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	<title>Gli italianiPensioni d&#8217;oro, Di Maio: meno demagogia e più considerazione per i diritti &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>Pensioni d&#8217;oro, Di Maio: meno demagogia e più considerazione per i diritti</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jul 2018 21:43:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/pensioni-doro-maio-meno-demagogia-piu-considerazione-diritti/"><img width="719" height="728" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2.jpg 719w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2-296x300.jpg 296w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2-640x648.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2018/07/sfrecola2-63x64.jpg 63w" sizes="(max-width: 719px) 100vw, 719px" /></a></p><hr /><p>Nel “contratto” di Governo la revisione delle pensioni avrebbe dovuto riguardare quelle definite “d’oro”, intese come superiori a 5.000 euro netti. Tuttavia, intervistato da Mario Giordano per La Verità, il Vicepresidente del Consiglio e ministro del lavoro, Luigi Di Maio, ha corretto il tiro: “sto pensando di scendere a 4.000 euro netti, dopo aver visto i dati”. Aggiungendo che “saranno colpite solo le pensioni privilegiate, quelle che non sono sostenute dai contributi versati”. Per cui l’intervistatore ne ha dedotto che “se uno prende più di 4.000 euro netti avendo versato contributi adeguati non verrà toccato dalla mannaia”. La risposta è&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel “contratto” di Governo la revisione delle pensioni avrebbe dovuto riguardare quelle definite “d’oro”, intese come superiori a 5.000 euro netti. Tuttavia, intervistato da <strong>Mario Giordano </strong>per<em> La Verità</em>, il Vicepresidente del Consiglio e ministro del lavoro, <strong>Luigi Di Maio</strong>, ha corretto il tiro: “sto pensando di scendere a 4.000 euro netti, dopo aver visto i dati”. Aggiungendo che “saranno colpite solo le pensioni privilegiate, quelle che non sono sostenute dai contributi versati”. Per cui l’intervistatore ne ha dedotto che “se uno prende più di 4.000 euro netti avendo versato contributi adeguati non verrà toccato dalla mannaia”. La risposta è stata: “esattamente”. E questo dovrebbe tranquillizzare i pensionati, e non solamente quelli che, in numero sempre maggiore, lasciano la Patria per stabilire la residenza all’estero, soprattutto in Portogallo, Spagna e Grecia per riscuotere in quei paesi la pensione al lordo delle imposte, lì notevolmente inferiori a quelle che in Italia falcidiano da sempre i percettori di redditi.</p>
<p>Dovrebbe tranquillizzare i pensionati soprattutto il fatto che <strong>Di Maio</strong> abbia detto “dopo aver visto i dati”. Infatti si sarà reso conto che le pensioni “d’oro” tanto evocate nella campagna elettorale e nella polemica politica sono relativamente poche, prevalentemente definite con il sistema contributivo, poco potrebbero dare al bilancio dello Stato, pochissimo se si intendesse con quei “risparmi” finanziare il cosiddetto “reddito di cittadinanza” o “di inclusione” o come altro suggerisce la fantasia degli autori degli slogan politici.</p>
<p>Per questi motivi si è temuto di tagli che andassero al di là di una revisione sulla base dei contributi effettivamente versati per la faciloneria con la quale, nel corso della campagna elettorale e dopo, si è fatto di ogni erba un fascio con l’idea, almeno apparente, di manomettere qualche regola del diritto. Di quelle che delineano la civiltà di un popolo. Perché se un lavoratore ha versato nel corso della sua attività professionale, qualunque essa sia, i contributi richiesti dalla legge nella prospettiva di una determinata pensione, egli vanta un diritto basato su quella legge, nel rispetto del principio di proporzionalità tra contributi versati ed entità della pensione, calcolata con i criteri del sistema contributivo introdotto dalla legge n. 335/95, aggiornandoli nei suoi coefficienti di trasformazione con un apposito nuovo decreto del Ministro del lavoro e della previdenza speciale. E se molto ha versato certamente avrà una pensione elevata. Che non è, come si vorrebbe far intendere, un “privilegio” ma un diritto. Essendo, per definizione, “privilegio” ciò che attribuisce a un soggetto o a una categoria una posizione più favorevole di quella della generalità degli altri soggetti. Una riduzione che violasse la regola del rispetto dei contributi versati costituirebbe una espropriazione. Diversa cosa è l’eventuale partecipazione ad esigenze generali della finanza pubblica: si chiama “contributo di solidarietà”. È commisurato ad una aliquota della pensione ed è limitato nel tempo. Nessuno si è sottratto a questo obbligo morale, “di solidarietà” appunto, e chi ha ricorso ai giudici lo ha fatto quando quel prelievo andava oltre la soglia della ragionevolezza. Come ha detto la Corte costituzionale che ha ricostruito la regola della salvaguardia dei diritti acquisiti, delle garanzie maturate garantite in uno Stato che si è sempre vantato di assicurare certezza del diritto e dei limiti che in un Paese civile incontrano le disposizioni legislative retroattive in materia previdenziale.</p>
<p>Dal diritto alla matematica. Una pensione elevata, costituita da contributi effettivamente versati, considerata al lordo, lascia nella mani del fisco una somma elevata, più di un terzo. Con quella somma lo Stato può pagare altre pensioni.</p>
<p>È evidente, dunque, che se diminuisce l’importo della pensione oltre una certa soglia si riduce proporzionalmente anche il prelievo fiscale e, con esso, l’effetto che si vorrebbe realizzare, quello di aumentare altre pensioni o i consumi, necessari per assicurare maggiori produzioni e, pertanto, maggiori posti di lavoro.</p>
<p>Bisognerebbe spiegare a qualche economista, di quelli che piegano scienza e coscienza al servizio del politico di turno, che nell’economia moderna i fattori che determinano il benessere di una comunità sono vari. Tra questi, la spesa pubblica che non è da demonizzare, come si fa spesso, perché è finalizzata a rendere servizi ai singoli ed alle imprese. E che anche le pensioni, sempre richiamate come un onere pesante per il bilancio pubblico, costituiscono una retribuzione “differita”, maturata con contributi effettivamente versati e favorisce i consumi.</p>
<p>Con l’occasione va ricordato ai distratti che nulla di serio si è fatto per una revisione che elimini gli sprechi veri, quelli che non corrispondono a nessuna utilità di pubblico interesse. Così nel tempo governi di tutti i colori politici si sono esibiti in tagli indiscriminati, definiti “lineari” (una certa percentuale degli stanziamenti di bilancio), con l’effetto di aver ridotto il numero di Poliziotti e Carabinieri mentre la gente chiede sicurezza, o di aver trascurato la manutenzione delle scuole o delle strade il cui stato di manutenzione è causa di molti degli incidenti che si registrano ogni giorno, in città e fuori. Contestualmente sono state bloccate le retribuzioni dei pubblici dipendenti, in specie dei professori, ad onta della tanto decantata “buona scuola” che si fa, ovviamente, con docenti bravi e motivati. Sono spese che migliorano le condizioni generali di una comunità e determinato maggiori consumi.</p>
<p>E nulla si è fatto, anche se oggi si preannuncia un intervento correttivo, per il regime tributario delle famiglie, assolutamente contrario alle prescrizioni costituzionali (art. 31) secondo le quali “la Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose”. Ciò che si fa prevalentemente mettendo mano al sistema fiscale, oggi iniquo e predatorio, che spinge persone ed imprese ad emigrare.</p>
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