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	<title>Gli italianiL&#8217;Occidente e l&#8217;Islam &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>L&#8217;Occidente e l&#8217;Islam</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Feb 2015 11:23:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/loccidente-e-lislam/"><img width="290" height="267" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/02/crociate.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/02/crociate.jpg 290w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/02/crociate-70x64.jpg 70w" sizes="(max-width: 290px) 100vw, 290px" /></a></p><hr /><p>I rapporti tra l’Islam e la cultura occidentale – e segnatamente quella europea – sono ben più complessi rispetto all’invasione della Spagna e alle frequenti minacce di invasione della Francia difesa da Carlo Martello o di assedio di Vienna, cuore della Mitteleuropa, sventate dalle armate di Veniero, Bragadin e altri campioni della cristianità in occasione dell’epica battaglia di Lepanto, né si possono racchiudere nel verso con cui l’Ariosto apre il suo Orlando furioso «l’audaci imprese io narro/che furo al tempo che passaro i Mori/d’Africa il mar e in Francia nocquer tanto». Già ai tempi della occupazione della Spagna si distinse&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>I rapporti tra l’Islam e la cultura occidentale – e segnatamente quella europea – sono ben più complessi rispetto all’invasione della Spagna e alle frequenti minacce di invasione della Francia difesa da Carlo Martello o di assedio di Vienna, cuore della Mitteleuropa, sventate dalle armate di Veniero, Bragadin e altri campioni della cristianità in occasione dell’epica battaglia di Lepanto, né si possono racchiudere nel verso con cui l’Ariosto apre il suo <em>Orlando furioso </em>«l’audaci imprese io narro/che furo al tempo che passaro i Mori/d’Africa il mar e in Francia nocquer tanto».</p>
<p>Già ai tempi della occupazione della Spagna si distinse in campo culturale e filosofico la dottrina di Averroé, nome latinizzato di Ibn Raschid, la quale consisteva in un materialismo che, di fatto, negava la creazione e la vita ultraterrena e che fu oggetto di serrata critica non soltanto da parte di San Tommaso d’Acquino, il quale la confutò come interpretazione arbitraria ed errata di quel pensiero aristotelico che egli stesso tentava di attualizzare alla luce della Rivelazione cristiana, ma anche dello stesso mondo islamico che bollò quali eretiche le dottrine averroiste.</p>
<p>Queste ultime, tuttavia, avevano goduto di una certa ricezione da parte della cultura europea e, a proposito di contaminazioni, come non ricordare il contributo – se vogliamo, decisivo – da parte della cultura araba alla moderna scienza matematica, testimoniato dal significato etimologico di termini quali <em>algebra </em>(dal termine arabo <em>al’jabr</em>, indicante lo spostamento di un elemento di una equazione da un termine all’altro della stessa) o <em>algoritmo </em>(che deve la sua denominazione al matematico  arabo <em>Al’Khuwarizmi </em>e che risulta di scottante attualità nella nostra era informatica).</p>
<p>Talmente forti furono tali influssi nella cultura del Medioevo cristiano che lo stesso Dante, non omette di collocare nel Limbo del proprio <em>Inferno</em>, tra i «grandi sapienti», tra cui figura lo stesso Virgilio, oltre al medico e filosofo arabo Avicenna, lo stesso Averroé, tanto osteggiato dal tomismo e dalla scolastica in generale.</p>
<p>Tuttavia, più avanti, è lo stesso Dante, nel XXVIII canto dell’<em>Inferno </em>a mettere nella bolgia dei seminatori di discordia – e qui entriamo nel cuore della questione, ovvero della considerazione del Profeta da parte della cultura occidentale – non soltanto Maometto, punito, secondo la nota legge del contrappasso, ad essere squartato ripetutamente da un diavolo ad ogni giro della bolgia dal mento all’ano, ma anche, passibile di analoga pena, il suo genero Alì, in quanto doppiamente scismatico, avendo di fatto dato luogo alla fazione degli sciiti (da <em>Shiah</em>, letteralmente «partigianeria»).</p>
