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	<title>Gli italianiPonte Galeria non è la Guantanamo italiana &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>Ponte Galeria non è la Guantanamo italiana</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Mar 2015 18:32:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/ponte-galeria-non-la-guantanamo-italiana/"><img width="271" height="186" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/03/cie.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/03/cie.jpg 271w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/03/cie-93x64.jpg 93w" sizes="(max-width: 271px) 100vw, 271px" /></a></p><hr /><p>Sono entrato nel Centro di Identificazione ed Espulsione romano di Ponte Galeria – CIE – perché come molti mi era capitato di leggere articoli e reportage dove queste strutture venivano etichettate come delle galere ospitanti “detenuti” senza diritti. Tempo fa, sul settimanale Left, ne lessi uno che raccontava del dilagante uso di psicofarmaci nel Centro romano etichettandolo come «una struttura fuori controllo». Scrissi le parole “ponte galeria cie” nella barra di ricerca di Google, il primo risultato che mi apparì fu un articolo dell’anno scorso pubblicato da “La Repubblica”: il 22 dicembre del 2014 il quotidiano romano uscì con un&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono entrato nel Centro di Identificazione ed Espulsione romano di Ponte Galeria – CIE – perché come molti mi era capitato di leggere articoli e reportage dove queste strutture venivano etichettate come delle galere ospitanti “detenuti” senza diritti. Tempo fa, sul settimanale Left, ne lessi uno che raccontava del dilagante uso di psicofarmaci nel Centro romano etichettandolo come «una struttura fuori controllo». Scrissi le parole “ponte galeria cie” nella barra di ricerca di Google, il primo risultato che mi apparì fu un articolo dell’anno scorso pubblicato da “La Repubblica”: il 22 dicembre del 2014 il quotidiano romano uscì con un articolo che titolava testualmente «Ponte Galeria, “La Guantanamo italiana”». È un titolo forte, forse troppo, allora continuai a scorrere i risultati della mia ricerca su Google. Un altro articolo che mi apparì, stavolta, dell’HuffingtonPost – ma sempre del gruppo “L’Espresso”, lo stesso di “Repubblica” – titolava «CIE, un orrore a cui mettere fine al più presto», e parlava proprio del Centro di Ponte Galeria. Ottimo. Ormai la mia curiosità era tanta e così ho deciso di andare anche e vedere con i miei occhi, e ora voglio raccontarvi quello che ho visto: niente soprusi, niente orrore, nessuna Guantanamo.</p>
<p>Ma voglio raccontarvi la mia esperienza fin dall’inizio. Solitamente le visite le fanno di mattina ed essendo inverno, il cielo cupo, l’aria freddolina e i raggi del sole – quei pochi che passano – che scaldano poco, le sensazioni iniziali non sono positive. Anche perché quando si arriva davanti al cancello si capisce subito che è una struttura militarizzata: vi sono muri di cinta molto alti con dei lunghi spuntoni sulla sommità, delle reti di protezione sopra i tetti forse per evitare agli ospiti di camminarvi sopra e telecamere ovunque, il che mi mette addosso un po’ di tensione.</p>
<p>Per entrare è necessario farsi identificare, aspettare quindi che i militari in guardiola verifichino che il proprio nome sia tra quelli convalidati dalla Prefettura. Appena dentro vi sono altri controlli, stavolta sono i Carabinieri a eseguirli con il metal detector, ma questo non mi stupisce, anzi mi sembra la normalità. Se non fosse che la seriosità di quei militari – forse eccessiva – mi mette ulteriore tensione. A malapena ti guardano in faccia, usano un tono di voce alto e perentorio, non danno nessuna confidenza, sono un po’ bruschi nei modi e questo non mette di certo a proprio agio. Per i controlli mi fanno aspettare qualche minuto e così vedo che nella stanza di fianco c’è quella adibita agli incontri tra gli ospiti e i rispettivi cari. Mette un po’ di tristezza vedere questi ragazzi costretti a parlare con la propria famiglia dietro una parete di vetro senza un minimo di privacy. Il tavolo dove possono sedersi l’uno di fronte all’altro è lungo massimo sei o sette metri, ciò significa che lo spazio che hanno a disposizione è molto ristretto. Se ci sono sei incontri significa che si sta a meno di un metro l’uno dall’altro e nei momenti di intimità la privacy è fondamentale.</p>
<p>I controlli sono finiti e così mi lasciano entrare, dopo il nervosismo e la tristezza, la terza sensazione che provo è lo stupore. Quello che mi si para davanti è un panorama fatto di gabbie a cielo aperto, ma non è tanto la somiglianza a una galera che mi stupisce perché l’80 per cento degli ospiti – per lo più clandestini pizzicati per aver commesso qualche reato – proviene proprio da una galera, e quindi è normale che debba essere garantita la stessa sicurezza di un centro di detenzione vero e proprio. A stupire sono i racconti di chi si accalca alle sbarre della recinsione per parlarmi. Accendo il registratore audio e mi avvicino a un gruppetto di maschi, mi dicono di essere albanesi, ma parlano un italiano quasi perfetto. Di certo la lingua non possono averla imparata lì dentro perché nel Centro possono stare massimo tre mesi, quindi capisco fin da subito che, o l’hanno imparata in carcere, o sono persone che hanno vissuto in Italia clandestinamente per anni e sono stati scoperti solo di recente.</p>
