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	<title>Gli italianiNon solo esodo dall&#8217;Istria. Comunisti italiani andarono a a Fiume e Pola, ma chi non riuscì a fuggire conobbe i lager di Tito &#8211; Gli italiani</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Dec 2019 23:52:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/non-solo-esodo-dallistria-comunisti-italiani-andarono-fiume-pola-non-riusci-fuggire-conobbe-lager-tito/"><img width="960" height="400" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg 960w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-300x125.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-768x320.jpg 768w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-640x267.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-96x40.jpg 96w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p><hr /><p>Febbraio 1947. Fiume aveva perduto con l’esodo il 90% della sua popolazione originaria e il nuovo regime titino aveva iniziato a  ripopolarla con pastori e contadini provenienti dall’interno della Yugoslavia, non solo croati ma anche serbi, bosniaci, erzegovesi, montenegrini. Pola si stava svuotando giorno per giorno e da lì filtravano le immagini e le notizie di quell’esodo biblico che non erano certo buona propaganda per Tito. I cantieri navali, dell’una e dell’altra città, erano bloccati e necessitavano di personale qualificato per rimpiazzare quelli che se ne era andati. In quel clima, tra i fautori della “fratellanza italo yugoslava”, sorse l’idea&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Febbraio 1947. Fiume aveva perduto con l’esodo il 90% della sua popolazione originaria e il nuovo regime titino aveva iniziato a  ripopolarla con pastori e contadini provenienti dall’interno della Yugoslavia, non solo croati ma anche serbi, bosniaci, erzegovesi, montenegrini. Pola si stava svuotando giorno per giorno e da lì filtravano le immagini e le notizie di quell’esodo biblico che non erano certo buona propaganda per Tito. I cantieri navali, dell’una e dell’altra città, erano bloccati e necessitavano di personale qualificato per rimpiazzare quelli che se ne era andati.</p>
<p>In quel clima, tra i fautori della “fratellanza italo yugoslava”, sorse l’idea di contrapporre all’esodo degli italiani che lasciavano le loro città cadute sotto la Yugoslavia di Tito, un controesodo dall’Italia di lavoratori che andavano a costruire il paradiso socialista.</p>
<p>Certo le proporzioni erano incomparabili, centinaia di migliaia in fuga per rimanere liberi e italiani contro qualche migliaio di attivisti comunisti di sicura fede; ma l’operazione sarebbe stata comunque utile a dimostrare che  l’esodo aveva un flusso in entrata ed uno in uscita ed avrebbe soprattutto creato un immediato ritorno economico per la Yugoslavia consentendo di far ripartire i cantieri e le officine.</p>
<p>Il “controesodo” divenne allora una priorità per i partiti comunisti fratelli di Yugoslavia ed Italia che segretamente si accordarono e diressero l’operazione. Il PCI la affidò al suo vicesegretario nazionale, Pietro Secchia, che coordinò il trasferimento clandestino  di volontari italiani, reclutati principalmente nei cantieri di Monfalcone, vicino a Trieste, ma anche dalle città più lontane e operaie, Torino. Milano, Genova, Napoli…</p>
<p>Tra Trieste e Monfalcone fu soprattutto l’UAIS (Unione Antifascista Italo Slovena) ad organizzare il controesodo, scaglionando le partenze dei circa duemila volontari verso Fiume e Pola. Si trattava di operai e canterini, di provata fede al partito comunista, che in gran parte avevano già combattuto la resistenza dalla parte degli yugoslavi, altri erano idealisti  convinti di contribuire all’”edificazione del socialismo”.</p>
