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	<title>Gli italianiNel libro di Balestrino le prove dell&#8217;innocenza di Guareschi &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>Nel libro di Balestrino le prove dell&#8217;innocenza di Guareschi</title>
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		<pubDate>Fri, 15 May 2015 16:54:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Esce per i tipi de “I libri del Borghese” la nuova fatica di Ubaldo Giuliani Balestrino, giureconsulto torinese, dal titolo emblematico “Guareschi era innocente, ecco le prove.” Va da sé che il volume tratti della famosa vicenda del processo De Gasperi – Guareschi, che vide imputato lo scrittore parmense per diffamazione a mezzo stampa nei confronti dello statista trentino. Dallo stesso autore sentiamo quali siano le ragioni della convinzione che Guareschi fosse innocente. <strong><em>Professor Balestrino, perché ritiene che Guareschi fosse innocente e, di più, contesta apertamente quanto sostenuto da Mimmo Franzinelli nei suoi due volumi – uno direttamente, l’altro indirettamente – dedicati a questa intricata storia?</em></strong> «Nell’annosa polemica sulle due lettere a firma &#8211; quanto meno apparente – di De Gasperi e pubblicate nel gennaio 1954 da “Candido” (il settimanale allora diretto da Giovannino Guareschi) si sono verificati taluni fatti nuovi. Nell’aprile 2014, lo storico Mimmo Franzinelli pubblicò un volume “Bombardate Roma!” in cui sposava in pieno la tesi secondo cui le due lettere erano false (cioè non scritte da De Gasperi). Immediata fu la replica dell’Andriola che aveva – già nel 2007 – dedicato un volume al “Carteggio segreto Churchill-Mussolini”, edito dalla Sugarco. Sulla rivista “Storia in rete”, nel settembre 2014, Andriola osservò ciò che – per la verità – è ovvio. La tesi sostenuta dal Franzinelli nel volume “Bombardate Roma!” era che Guareschi sarebbe stato ingannato da un gruppo di falsari e di cospiratori, i quali avrebbero cercato di rimanere occulti, lasciando che il solo Guareschi uscisse allo scoperto e si scontrasse con De Gasperi. Naturalmente, sorge la domanda: chi furono questi cospiratori occulti? Ebbene, osservò l’Andriola, i cospiratori occulti, gli ingannatori subdoli furono (a giudizio del Franzinelli stesso) scrittori e giornalisti che presero le difese di Guareschi: e lo fecero pubblicando le loro opinioni su diversi quotidiani e periodici. Ebbene, obiettò fin dal 2014 l’Andriola: se così è, di occulto non c’è niente. Pertanto, non vi fu nessun complotto e nessun inganno a Guareschi. Nel successivo marzo 2015, fu pubblicato dal Franzinelli un altro volume “L’arma segreta del duce”. Anche questa monografia riguarda il carteggio Churchill-Mussolini. Questo secondo scritto del Franzinelli vide la luce, perciò qualche mese dopo l’ampia stroncatura dedicata dall’Andriola al precedente libro del Franzinelli “Bombardate Roma!”. Cosa si attende un lettore qualsiasi? Ovviamente la risposta del Franzinelli all’argomento dell’Andriola. Il volume del Franzinelli si basa sulla supposizione del complotto: ma il complotto sarebbe avvenuto alla luce del sole e sarebbe provato addirittura da articoli di giornali. Il libro “Bombardate Roma!” del 2014 si basa su una strana e non motivata equiparazione: tutti coloro che presero pubblicamente le difese di Guareschi sono presunti cospiratori che hanno ingannato il babbo di Don Camillo. Il Franzinelli non porta nessun argomento a favore di tale equiparazione: ma il fatto che gli ingannatori indicati dal Franzinelli stesso (Vanni Teodorani, Filippo Anfuso, l’avvocato Gastone Nencioni, Zavan, Giorgio Pisanò e altri) abbiano pubblicato le loro opinioni sui giornali basta smentire le non dimostrate affermazioni del Franzinelli che costoro avrebbero usate “le coperte vive”, che avrebbero cercato di restare nell’ombra, che avrebbero attirato Guareschi in una trappola.» <strong><em>Dunque, nessuna risposta alle confutazioni espresse da Andriola e non solo. La sua conclusione qual’e?