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	<title>Gli italianiPer non dimenticare. Gli annegati di Zara &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>Per non dimenticare. Gli annegati di Zara</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Mar 2019 21:44:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/non-dimenticare-gli-annegati-zara/"><img width="960" height="400" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg 960w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-300x125.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-768x320.jpg 768w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-640x267.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-96x40.jpg 96w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p><hr /><p>Gli italiani, in stragrande maggioranza, conoscono in nome di Diadora come marchio di scarpe e  abbigliamento sportivo: ignorano che fosse  il nome bizantino di Zara, la romana Jadera, capitale della Dalmazia, una splendida perla italica sull’altro lato dell’Adriatico. Geograficamente posta più o meno di fronte ad Ancona, la città fu assegnata all’Italia al termine della prima guerra mondiale, “redenta” come Trieste e Trento. Fino al 1947 era una sorta di corpus separatum italiano, circondata dal Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, poi diventato Jugoslavia. La popolazione della città, 22.000 abitanti, era quasi interamente italiana e dotata di un sentimento di&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Gli italiani, in stragrande maggioranza, conoscono in nome di Diadora come marchio di scarpe e  abbigliamento sportivo: ignorano che fosse  il nome bizantino di Zara, la romana Jadera, capitale della Dalmazia, una splendida perla italica sull’altro lato dell’Adriatico.</p>
<p>Geograficamente posta più o meno di fronte ad Ancona, la città fu assegnata all’Italia al termine della prima guerra mondiale, “redenta” come Trieste e Trento. Fino al 1947 era una sorta di corpus separatum italiano, circondata dal Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, poi diventato Jugoslavia.</p>
<p>La popolazione della città, 22.000 abitanti, era quasi interamente italiana e dotata di un sentimento di profondo attaccamento all’Italia: non a caso molti zaratini e dalmati  combatterono le guerre risorgimentali. Pochi sanno che fu la prima città dalmata a sollevarsi, invocando l’Italia, il 18 marzo 1848, lo stesso giorno dell’inizio delle 5 giornate di Milano.</p>
<p>Zara era un gioiello veneziano, un “sestiere serenissimo” con 72 calli e 15 campielli, e alcuni monumenti magnifici come la Loggia Paravia, la Cattedrale di Sant’Anastasia, la Porta di Terraferma che ancor oggi saluta chi vi entra con il suo leone di San Marco: si viveva bene, la vita costava meno che nel resto del Regno d’Italia. La prima linea aerea italiana regolare, la SISA fondata dai fratelli Cosulich e inaugurata nel 1926, collegava con i suoi idrovolanti Zara, Trieste e Torino.</p>
<p>Ma col secondo conflitto mondiale Zara diverrà, come scrisse il dalmata Enzo Bettiza, la “Dresda dell’Adriatico”.</p>
<p>Pur senza essere un obiettivo militare, su richiesta di Tito e grazie probabilmente anche alle false informazioni da questo passate agli americani,  fu colpita dal 2 novembre 1943 al 31 ottobre 1944 da 54 <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Bombardamenti_di_Zara">bombardamenti</a> terroristici “alleati”, che sganciarono sulla città oltre 520 tonnellate di bombe. I bombardamenti indussero i tedeschi ad abbandonare la città già nell&#8217;ottobre del 1944, ma provocarono anche la morte di circa 2.000 abitanti e l&#8217;abbandono della città, distrutta al 90%, da parte di circa il 75% della popolazione.</p>
<p>Quel 31 ottobre ‘44 fu l’ultimo giorno di  Zara italiana. Cessato l’ultimo bombardamento, la città cadde in mano agli slavi. Tutto ciò che vi trovavano di italiano venne dato alle fiamme: mentre un enorme rogo in Piazza dei signori distruggeva libri, carte, documenti e secoli di storia, i partigiani si accanivano con martelli e spranghe sui leoni di San Marco: le stesse scene accompagnarono la distruzione dei leoni a Spalato, Sebenico, Traù…</p>
<p>Partì la caccia all’italiano. A Zara non c’erano foibe, ma il mare. I partigiani scelsero allora l’annegamento come metodo di eliminazione.</p>
<p>Nelle storie del martirio dalmata, è rimasta tristemente famosa la vicenda del farmacista Pietro Ticina, affogato con una pietra al collo con la moglie, una figlia, il genero, un fratello e una nipotina di sei anni. Mentre veniva gettato in mare si aggrappò a un partigiano che portò a fondo con sé nel buio delle acque e della morte. Il fatto venne  riportato con un’illustrazione a piena pagina dalla “Domenica del Corriere” di allora.</p>
<p>Di quegli annegamenti raccontò Simone Vlahovich, di Zara, scampato alla morte grazie alla pietra che si era sfilata dalla sua corda. Nuotando sott’acqua e riemergendo più in là senza farsi vedere, riuscì a raggiungere la riva e salvarsi. Questa la sua testimonianza: “Condotto nei sotterranei della Caserma Vittorio Veneto, trasformati in carceri, fui imbarcato con altri 64 prigionieri presso San Demetrio il 24 dicembre 1944. Giunti in mezzo al canale, i prigionieri furono gettati con una pietra al collo nel mezzo del canale”.</p>
<p>Vennero massacrate famiglie intere: i fratelli Desposti, i fratelli Bailo, i fratelli Calmetta, tutti costretti a scavarsi una fossa prima della fucilazione. Ad un terzo fratello dei  Calmetta venne schiacciato il cranio prima di essere impiccato per i piedi a un palo.</p>
<p>Tra annegati, fucilati, lapidati, impiccati, altri mille italiani di Zara e dintorni si aggiunsero ai duemila che erano morti sotto i bombardamenti americani.</p>
<p>La marcia funebre di Zara fu cantata in quei giorni di sangue, con sinistro orgoglio, dal poeta croato <a href="http://www.wikiwand.com/it/Vladimir_Nazor">Vladimir Nazor</a> (cui oggi sono intitolate vie e strade<em> ndr</em>)  in un comizio del 27 marzo <a href="http://www.wikiwand.com/it/1945">1945</a> tra le rovine della città distrutta, annunciando  la rifondazione di “una nuova Zara, completamente croata<em>”</em>:  <em>«Spazzeremo dal nostro territorio le pietre della torre nemica distrutta e le getteremo nel mare profondo dell&#8217;oblio. Al posto di Zara distrutta sorgerà una nuova Zara, che sarà la nostra vedetta sull&#8217;Adriatico».</em></p>
<p>Oggi, al di là del mare, c’è Zadar.</p>
<p>E, nel mare dell’ignoranza e della perduta memoria storica, affogano non solo Jadera e Diadora, ma anche Zara, perla di Dalmazia.</p>
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