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	<title>Gli italianiPensioni &#8220;d&#8217;oro&#8221;. tra demagogia e realtà &#8211; Gli italiani</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Nov 2018 07:33:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/pensioni-doro-demagogia-realta/"><img width="719" height="728" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2.jpg 719w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2-296x300.jpg 296w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2-640x648.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2-63x64.jpg 63w" sizes="(max-width: 719px) 100vw, 719px" /></a></p><hr /><p>L’idea dei 5Stelle, ormai evidente, è quella che a pagare i buchi della previdenza, dovuti ad errori di anni, debbano essere ancora una volta i pensionati titolari di assegni elevati corrispondenti a contributi effettivamente versati. Lo dimostra il fatto che è stata abbandonata l’idea di rideterminare le pensioni secondo l’ammontare dei contributi. Avrebbe reso pochi centesimi. Ed allora ecco spuntare dal cilindro l’idea di un nuovo “contributo di solidarietà” da porre a carico di coloro che ad esigenze di solidarietà già hanno più volte risposto, a cominciare da quando hanno versato contributi oltre i quarant’anni utili a pensione. Si fa&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>L’idea dei <em>5Stelle</em>, ormai evidente, è quella che a pagare i buchi della previdenza, dovuti ad errori di anni, debbano essere ancora una volta i pensionati titolari di assegni elevati corrispondenti a contributi effettivamente versati. Lo dimostra il fatto che è stata abbandonata l’idea di rideterminare le pensioni secondo l’ammontare dei contributi. Avrebbe reso pochi centesimi. Ed allora ecco spuntare dal cilindro l’idea di un nuovo “contributo di solidarietà” da porre a carico di coloro che ad esigenze di solidarietà già hanno più volte risposto, a cominciare da quando hanno versato contributi oltre i quarant’anni utili a pensione.</p>
<p>Si fa demagogia di basso conio. Ma tant’è, “pensioni d’oro” suona bene e in una società nella quale ha sempre giocato un ruolo l’invidia è politicamente utile dare in pasto ai diseredati, prodotto della politica dell’austerità e della malapolitica degli anni scorsi, alcune categorie, soprattutto di pubblici dipendenti, incuranti che prelevare <em>ad libitum </em>da questi trattamenti più elevati costituirebbe negazione di principi giuridici fondamentali. Ha ricordato di recente <strong>Corrado Calabrò</strong>, giurista insigne tra i più illustri magistrati del Consiglio di Stato, che in primo luogo viene violato il principio della nostra Costituzione sancito nell’articolo 1 per il quale la Repubblica è “fondata sul lavoro” sicché l’idea di imporre un pesante contributo sulla retribuzione differita, costituita dai contributi di chi ha lavorato per diversi decenni, contraddice apertamente quel principio. Il lavoro diventa un disvalore a vantaggio del non lavoro.</p>
<p>Va considerato, infatti, che in tal modo si colpiscono cittadini i quali hanno avuto accesso ad importanti istituzioni dello Stato dopo aver superato concorsi difficili ed aver svolto attività lavorativa con elevate, pubbliche responsabilità per decenni, nel corso dei quali parte della retribuzione è stata accantonata per essere erogata dopo il collocamento a riposo. Sia sulla parte pagata in servizio che su quella corrisposta dopo questi cittadini hanno pagato imposte elevate spesso arrivate al dimezzamento di quanto percepito. “È stato così – ricorda <strong>Calabrò</strong> &#8211; anche nel periodo in cui vigeva il sistema retributivo, che valorizzava lo stipendio percepito negli ultimi anni nella convinzione che il passaggio dalla condizione economica del lavoratore a quella del pensionato non avrebbe dovuto far precipitare la condizione di vita. Anche con il sistema contributivo, in cui sono esclusivamente i nostri contributi &#8211; vale a dire i nostri versamenti al sistema pensionistico &#8211; a costituire l’accantonamento”.</p>
<p>Questo sistema equilibrato, che si basa su diritti maturati, è stato scardinato dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 173 del 2016 la quale ha ritenuto che il diritto sulle somme accantonate andasse contemperato e bilanciato con altri principi; in particolare con quello di solidarietà. Quello e quello solo sarebbe suscettibile di decurtazione tra i diritti patrimoniali, compresi quelli più indicativi di una situazione di agiatezza. La sentenza è evidentemente “politica”, costituisce una palese arrampicata sugli specchi, specie quando confonde i conti della previdenza con quelli dello Stato, al cui bilancio affluiscono le somme prelevate, negando che si tratti di una norma sostanzialmente tributaria.</p>
<p>Un po’ di storia fa comprendere meglio di cosa si tratta. Negli anni ’50, quando il sistema pensionistico venne rifondato, la gestione era in attivo, perché, a fronte dell’afflusso di contributi, le pensioni erogate erano poche. Vi era, anzi, un eccesso di liquidità che poté essere utilizzato dal Governo per il piano INA Casa, un grande progetto sociale che si era intestato <strong>Amintore Fanfani</strong>, uno dei “cavalli di razza” della politica nella Prima Repubblica.</p>
<p>La storia continua con le cosiddette baby pensioni, quelle che potevano ottenere i pubblici dipendenti al compimento di 15 anni, sei mesi e un giorno di servizio. Pensioni modeste, ovviamente, in ragione dei pochi contributi versati ma destinate ad essere erogate per molto tempo. Se ne avvalsero soprattutto le donne che desideravano dedicarsi alla famiglia. Certo un valore sociale il riconoscimento della donna mogli e madre, che lo Stato avrebbe dovuto sostenere a carico della fiscalità generale, non della previdenza.</p>