</em></strong> «Ho inutilmente atteso dal Franzinelli o la confutazione dell’argomento dell’Andriola, oppure l’onesta ritrattazione della teoria dell’inganno che avrebbe irretito Giovannino Guareschi (sostenuta dal Franzinelli, oltreché precedentemente da Andreotti). Invece di scegliere tra queste due lineari decisioni, il Franzinelli ha preferito – in un volume di oltre quattrocento pagine – non citare nemmeno la severissima critica a lui rivolta dall’Andriola. Ebbene, è il caso di dire: chi tace acconsente! Se il Franzinelli avesse potuto replicare all’Andriola l’avrebbe fatto. Ciò tanto più che il volume del Franzinelli riporta la prova schiacciante della verità dei documenti prodotti da De Tomaa pagina 81 del volume “L’arma segreta del Duce”.Per spiegare questo documento – evidentemente decisivo a p. 88 (nota 34) dello stesso volume &#8211; il Franzinelli ha scritto: “<em>il comportamento del colonnello Costa può spiegarsi come una colossale ingenuità (ovvero mancanza di professionalità), oppure – assai più probabilmente – come connivenza con De Toma, su direttiva dei vertici del SIFAR</em>”. Che un colonnello del SIFAR – si noti, servizio di controspionaggio &#8211; abbia operato “con colossale ingenuità (ovvero mancanza di professionalità)” come scrive testualmente Franzinelli, è piuttosto difficile da credere e – soprattutto – da presumere in assenza di ogni prova e di ogni indizio al riguardo. Lo stesso Franzinelli ne dubita: persino questo scrittore ipotizza “una connivenza con De Toma, su direttive dei vertici del SIFAR”. Già, ma perché ci sarebbe stata “una connivenza dei vertici del SIFAR”, connivenza ai danni di De Gasperi, in allora (nel 1952)capo del governo? Evidentemente, perché i documenti furono ritenuti attendibili. Il colonnello Costa autorizzò De Toma a aprire il detto plico scrivendo “presi gli ordini dai miei superiori”. Ma se il plico fu ritenuto degno d’indagine del SIFAR e non privo di possibile interesse per lo Stato italiano, la medesima valutazione poté – evidentemente – farla Guareschi nel gennaio 1954, quando pubblicò le lettere a firma apparente di De Gasperi su “Candido”. E, se vi fosse stata una connivenza illecita con De Toma, il colonnello Costa non avrebbe messa per iscritto la sua autorizzazione a De Toma: tanto meno avrebbe dichiarato in un documento “presi gli ordini dai miei superiori”. Da notare che l’atteggiamento del SIFAR toglie ogni fondamento alle affermazioni del Gelormini, contrastanti con quelle del De Toma. Cinque giorni dopo che era stata (il 13 dicembre 1951) pubblicata sul quotidiano napoletano “Roma” la prima intervista di De Toma, il Gelormini fu interrogato dalla polizia italiana. E qui sorge una prima questione: cosa c’entrava la polizia? De Toma poteva avere detto il falso, oppure il vero: poteva avere mescolato il vero con il falso. Ma, in assenza di una denunzia penale, la cosa non riguardava la polizia. Infatti, accadde un fatto illecito: Gelormini non fu sentito né come teste, né come imputato: fu sentito e la sua smentita a De Toma fu verbalizzata, ma senza nessuna spiegazione. La polizia commise un abuso innominato in atti d’ufficio (così allora si chiamava il delitto previsto dall’art. 323 c.p., articolo oggi modificato) ascoltando Gelormini soli cinque giorni dopo l’intervista concessa da De Toma al giornalista Mastrostefano. Tra l’altro, l’immediatezza dell’intervento da parte di un’amministrazione notoriamente lenta come quella italiana per un fatto assai remoto risalente al 1945 non si spiega senza un ordine dall’alto. Ma un altro abuso innominato in atti d’ufficio fu commesso da parte del SIFAR. A torto o ragione della vicenda Gelormini – De Toma si era occupata la polizia di Napoli. Il SIFAR non poteva appropriarsi della pratica senza un autonomo e motivato provvedimento. Viceversa si ebbe la già ricordata autorizzazione del colonnello Coste a De Toma. Orbene, questa illegalità non è senza perché. Il governo – allora presieduto proprio da De Gasperi – volle che Gelormini sapesse dell’interesse governativo a che la tesi di De Toma venisse screditata. E ciò non appena l’intervista di De Toma al giornalista Mastrostefano, fu pubblicata sul quotidiano “Roma” il 13 dicembre 1954. Questa rapidità di reazione ha un motivo evidente. Tutti gli osservatori, anche di diversi orientamenti (eccettuati soltanto gli inglesi e il Franzinelli) di fronte ai soggiorni di Churchill sul lago di Como nel 1945 avevano esternati i più fieri sospetti. A mio convincimento, soltanto l’evidente ed estrema esigenza per Churchill di recuperare il carteggio poteva indurlo alla gravissima imprudenza di visitare i luoghi ove Mussolini era stato ucciso e a parlare con molti tra coloro che avevano detenuto il carteggio. Ma proprio perciò, il governo di De Gasperi sapeva che poteva verificarsi l’eventualità di dovere proteggere l’alleato Churchill nel caso che il carteggio fosse riaffiorato. Ciò spiega la prontissima reazione governativa. Il governo era alleato di Churchill, come dimostra la relazione del questore Angotta che aveva quanto meno sondato – nei giorni 25/26/27/28 settembre 1951 – il comandante David e il collaboratore Stufferu a Marorio: il Franzinelli lo ammette. Ecco – almeno a mio avviso – perché la smentita di Gelormini fu immediata e molto analitica pur riferendosi a fatti di quasi sette anni prima e che . per Gelormini avrebbero dovuto essere di nessuna importanza. Che motivo c’era (per Gelormini) di ricordare il giovanissimo tenente (o sottoufficiale assimilato a tenente) De Toma, se De Toma non aveva avuto nessun incarico importante? Chiunque abbia un minimo di esperienza dei limiti della memoria umana, si accorge che le dichiarazioni del Gelormini sono inattendibili. A distanza di tanti anni Gelormini trovò 12 errori nel racconto di De Toma: e ciò avviene soltanto se quegli errori li si vogliono trovare. Un teste non “caricato” si sarebbe limitato a dire: “De Toma? Non lo ricordo. Ma escludo di avergli affidato incarichi di particolare importanza su ordine di Mussolini”. Siccome Gelormini ha cercato tutte le possibili obiezioni al racconto di De Toma, si è rivelato da solo un teste inattendibile. E poi perché – come fece Gelormini – offrirsi a un confronto? Sarebbe bastato dire non ricordo. Riaffiora quindi la verità: il governo ricercò tutti gli argomenti per screditare il carteggio. Ma ciò non si fa per documenti falsi.» Insomma, professor Balestrino, lei sostiene che, alla fine, siano le stesse argomentazioni di Franzinelli a dimostrare l’esatto contrario di ciò che egli stesso vorrebbe sostenere, ossia la falsità delle lettere pubblicate da Guareschi e, di conseguenza, dell’intero “Carteggio Mussolini”. È così? «È lo stesso Franzinelli ( a p. 20 della monografia “l’arma segreta del duce”) a riportare la ricevuta pretesa a De Toma dallo svizzero Zust per consegnargli la borsa: “<em>Io sottoscritto Enrico De Toma, dichairo di ritirare una borsa in cuoio che il &lt;&lt;signor X&gt;&gt; ha avuto in temporanea custodia, inviatagli tramite il sottoscritto dal colonnello Gelormini nell’aprile 1945. Dichiaro inoltre di aver trovato la borsa nelle identiche condizioni in cui era al momento della consegna. Il &lt;&lt;signor X&gt;&gt; è da questo momento sollevato da ogni e qualsiasi responsabilità – Ginevra, 22 giugno 1949 Enrico De Toma</em>”. Dunque, la borsa esisteva, fu depositata da Zust alla sede centrale della “Societé de Banque Suisse” di Ginevra e fu restituita al De Toma. Qualche dettaglio può essere dubbio, ma la sostanza del racconto di De Toma è fondata. Posso quindi segnalare un fatto che ha almeno un profilo positivo. È vero che il Franzinelli accusa tutti i sostenitori dell’esistenza del carteggio di essere “falsari e mistificatori”. Ma non replica alla schiacciante obiezione dell’Andriola per cui è legittimo dire “chi tace acconsente”. Non è possibile – per ragioni di spazio – dar conto di tutti gli aspetti dei due volumi scritti dal Franzinelli. Ma la linea argomentativa di questo studioso è evidente: non dar conto degli argomenti che dimostrano autentiche le due lettere a firma di De Gasperi e pubblicate da “Candido” nel gennaio 1954. Ma proprio questo silenzio dimostra che quegli argomenti sono – e sia pure tacitamente – riconosciuti validi.» Indubbiamente il nuovo libro di Ubaldo Giuliani Balestrino farà discutere e potrete verificarlo “dal vivo” il prossimo 5 giugno a Torino, presso la Fondazione Ugo Spirito alle 18.</p>
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