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	<title>Gli italianiL&#8217;Italia ai tempi del Coronavirus tra cronaca e storia. Orgoglio e pregiudizi &#8211; Gli italiani</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Mar 2020 12:18:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Scrivendo sul<em> Corriere della Sera</em> del “Senso di orgoglio di un Paese ammalato”, a proposito di come gli italiani reagiscono all’epidemia di coronavirus, Ernesto Galli della Loggia sostiene che “siamo abituati a essere stigmatizzati, anche perché siamo noi i primi a farlo a danno di noi stessi”. Eppure siamo un grande popolo, non solo perché da duemilacinquecento anni l’Italia “riesce a stare sul palcoscenico della storia” per il genio dei suoi abitanti che nel tempo si sono distinti come artisti, letterati, uomini di Stato e d’armi, ma anche perché “ ancora oggi siamo tra i primi, tra i primissimi in Europa, nel produrre ogni genere di macchine, di strumenti, di oggetti utili e necessari o semplicemente belli, che esportiamo dappertutto”.</p>
<p>Non siamo “nazionalisti”, anche perché le vecchie generazioni hanno vissuto gli effetti negativi della esasperazione del culto della Patria, al punto da doversene quasi vergognare, e alle nuove è stato inibito anche di parlarne, di coltivare ed esibire quella identità nazionale che in altre nazioni è parte ordinaria del quotidiano, come nel Regno Unito o nelle altre Monarchie democratiche d’Europa, o laddove accompagna la ricostruzione di una identità storica perduta, come nella Russia di Putin che offre ai giovani, inariditi dai troppi anni di comunismo, l’epopea degli Zar e dell’impero che è stato parte essenziale della storia del Continente.</p>
<p>Non siamo nazionalisti, scrive Galli della Loggia, ma nei momenti difficili, come quello che viviamo per effetto del coronavirus che sta modificando le nostre quotidiane abitudini di vita e di lavoro, emerge il “sentimento oscuro di appartenenza ad una medesima storia la quale anche a dispetto della nostra stessa volontà però ci tiene insieme, non foss’altro perché agli occhi degli altri siamo uno stesso popolo dalle Alpi alla Sicilia”. È un “sentimento di identificazione con il nostro Paese” che, a lungo “nascosto”, emerge nei momenti difficili. Galli della Loggia non lo vuole definire “patriottismo”, che giudica parola “grande e impegnativa”. Lo condizionano evidentemente i lunghi anni nei quali la politica e la cultura, a tutti i livelli, hanno volutamente ignorato o apertamente rimosso parti fondamentali della nostra storia, principalmente di quella a noi più vicina, che chiamiamo Risorgimento, e che, sull’onda del pensiero liberale incarnato dai moti rivoluzionari del 1821 e del 1848, ha condotto alla formazione dello Stato nazionale che ardentemente desideravano quanti, dopo secoli di servaggio, non volevano più essere “calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi”, come recita il poeta Goffredo Mameli nel Canto degli italiani, l’Inno nazionale.</p>
<p>Patria non si può dire, dunque, meglio parlare di “sentimento oscuro di appartenenza”, che gli somiglia ma non troppo, e così, accanto all’orgoglio, nel quale di tanto in tanto gli italiani ritrovano, magari solo perché l’Inno nazionale accompagna un atleta sul podio, ci sono dei pregiudizi duri a morire che dal 1946 hanno voluto cancellare una parte della storia d’Italia, sicché, già prima che le cronache del Coronavirus occupassero le prime pagine die giornali, sembra passare in sordina il bicentenario della nascita di Vittorio Emanuele II (14 marzo 1842), il Re che ha reso possibile all’azione politico diplomatica di Cavour e all’impeto patriottico di Garibaldi di concorrere efficacemente all’unità, laddove in assenza del sovrano sabaudo i due si sarebbero scontrati con effetti paralizzanti. Lo ha intuito un fine diplomatico, Vitzthum von Eckstädt, Ministro plenipotenziario di Sassonia a Londra: “il creatore dell’Italia non è affatto Cavour, bensì Vittorio Emanuele. Questi univa alla furberia del cacciatore di camosci la maggior bonarietà del mondo, al coraggio del soldato l’acume di un audace uomo di Stato. L’avvenire renderà giustizia a questa personalità misconosciuta dai contemporanei. Cavour, Rattazzi, Ricasoli, Lamarmora o come altro si chiamano, non eran che marionette nelle sue mani. Dei dettagli, non si curava. Lasciava la biancheria sporca da lavare ai suoi ministri. Osservò le forme costituzionali, divenute inevitabili, per servirsene ai propri scopi… Così, personificando il principio nazionale, dominò la situazione e rimase dittatore sino alla fine della sua vita”.</p>
<p>Per ricordarlo occorre rimuovere un pregiudizio verso la monarchia e verso un sovrano che piaceva allora e piacerebbe oggi agli italiani perché era come molti di noi, coraggioso, spavaldo, bravo cacciatore, ottimo cavallerizzo, un po’ donnaiolo, ma attento alla famiglia ed alla religione.</p>
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	    	<content:encoded><![CDATA[<hr /><p><a href="https://italianioggi.com/litalia-ai-tempi-del-coronavirus-cronaca-storia-orgoglio-pregiudizi/"><img width="719" height="728" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2.jpg 719w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2-296x300.jpg 296w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2-640x648.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2-63x64.jpg 63w" sizes="(max-width: 719px) 100vw, 719px" /></a></p>]]></content:encoded>
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