostre spalle la porta. Ci guardiamo ancora negli occhi, senza parlare. Quasi ci interrogassimo a vicenda e tentassimo di leggerci il comune pensiero. E adesso cosa sarà di noi?”</p>
<p>Quella stessa domanda, fu comune ad altre migliaia e migliaia di uomini e donne, vecchi e bambini, come comune fu il loro primo approdo: il campo profughi.</p>
<p>Furono 117 i campi profughi allestiti in Italia, sorti per fornire asilo temporaneo ai giuliano dalmati ma che, in molte occasioni, furono per anni la loro “casa”.</p>
<p>Erano baracche di legno, edifici abbandonati e riattati, magazzini o ex caserme dagli infissi cadenti; grandi stanzoni frazionati in box, assegnati uno per famiglia, con i cartoni o con le coperte appese ai fili di ferro tesi da una parete all’altra a far da divisorio.</p>
<p>Si viveva nella promiscuità, con i servizi igienici in comune e una mensa povera, l’odore del minestrone che impregnava i vestiti, spesso gli unici, riposti nella preziosa valigia dell’esule.</p>
<p>Le città e i paesi d’Italia in cui vennero destinati i profughi divennero la nuova patria per migliaia di giuliano dalmati che da lì iniziarono a ricostruire una vita:  Trieste, con i suoi 80.000 tra esuli e loro figli, divenne la capitale morale dell’esodo ma nella memoria di quel gigantesco naufragio di anime riecheggiano i nomi di località di ogni regione italiana.</p>
<p>A Roma nacque il Villaggio Giuliano dalmata, sulla Laurentina: al suo ingresso è stato posto un masso bianco di pietra d’Istria e ancora oggi vi sventolano attorno le bandiere delle terre perdute: l’aquila di Fiume, i leopardi di Dalmazia, la capra dell’Istria. Iniziò a popolarsi negli anni 48-49 con esuli di Fiume, Pola, Zara e Rovigno, ma nacque in realtà dall’occupazione dell’ex villaggio operaio delle maestranze che avevano edificato l’Eur. Poi, a partire dal 1950 l’Opera Profughi ne pianificò la sistemazione, fu consacrata la chiesa di San Marco e il villaggio divenne “Quartiere”.</p>
<p>Mia mamma, che fu anche maestrina delle piccole profughe, mi raccontava di come la commuovessero le loro voci di bimbe che cantavano “La mula de Parenzo” sotto i volti del Palazzo della Civiltà Italiana; poi, in fila, camminavano fino alla Madonnina delle Tre Fontane e lì lasciavano i loro fiori e le loro preghiere. Mi raccontò anche del Campo profughi di Altamura, un casermone dismesso e sessanta capannoni nella piana pugliese, ma dove c’era almeno la scuola per i bambini.</p>
<p>A La Spezia c’era la Caserma Ugo Botti, che accolse i profughi di Pola. Molti di questi lavoravano ai cantieri navali di Scoglio Olivi, e per questo ebbero la fortuna di essere reimpiegati presto all’arsenale e ai cantieri della città ligure. Ma anche lì non ebbero certo una grande accoglienza: nessuno potè mai dimenticare quel che disse un dirigente della Camera del Lavoro di Genova in un comizio alla Spezia nella campagna elettorale dell’aprile1948: “In Sicilia hanno il Bandito Giuliano, noi qui abbiamo i banditi giuliani”…</p>
<p>Ed in Sicilia invece i giuliani, tutt’altro che banditi, furono mandati a migliaia: molti passarono per il campo di Termini Imerese e si fermarono in quell’isola che fu con loro ospitale; in Sardegna popolarono Fertilia, a pochi chilometri da Alghero, ove ancora si parla il dialetto istroveneto e ti saluta il leone di San Marco sopra l’obelisco che ricorda l’esodo.</p>
<p>E poi un lungo rosario di città: Torino, Novara,  Udine, Marina di Massa, Carrara Fossoli , Laterina, Chiavari, Catania, Bari, Latina e decine di altre sparse per l’Italia.</p>
<p>Era difficile essere profughi. Quasi tutti i campi erano situati fuori dagli abitati, ai margini della città viva, senza illuminazione pubblica e senza negozi.</p>
<p>Spesso cinti dal filo spinato e con una guardia all’ingresso, con orari di uscita e di rientro che costringevano i ritardatari a passare notti all’addiaccio, trasmettevano una sensazione di insicurezza, provvisorietà e un’alienante condizione di “semilibertà”.</p>
<p>Padre Flaminio Rocchi di quei campi scrisse: “Erano un agglomerato declassato di persone marginali, differenti, inferiori. Il direttore del Centro e il poliziotto del cancello avevano esautorato il capofamiglia che si vedeva in fila con i figli con un barattolo in mano davanti a un marmittone militare. Il cuoco e il magazziniere erano più importanti della mamma…”</p>
<p>E a far sentire i profughi ancor più differenti, italiani diversi dagli altri italiani, arrivò un giorno uno sciagurato atto del governo di De Gasperi.</p>
<p>Già De Gasperi non godeva di buona fama in quel mondo di esuli in balia della storia: nessuno aveva dimenticato che era stato lui stesso a dichiararsi contrario al plebiscito nella Venezia Giulia proposto dal segretario di stato americano Byrnes nei colloqui di Parigi precedenti alla firma del trattato di pace. Si vociferava che, da trentino, lo avesse fatto per non rischiare qualcosa di analogo dalle sue parti. Si sapeva pure che aveva bocciato la proposta (di Luigi Einaudi) di costruire un “Nuova Pola” in Alto Adige, preferendo la dispersione degli esuli “perché tutti assieme erano pericolosi”…</p>
<p>E come si fa con i criminali pericolosi, agli esuli vennero prese le impronte digitali: un’umiliazione infame per chi aveva scelto l’esodo pur di essere italiano.</p>
<p>Il 15 maggio 1949, infatti, una circolare del Ministero degli interni (n. 224/174379) ordinava alle questure di fare per ogni profugo dall’Istria e Dalmazia “una scheda segnaletica con fotografia e con le impronte digitali”.</p>
<p>I Carabinieri andarono anche da Monsignor Raffaele Radossi, ultimo vescovo di Pola italiana e poi arcivescovo di Spoleto: il prelato rifiutò di porre l’indice sul tampone che gli porgevano, pur riconoscendo ai militari che erano loro malgrado solo esecutori di un ordine indegno.</p>
<p>Prese quindi carta e penna e scrisse una lettera di fuoco a De Gasperi chiedendo di ritirare “quella circolare umiliante, priva di carità evangelica, non compatibile con un governo democratico”.</p>
<p>E così la concluse: “La prego di non nominare più noi poveri esuli nei suoi discorsi: il commento migliore al nostro profondo dolore è il silenzio”. Firmato: Fra’ Raffaele Radossi, Arcivescovo di Spoleto e profugo istriano.</p>
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