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	<title>Gli italianiL&#8217;Italia e i mondiali &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>L&#8217;Italia e i mondiali</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Nov 2017 23:05:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/litalia-e-i-mondiali/"><img width="180" height="140" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/09/Delninno1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/09/Delninno1.jpg 180w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/09/Delninno1-82x64.jpg 82w" sizes="(max-width: 180px) 100vw, 180px" /></a></p><hr /><p>Ogni evento di questi anni frenetici, anche l’esclusione della nazionale italiana di calcio dai mondiali, dopo fiumi di commenti, invettive, proteste e suggerimenti che hanno inondato i media, finirà presto nel dimenticatoio. E come sempre accade, in questi fiumi c’è molto di vero e perfino qualcosa di serio, e molto di fasullo. Di più, c’è la rappresentazione di tanta parte del costume italiano: per esempio, l’attaccamento alle poltrone, perfino dopo una sconfitta importante; per esempio, la tendenza a soffermarsi sull’episodio e a non andare oltre le cause “vicine” del suo determinarsi, ignorando quelle più “lontane”; il vezzo di sentirsi comunità&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni evento di questi anni frenetici, anche l’esclusione della nazionale italiana di calcio dai mondiali, dopo fiumi di commenti, invettive, proteste e suggerimenti che hanno inondato i media, finirà presto nel dimenticatoio. E come sempre accade, in questi fiumi c’è molto di vero e perfino qualcosa di serio, e molto di fasullo. Di più, c’è la rappresentazione di tanta parte del costume italiano: per esempio, l’attaccamento alle poltrone, perfino dopo una sconfitta importante; per esempio, la tendenza a soffermarsi sull’episodio e a non andare oltre le cause “vicine” del suo determinarsi, ignorando quelle più “lontane”; il vezzo di sentirsi comunità soltanto in occasione di eventi sportivi, per poi rimettere le bandiere nel cassetto appena spentasi l’eco di quegli eventi, e così via.</p>
<p>Quando parliamo di cause remote, ci riferiamo alla scuola, sia a quella che somministra istruzione di carattere generale, sia a quelle che impartiscono le specifiche lezioni, nel caso, di calcio. Ormai, la scuola si sente più vocata a preparare lo studente per il mondo del lavoro che a formarlo come cittadino: non a caso, la “buona scuola” prevede l’alternanza “scuola-lavoro” (ancora tutta da decifrare e sperimentare) e non impone più l’educazione civica e, con essa, non s’insegna il senso dell’appartenenza e quel subordinare il proprio interesse a quello della comunità, da quella familiare a quella nazionale.</p>
<p>Quanto a quelle calcistiche, fanno proprio il verbo di moda, che – nei casi migliori! &#8211; privilegia la velocità, la furbizia, la tenuta atletica, qualche abbozzo di tattica, a discapito dei “fondamentali” e, comunque, della tecnica (non a caso, oggi sono mosche bianche i calciatori in grado di saltare l’uomo, con un dribbling essenziale, o di fare un cross basso dalla linea di fondo).</p>
<p>Vi è poi, nel disastro della nostra nazionale di calcio, la questione degli stranieri. Troppi, si dice da più parti, e si sbandiera uno dei motti “forti” della Lega: prima gli italiani! La questione si ricollega a quella delle scuole e – come si dice in un brutto gergo, che richiama situazioni zoologiche – dunque dei “vivai”, ma anche al punto dolente dell’immigrazione. E’ nota l’abitudine di troppe società calcistiche di spedire osservatori soprattutto in Africa, per comprare, a pochi soldi, ragazzini che a malapena hanno calcato qualche polveroso campetto improvvisato, magari con porte senza reti, per poi rivenderli con allettanti profitti. Questa vera e propria tratta, che ricalca, sia pure con risvolti meno tragici, quella attuata fra campi di concentramento e barconi, riversa sul mercato italiano giocatorini sui quali lucrare importanti sopravvenienze attive e abbandona, non si sa a quale sorte, la maggioranza di quelli bocciati. In questa nostra Italia, si lamenta sempre l’assenza di adeguati controlli, dalle Banche all’accoglienza dei migranti, ma poi si fa poco per rimediare.</p>
<p>Indubbiamente, il problema delle appartenenze esiste e in parte esisteva anche in epoche in cui l’emigrazione era soprattutto nostra, se è vero che, come si è fatto ancor oggi nei casi di Eder, El Sharawi e Jorginho, si doveva ricorrere a oriundi – veri o presunti – per rinsanguare rappresentative nazionali di tecnica e classe inadeguate (per inciso, proprio quelle nazionali zeppe di oriundi, da Montuori a Ghiggia, da Sivori a Schiaffino, conseguirono risultati deludenti). Ma non si tratta solo di patriottismo farlocco. La verità è che nel calcio, con la sentenza Bosman, si è aperta la porta – o dovremmo dire: la falla? – sul nuovo mondo, fatto di capitali ingenti, di mediazioni rapaci, di calciatori – e allenatori &#8211; voraci, indipendentemente da meriti e qualità, di trucchi di bilanci, di rischi di fallimento, di strapotere delle televisioni e del mondo della pubblicità, e chi più ne ha più ne metta. Dopo di allora, il calcio ha smesso di essere il passatempo della domenica pomeriggio, ed è diventato uno dei più importanti business mondiali (ecco perché si usano termini che sono apparsi a molti fuori tono ed esagerati, come catastrofe, apocalisse, disastro).</p>
<p>Così come si è sancita la libera circolazione della manodopera, tanto da non poter impedire l’impiego di “prestatori d’opera” comunitari, ad esempio, si è aperta la porta, in linea con il parallelo processo di mondializzazione, a ingenti capitali stranieri, non di rado di oscura provenienza. Fondi americani, petrolieri russi, emiri arabi, multinazionali cinesi hanno sconvolto tutti gli equilibri di quel settore, inflazionando risorse e bilanci, condizionando calendari e normative, inquinando i codici di comportamento, ormai finalizzati unicamente al successo. Della sana competizione di campanile, sono rimaste pie illusioni di tifosi ingenui e coreografie di cartapesta e, per restare al calcio delle città, sono scomparsi i campioni-bandiera, per lasciare il posto ai professionisti (qualcuno dice: ai mercenari).</p>
<p>La nostra disfatta calcistica è figlia di tutto questo, e difficilmente limitandosi a rimuovere un allenatore, e perfino la dirigenza del settore (dove peraltro, in palese conflitto d’interessi, vengono cumulate le cariche di Presidente della Federazione e di Commissario della Lega…), si riuscirà a risalire la china. Intanto, ci lasciamo alle spalle due immagini simboliche: quella di De Rossi che commette un sacrosanto atto d’insubordinazione, rifiutando di scendere in campo e indicando il compagno di squadra Insigne come più idoneo a tentare la strada della vittoria, e quella del capitano Buffon, in lacrime per l’esclusione della nazionale dalle finali mondiali. E non diteci che si tratta dell’immagine di un paese capace solo di piagnistei: una volta, anche i re piangevano.</p>
<p>*Articolo apparso su Totalità</p>
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