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	<title>Gli italianiManca l&#8217;acqua nell&#8217;Italia che brucia &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>Manca l&#8217;acqua nell&#8217;Italia che brucia</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Jul 2017 21:08:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Forse mancherà l’acqua anche a Roma, che l’aveva distribuita nel mondo con acquedotti che sono ancora un monumento di civiltà, prima che di ingegneria idraulica. L’allarme lo ha lanciato il Presidente della Regione Lazio, Zingaretti, preoccupato per il livello del lago di Bracciano che contribuisce all’acqua che entra nelle case dei romani, anche se l’ACEA, la municipalizzata che la distribuisce, dice che l’acqua c’è ancora ed il lago non rischia.</p>
<p>È più grave del solito, dunque, l’allarme che puntuale, come ogni anno, coinvolge l’intero Paese, all’inizio dell’estate, per la crisi idrica. Come per gli incendi equamente distribuiti tra Nord e sud.</p>
<p>Di mancanza d’acqua soffre l’agricoltura, un tempo sovvenuta dalle riserve contenute negli invasi predisposti per le centrali idroelettriche che l’Enel, all’occorrenza, metteva a disposizione degli agricoltori. Ma non è solo la campagna a soffrire in questa calda estate del 2017. L’acqua che, forse, come si è visto, mancherà a Roma non c’è in molte case di alcune città, soprattutto nel mezzogiorno e della Sicilia, dove i rubinetti sono asciutti per molte ore e spesso per molti giorni. Gli acquedotti perdono oltre il 50% della loro portata, un dato noto da tempo, assurdo, inconcepibile in un Paese civile in un territorio, tra l’altro, ricco di acque. Ma c’è chi guadagna distribuendo l’acqua mentre gli acquedotti continuano a disperdere il loro contenuto in una misura assurda.</p>
<p>Ne parliamo tutti gli anni ma nessuno mette mano ad una revisione del sistema di captazione e di distribuzione delle acque che costituirebbe certamente un’opera di civiltà ed un grande investimento pubblico-privato capace di creare molti posti di lavoro anche nella prospettiva della gestione e manutenzione degli impianti.</p>
<p>In Sicilia, dove la situazione è ancora più drammatica da sempre, la Procura Generale della Corte dei conti aveva condotto parecchi anni fa un’inchiesta. Se ne era occupato Guido Camarda, Sostituto Procuratore Generale, un magistrato di grande valore che indagò a lungo sugli acquedotti siciliani e probabilmente vide ciò che non doveva vedere, capì ciò che non doveva capire, la congerie degli interessi che impediscono una regolare distribuzione delle acque da parte di chi gestisce gli acquedotti. A Camarda fu assicurata una protezione. Poi cambiò ruolo, fu trasferito a Roma, infine lasciò la magistratura e si mise a fare il Professore di Diritto della navigazione, materia nella quale vantava numerose, importanti pubblicazioni. Degli acquedotti non si è più parlato.</p>
<p>Se una parte dell’Italia soffre la sete un’altra brucia non solo in Sicilia, in Calabria, sulle falde del Vesuvio. Anche nel Lazio ardono boschi e macchia mediterranea, alle porte di Roma, a Castelfusano a fianco della tenuta presidenziale. Autocombustione? Forse, ma solamente in casi rarissimi, come ha detto nei giorni scorsi intervistato dalla televisione un Generale dei Carabinieri forestali. Nella maggior parte dei casi è opera di incendiari. La vulgata dice che vi sono interessi alla riforestazione e alla diversa utilizzazione dei fondi. Incendiari, criminali e autentici idioti incapaci di gestire il fuoco che utilizzano per bruciare le stoppie o per altre attività all’apparenza innocenti. In Umbria, alcuni anni fa, una volonterosa massaia che faceva bollire bottiglie di pomodoro in un calderone ai margini del bosco, per la sua maldestra gestione del fuoco, ne incendiò ben 25 ettari. Nessuno le ha chiesto ragione della sua disattenzione. Eppure il pubblico erario aveva speso fior di soldi per spegnere l’incendio impiegando pompieri, forestali, un elicottero e tutto quel che occorreva per circoscrivere l’incendio.</p>
<p>Questa è l’Italia di oggi nella quale ciò che è pubblico come un bosco o i soldi usati per spegnere un incendio sembra sia cosa di nessuno. Dobbiamo cambiare mentalità cercare di essere virtuosi nella politica di gestione del territorio perché prevenire costa meno che ricostruire. E l’ordinaria amministrazione è il dovere sacrosanto della classe politica al governo. Gli incendi, infatti, sono favoriti dalla assoluta assenza della gestione del sottobosco, dove le sterpaglie, le foglie e i rami secchi che si accumulano durante l’anno sono una base micidiale, un innesco semplice e micidiale.</p>
<p>Io da anni sostengo che nei confronti degli incendiari non ha nessuna efficacia la punizione penale, nonostante la formale severità della norma che prevede all’articolo 423 del codice la reclusione da tre a sette anni per gli incendiari e al 423-bis contempla la fattispecie dell’incendio boschivo, con una reclusione da quattro a 10 anni. Ma se l’incendio è cagionato per colpa la pena è della reclusione da uno a cinque anni e noi sappiamo che il governo Renzi ha previsto che per reati puniti con la reclusione fino a cinque anni il responsabile possa evitare la pena se il reato appare caratterizzato da tenuità al Procuratore della Repubblica. Tenuità per un reato punito con cinque anni? Una assurdità palese.</p>
<p>La pena più efficace, dunque, è quella “in denaro”, il risarcimento del danno causato alla comunità, il costo delle operazioni di intervento dei militari, dei vigili del fuoco l’uso di elicotteri o di canadair per spegnere l’incendio. L’obiezione è sempre la stessa, non possiamo recuperare un danno di centinaia di migliaia di euro o milioni. Ma anche la mia risposta è sempre la stessa: anche quando non è possibile recuperare tutto la sanzione comunque può essere rilevante perché il sequestro dei beni posseduti dall’incendiario, la casa, la macchina, i conti in banca, costituiscono una punizione importante e, comunque, la prova che lo Stato c’è.</p>
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