<p>La atroce condanna dantesca, condita di particolari truculenti e a tratti volgari, inflitta a Maometto è da ricondursi ad una convinzione – diffusa quanto errata – secondo cui il Medioevo cristiano, che generalmente considerava questo personaggio come un impostore ed un profittatore, lo riteneva in realtà un monaco o addirittura un cardinale che, deluso per non essere stato eletto papa, aveva dato luogo ad una scissione del mondo orientale dalla Chiesa di Roma. Di qui la condanna dantesca nella bolgia degli scismatici.</p>
<p>Dello stesso avviso di Dante fu del resto, alcuni secoli dopo, lo stesso enciclopedista ed illuminista Voltaire – al secolo François-Marie Arouet – autore di una tragedia intitolata <em>Maometto ovvero il Fanatismo</em> (<em>Le fanatisme ou Mahomet le prophète</em>), scritta nel 1738 e rappresentata per la prima volta a Lille il 25 aprile 1741 e successivamente a Parigi il 5 agosto 1742. Dopo aver ripetutamente suscitato le proteste dei cattolici per la sua sarcastica dedica a Benedetto XIV, considerato da Voltaire un fanatico ed estremista cattolico, due secoli e mezzo più tardi, nel 2005 – anno in cui esplose la prima controversia sulle vignette e sulla caricatura di Maometto considerate blasfeme dai musulmani, così tornata d’attualità con i recenti fatti di Parigi – provocò la reazione e la richiesta di cancellazione da parte islamica con proteste al di fuori del teatro dove tale tragedia sarebbe dovuta andare in scena.</p>
<p>A proposito della polemica inerente a questa tragedia, Voltaire, che peraltro nel suo <em>Saggio sui costumi </em>(<em>Essai sur les moeurs</em>) spese parole di elogio a favore del tanto dileggiato profeta, scrisse al despota illuminato e suo mecenate, Federico di Prussia, le seguenti parole: «La Maestà Vostra sa bene quali idee mi indussero a scrivere quest’opera: l’amore per il genere umano e l’orrore per il fanatismo».</p>
<p>Più conciliante non soltanto rispetto all’islamismo, ma anche all’ebraismo fu il poeta e drammaturgo tedesco Gotthold Ephraim Lessing, il quale nel suo dramma <em>Nathan il saggio </em>(<em>Nathan der Weise</em>), incentrato sull’amore tra un cavaliere templare, che si rivelerà essere il figlio del musulmano Assad, e la presunta figlia di dell’ebreo Nathan, Recha, in realtà anch’essa figlia di Assad e quindi sorella del proprio amato, propone, a proposito dei tre monoteismi su cui si incentra la vicenda – ebraismo, cristianesimo e islamismo – il tema già a suo tempo affrontato dal Boccaccio, dei «tre anelli», secondo cui le due copie ricavate dall’originale sono talmente perfette da risultare equivalenti ad esso, avvalorando in tal modo la tesi dell’equipollenza delle tre grandi religioni monoteistiche.</p>
<p>Appassionato studioso del Corano e della cultura islamica – ma anche di quella persiana e, più in generale, orientale – fu, del resto, in gioventù l’eclettico e controcorrente Wolfgang Goethe, poeta e letterato nazionale tedesco, il quale intese inserire nella sua raccolta di poesie, significativamente intitolata <em>Divano occidentale-orientale </em>(<em>Westliche-Östliche Divan</em>), un poema dedicato al Profeta, che però rimase incompleto e di cui ci rimane soltanto un frammento di tre pagine scarse, noto come «Il canto di Maometto» dal quale traspare l’aspetto più interiore e profondamente religioso e spirituale del personaggio, piuttosto che quello militaresco e guerriero, cui si è solito associare la figura del conquistatore che unificò le varie tribù pagane dell’Arabia e pose l’assedio a la Mecca, conquistandola.</p>