<p>All’epoca i pubblici dipendenti andavano in pensione a 65 anni: e questo temperava gli effetti del sistema retributivo, allora vigente, sotto due aspetti: perché all’anzianità erano generalmente correlati i contributi versati e perché quanto più tardi si va in pensione tanto meno numerosi sono gli anni in cui la pensione viene erogata, in relazione alle aspettative di vita.</p>
<p>Lo squilibrio del sistema previdenziale continuava ad accentuarsi, anche perché aggravato dalle prestazioni assistenziali, cioè dalle pensioni d’invalidità che vengono corrisposte a carico della previdenza. Anche questa è un’esigenza sociale importante, ma andava distinta dalla previdenza per non alterare i conti del sistema pensionistico vero e proprio basato sul rapporto tra contributi versdati ed assegni corrisposti.</p>
<p>Negli anni 90’ si rese così indispensabile intervenire, trasformando il sistema da retributivo in contributivo e fissando una soglia per il diritto alla corresponsione della pensione, determinata dalla somma degli anni di contribuzione e degli anni di età. Per il personale in servizio il passaggio al contributivo era differito in relazione agli anni di servizio prestati (più o meno di 18), salvaguardando così quanto capitalizzato fino a quella data col sistema retributivo in base al principio della retribuzione differita. Secondo i calcoli attuariali la cifra soglia avrebbe dovuto essere fissata, all’epoca, a 100. Lega Nord si oppose e la CGIL minacciò lo sciopero generale. Ci fermammo così a 95, ma con l’impegno a passare entro 3 anni a livello 100 e di adeguare poi questo livello alle accresciute aspettative di durata della vita. All’elaborazione del provvedimento aveva collaborato il prof. <strong>Alberto Brambilla</strong>, esperto vicino alla Lega Nord la quale, tuttavia, contestò il provvedimento fino al punto di far venire meno la fiducia al Governo di <strong>Silvio Berlusconi</strong>.</p>
<p>I maligni dicono che la Lega propende per l’anticipo dell’età pensionabile perché molti lavoratori dipendenti, al Nord, anelano a mettersi in proprio in un’età ancora giovanile che consenta loro di svolgere proficuamente un’attività di piccoli imprenditori, negozianti, agricoltori, artigiani, avendo già assicurato un reddito sufficiente con la pensione. I soliti maligni alludono anche al fatto che da quelle parti, con quelle possibilità di lavoro, è facile eludere le imposte. Si chiama “lavoro nero”.</p>
<p>Per effetto della modifica della legge Fornero prevista dal provvedimento approvato nelle scorse settimane dal Consiglio dei Ministri, il costo di questo beneficio per il bilancio dello Stato è di 7 &#8211; 8 miliardi all’anno ed è considerato dall’UE il principale fattore di squilibrio strutturale, insieme al debito pubblico.</p>
<p>Non è vero, quindi, che il finanziamento del sistema previdenziale non sia intercomunicante con la fiscalità generale, come affermato nella sentenza <strong>Morelli</strong> n. 173/2016 della Corte Costituzionale. Il contributo di solidarietà è un surrogato del finanziamento a carico del bilancio dello Stato, come già accennato.</p>
<p>Un surrogato ancora più iniquo quando mira a sovvenire misure di elargizione sconsiderate che pongono un fardello molto gravoso sulle spalle dei nostri figli e nipoti e squinternano i conti dell’INPS (oltre 130 miliardi secondo il presidente dell’INPS Boeri).</p>
<p>Nessun intervento <em>una tantum</em> di pretesa solidarietà potrà rimettere in sesto quei conti, dove già tutte le gestioni sono in deficit.</p>
<p>Tutte meno una, quella dei magistrati, perché versano contributi per più anni in quanto vanno in pensione ad età più avanzata. Una condizione che l’Avvocatura Generale dello Stato ha definito nella sua memoria dinanzi alla Consulta “beneficio”. Lavorare più a lungo è forse un beneficio? E se sì, lo è anche per gli avvocati dello Stato che hanno gli stessi limiti di età dei magistrati.</p>
<p>Insomma, l’accantonamento costituito con la retribuzione differita sarebbe liberamente espropriabile, sia pure in una certa misura a quanto pare liberamente definibile dalla Consulta (è vera giustizia?), ciò che, come detto, costituisce negazione del principio costituzionale che valorizza il lavoro. Negazione implicita nella volontà di attuare un “reddito di cittadinanza” espressione intrinsecamente equivoca che qualifica reddito non la retribuzione di un lavoro ma un assegno assistenziale. Che è certamente giusto corrispondere a chi ha bisogno, ma non a carico di una determinata categoria privata delle aspettative sulle quali legittimamente faceva conto in un patto con lo Stato: “tu paghi i contributi ed in relazione a quelli che hai versato io ti riconosco una determinata pensione”. Queste iniziative si pagano a carico della fiscalità generale, del bilancio dello Stato.</p>
<p>Ricordo a me stesso, come dicono gli avvocati quando si rivolgono con garbo ai giudici per ricordare loro ciò che dovrebbero sapere, che quando si comincia a manomettere alcune regole che risalgono nei secoli come principi di diritto si sa da dove si comincia, non dove si va a finire, perché di sentenza in sentenza è facile dimenticare che l’<em>unicuique suum</em> è regola di civiltà e di pacifica convivenza.</p>
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