<p>Sicuramente non in buona fede erano i comunisti italiani dell’Istria. Vedevano quel che accadeva ma a loro stava bene così. Hanno responsabilità incancellabili. Fu creata l’”UIIF, Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume”, organizzazione con il compito di rappresentare e tutelare la comunità nazionale in Yugoslavia, ma in realtà solo una costola del partito comunista. La dirigeva un’accozzaglia di rinnegati al servizio del regime di Tito. Chi ne conosce la storia sa che alcuni di questi, una volta caduti in disgrazia, come spesso succedeva nei paesi comunisti, lasciarono il paradiso di Tito per venire pure loro esuli nella  vituperata Italia. E’ il caso per esempio del primo presidente dell’UIIF, l’ingegner  Dino Faraguna, che Tito inviò a Parigi alla Conferenza di pace per sostenere l’annessione della Venezia Giulia alla Yugoslavia, e che dopo qualche anno divenne “esule”…</p>
<p>Illuminante a proposito dell’opera di tali “galantuomini” è questo documento, la “Risoluzione della seconda conferenza dell’UIIF” (Parenzo, 2 febbraio 1947): “I delegati della minoranza (divenuta tale grazie alle foibe e all’esodo ndr) italiana dell’Istria e di Fiume, nell’imminenza della firma del trattato di pace con l’Italia, mentre si rallegrano della imminente annessione di buona parte dell’Istria alla Repubblica Popolare Federale Yugoslava rilevano come tale trattato sancisca un’ingiusta soluzione del problema giuliano impedendo, contro la volontà  e gli interessi del popolo, l’annessione dell’intera Regione Giulia alla Yugoslavia (…)  rilevano che le manovre della reazione neofascista, nell’intento di distruggere la fratellanza e l’unità duramente conquistata fra italiani e slavi, cercano di spargere il panico fra la popolazione italiana e di spingerla ad abbandonare il territorio istriano, sostenuta in quest’opera antipopolare dall’aiuto aperto del Comando  Militare Alleato, come dimostrano gli avvenimenti di Pola, ma smascherate nei loro scopi dal continuo afflusso da Monfalcone in Istria di abitanti antifascisti, cui restano aperte, come ad ogni uomo onesto, le porte della nostra terra”.</p>
<p>I monfalconesi, di cui poco sopra si parla, in effetti partirono ed arrivarono baldanzosi. Andarono a lavorare al Cantiere di Fiume (che verrà ribattezzato dai titini “3 maggio”), al silurificio, all’arsenale ed ai cantieri di Scoglio Olivi a Pola. Il regime ce la mise tutta per dimostrare che quello era davvero il paradiso del socialismo realizzato: furono ospitati con le famiglie nei migliori alloggi a diposizione, anche nei lussuosi ex hotel di Fiume e della riviera requisiti dallo stato. La paga era ben più alta di quella dei compagni yugoslavi e consentiva di vivere decorosamente. Erano dei privilegiati tanto da poter organizzare, primi e unici nella Yugoslavia comunista, uno sciopero perché il cibo non era di loro gradimento. Troppo aglio e peperoncino, come da tradizione balcanica…</p>
<p>Ripagavano però lavorando sodo e conquistando lusinghieri primati nelle gare stakanoviste che erano promosse dal regime. Ai migliori venivano assicurati viaggi premio gratuiti a Belgrado, che veniva idealizzata come una piccola Mosca nel suo ruolo di capitale: anche il cirillico lì in uso, che in tutta la Yugoslavia si doveva imparare a scuola assieme al russo, ne rendeva più credibile l’immagine e il paragone.</p>
<p>Dai giornali dell’epoca si apprendeva dei primati raggiunti dai compagni monfalconesi e non solo: da Arsia giungeva la notizia che i valorosi comunisti di Brescia e Bergamo andati a lavorare in miniera avevano fatto salire la produzione di carbone ad oltre 1000 tonnellate al giorno.</p>
<p>Il trattamento di favore riservato ai monfalconesi irritò più di qualcuno tra i canterini yugoslavi, tanto che iniziarono a verificarsi scaramucce tra questi e quelli, finiti  a sberle e insulti di tenore anti italiano.  Tali fatti, oltre all’amara constatazione che la miseria e lo squallore yugoslavo erano ben diversi dal paradiso promesso, indusse subito alcuni dei monfalconesi a ritornare indietro alla chetichella. E videro lontano…</p>