<p>Nella libera versione di Goethe, il Profeta viene tradito e muore avvelenato per opera di una donna alla quale aveva fatto assassinare il marito. Attraverso questi due temi, e cioè quello del <em>tradimento </em>e della morte per <em>avvelenamento</em>, il sommo poeta tedesco intende in qualche modo inserire la figura di Maometto in un’ottica occidentale. Il tradimento lo riconduce e lo rende simile a Cristo, morto per la redenzione dalla schiavitù del peccato e della morte dell’umanità. L’avvelenamento associa Maometto – la cui valutazione da parte di Goethe è sostanzialmente positiva e priva dei pregiudizi medievali o illuministici qui sopra considerati – a Socrate che preferisce bere la cicuta piuttosto che abiurare la propria dottrina e venir meno ai suoi doveri nei confronti della verità e della <em>pòlis</em>.</p>
<p>Entrambi i temi, riconducibili entrambi al concetto di «sacrificio di sé» sono purtuttavia estranei all’etica musulmana, la quale è per lo più volta al conseguimento di paradisiaci e carnali piaceri nell’al di là e soprattutto al sottrarsi a torture e tormenti infernali ben più sottolineati ed estremizzati rispetto a quelli cristiani.</p>
<p>Con Goethe entriamo nel pieno del movimento culturale romantico, il quale, forte della dottrina degli «eroi cosmici» e delle individualità eccezionali, non può fare a meno di considerare e di rivalutare ulteriormente rispetto a Goethe, la figura di Maometto, inteso, anche qui, non tanto come guerriero e conquistatore quanto come fondatore di un credo religioso.</p>
<p>A soffermarsi dettagliatamente sulla figura del Profeta è – in ambito romantico – uno dei principali esponenti dell’idealismo britannico, e cioè Thomas Carlyle, il quale dedica a Maometto un intero capitolo del suo <em>opus magnum</em>, <em>Gli eroi, il culto degli eroi e l’eroico nella storia </em>(<em>On Heroes, Hero-Worship and the Heroic in History</em>).</p>
<p>Carlyle non si pone il problema circa la veridicità o l’autenticità della dottrina musulmana: ciò che a lui interessa è il carattere eccezionale, carismatico e – come indicato nel titolo stesso del libro – «eroico» del personaggi. Egli afferma infatti in proposito: «Egli [Maometto] non è affatto il più vero dei profeti, ma io lo considero come un vero profeta». E più avanti nel testo, così lo definisce: «Questo figlio del deserto, dal cuore profondo, dagli occhi brillanti e neri, dall’anima aperta, sociale e profonda, nutriva altri pensieri che non soltanto mire ambiziose. Grande anima silenziosa era di quelli che non possono che prendere ogni cosa sul serio e che la Natura stessa ha destinato ad essere sinceri…»; per poi rispondere alle accuse mossegli, soprattutto dalla cristianità medievale: «Falsario o ingannatore? No! Quel grande cuore infuocato, ardente, sibilante come una gran fucina di pensieri, non era quello di un illusionista».</p>
<p>Del resto, l’affinità tra Carlyle e Maometto è racchiusa tutta in quell’aggettivo presente nella prima di queste citazioni: «sociale». Come avrebbe potuto Thomas Carlyle, di umili origini e di orientamento politico radicale, ignorare quella voglia di riscatto delle classi inferiori della società araba del VII secolo d.C. che Maometto seppe abilmente interpretare e incanalare nel suo disegno rivoluzionario e innovatore?</p>
<p>Il che, poi, è un argomento che si ripropone e si riflette nella più immediata attualità, nella quale, dopo il crollo del comunismo e con il configurarsi di un mondo multipolare, vede assurgere il mondo islamico quale nuova guida ideologica e militare – seppur asimmetrica – degli esclusi dal godimento dei beni della terra, di contro alla egemonia dell’Occidente democratico e liberal-capitalista, la cui mentalità laica e secolarizzata non concepisce (e non è dunque in grado di rispettare) divieti dogmatici quali quello della rappresentazione iconografica, per di più in chiave satirica, del fondatore della religione musulmana.</p>
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