<p>Il grosso restò, continuando a confidare nel radioso sol dell’avvenire e godendo di quella posizione di privilegio che derivava dall’essere figure necessarie a mandare avanti i cantieri;  in più ai “compagni” monfalconesi  veniva garantita l’autonomia politica e di organizzazione, mantenendo essi uno stretto collegamento con la federazione triestina del Partito Comunista e del suo nume tutelare, Vittorio Vidali. Si prendevano libertà inimmaginabili, dalle questioni dei turni in fabbrica fino allo sciopero contro il cibo piccante.</p>
<p>Ma il destino aveva riservato per loro una crudele sorpresa.</p>
<p>Il 28 giugno del 1948 si consumò la rottura tra Tito e Stalin, a seguito di cui il partito comunista yugoslavo venne espulso dal Cominform, l’organizzazione dei partiti comunisti dei paesi europei che imponeva il “ruolo guida” del modello sovietico e di fatto l’obbedienza allo stesso.</p>
<p>I monfalconesi, stalinisti di stretta osservanza e seguaci di Togliatti (che si era fatto cittadino sovietico ed era uno dei firmatari della risoluzione di scomunica a Tito)  si schierarono immediatamente con Mosca e ritennero di poter manifestare apertamente il loro dissenso.</p>
<p>Sulle prime il regime tentò di convincere i renitenti senza sollevare troppi polveroni, poi si decise per la pubblica sconfessione. Fu convocata un’assemblea al teatro Fenice di Fiume, ribattezzato “Partizan”, con la presenza di più di un migliaio di persone, nel corso della quale i massimi dirigenti del partito comunista jugoslavo vennero a dettare la linea titoista ed anti Cominform. I monfalconesi, baldanzosi, presero a fischiare e rumoreggiare inneggiando a Stalin finché il loro capo, Ferdinando Marega (che era stato partigiano nel goriziano e commissario politico della <em>Brigata Proletaria</em> filoyugoslava)  si alzò in piedi su una sedia dicendo: “Ora basta, andiamocene da qui, via dai traditori del comunismo!”.</p>
<p>Il teatro si svuotò e, una volta all’aperto, i monfalconesi percorsero in corteo il Corso di Fiume, cantando l’”Internazionale“ e gridando “Viva Stalin” e “viva l’Unione Sovietica”…</p>
<p>Fu la goccia che fece traboccare il vaso. La Yugoslavia non poteva tenersi la serpe in seno né tollerare quella sorta di “quinta colonna” cominformista: fu Tito stesso ad incaricare l’ OZNA, la sua polizia segreta, di procedere di conseguenza e  stroncarla.</p>
<p>In poche settimane i monfalconesi iniziarono a sparire, tra retate e prelevamenti singoli: ogni tanto qualcuno tornava e raccontava di carcere e torture, pestaggi e lavaggi del cervello, di deportazioni in luoghi segreti…</p>
<p>Marega, più scaltro di altri, riuscì a sfuggire alle maglie dell’Ozna e dopo un po’ a rientrare in Italia dove riferì al PCI quel che accadeva chiedendo un intervento a favore dei suoi compagni perseguitati e finiti nei “gulag” titini. Raccontò, molti anni dopo, che non gli dettero credito e comunque lo “invitarono”a tenere il segreto per non danneggiare il partito e la causa comunista” .</p>
<p>Analogamente accadde per altri, tutti muti su quel che era accaduto oltre il confine. Della dissidenza monfalconese a Fiume e Pola non c’era più traccia, in Italia nulla si sapeva e dovevano passare ancora parecchi altri anni perchè si squarciasse il velo e si conoscessero il nome e le coordinate geografiche del lager yugoslavo di “rieducazione” in cui erano finiti: Goli Otok, l’Isola calva, un pezzo di terra emersa in Adriatico, tra Veglia e Arbe, senza alberi né acqua, inferno e cimitero di migliaia di oppositori di Tito.</p>
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	    	<content:encoded><![CDATA[<hr /><p><a href="https://italianioggi.com/non-solo-esodo-dallistria-comunisti-italiani-andarono-fiume-pola-non-riusci-fuggire-conobbe-lager-tito/"><img width="960" height="400" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg 960w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-300x125.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-768x320.jpg 768w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-640x267.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-96x40.jpg 96w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p>]]></content:encoded>
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