<p>Pongo una domanda piuttosto generica e chiedo com’è la vita lì dentro. Dalle loro parole sembra che il CIE di Ponte Galeria sia un incrocio tra uno zoo e una galera. Dicono di non «avere diritti e di non essere rispettati come essere umani». Di essere equiparati a «cani randagi». Lamentano lo scarso livello di igiene testimoniato, secondo loro, dal fatto che non hanno nemmeno le lenzuola per i materassi e che, quando va bene, sono di carta come lo sono anche gli asciugamani che usati una volta non vanno più bene. Mi sembra molto strano che le lenzuola e gli asciugamani possano essere di carta, infatti cerco di capire se l’utilizzo della parola “carta” sia stato un errore linguistico, ma a un certo punto sento uno dei ragazzi gridarmi che «puzzo come un animale – non io, lui – non posso lavarli e non mi danno neanche il cambio, sono sette giorni che ho gli stessi vestiti», che a chi ha famiglia va bene, ma chi è da solo deve arrangiarsi con le stesse cose. Dicono di ammalarsi spesso a causa del cibo: «è poco, fa schifo, è scaduto e fa male, facciamo la fila per andare a cagare dopo averlo mangiato». Me lo appunto sul taccuino con l’idea di chiederlo allo staff del Centro perché servire cibo scaduto è grave.</p>
<p>Dicono che i bagni sono sporchi e di non avere neanche il sapone per lavarsi al che controbatto che no, mi sembra ancor più strano di prima che non gli venga fornito neanche il detergente per lavarsi e infatti la storia si modifica un pochino. Il sapone ce l’hanno, ma dura poco, due giorni massimo e che se «lo chiedi la mattina, te lo danno il giorno dopo». Ma allora se conoscono la durata di un flacone e sanno che ci vuole una giornata per poterlo riavere perché non lo chiedono il giorno prima? Lo penso, ma non lo chiedo, tanto ho capito che le mie domande non vengono neanche ascoltate, in pratica si stanno sfogando, così li lascio parlare e cerco di capire qualcosa di più. Anche se ora hanno cominciato a ridacchiare, il che mi fa pensare che mi stiano prendendo il giro, tra loro è cominciata una gara all’insulto verso i dottori che con disprezzo chiamano «mujaheddin» rei, secondo loro, di dargli farmaci – credo si riferiscano ai psicofarmaci – che fanno diventare matti, verso i giornalisti che modificano la notizia, verso i militari «faccia di merda e figli di mignotta», verso i «giudici pedofili, maniaci, falliti che non sanno fare un cazzo e vengono qua a giudicare noi». Quello che parla più di tutti si chiama Alban. È il più scatenato e anche se non possiede un timbro di voce molto forte riesce sempre a sovrastare i racconti dei suoi compagni. Strana storia la sua. Una moglie e un figlio di otto mesi, un permesso di soggiorno scaduto da un bel po’, a Roma da ben 23 anni di cui ne ha passati 11 in carcere, e mentre qualcuno ridacchia lui dice: «Dopo 23 anni loro mi portano nel Centro perché non ho il permesso di soggiorno e tutti questi anni io dove ho vissuto? A Hong Kong? Alla mia famiglia chi ci pensa? Quel giudice pedofilo di merda?». Mi viene da dirgli che l’elevato numero di anni non è una giustificazione, e che il problema non riguarda le forze dell’ordine che lo hanno scoperto dopo 23 anni, ma lui che vivendo da clandestino ha commesso un reato penale per più di 20 anni, ma anche su questo taccio.</p>
<p>Nel mentre di tutto ciò, a poco più di dieci metri da me un operatore del Centro viene aggredito da un ragazzo magrebino in crisi di astinenza da droga, i poliziotti aprono i cancelli per intervenire, io faccio per prendere la macchina fotografica, ma lo staff mi blocca e i miei nuovi amici albanesi mi intimano a brutto muso di non scattare nessuna foto. Successivamente Enzo, il vicedirettore del complesso nonché il mio Cicerone quella mattina, mi spiegherà che gli ospiti non gradiscono di essere fotografati per i motivi più svariati. Alcuni di loro, mi confida, devono scontare delle pene detentive nei loro Paesi di origine e quindi hanno paura di essere riconosciuti. Motivo in più per il quale dovrebbero essere fotografati penso io, perché un delinquente lo è a prescindere dal Paese in cui si trova. Come al solito, taccio.</p>
<p>Nonostante il limite di legge preveda che possano rimanere nel CIE massimo tre mesi, pensano di essere delle «persone sequestrate» perché secondo loro ci sono molti che hanno tutte le carte in regola e che tornerebbe volentieri nel loro Paese, quindi il problema è nostro che non li lasciamo andare via. «C’è chi vuole andare a casa propria, ma non lo mandano, perché noi siamo un business. Cazzo gli frega a loro! Prendono soldi alle nostre spalle e le torture le subiamo noi». Cavolo ha detto proprio la parola “torture”?! Mi preoccupo e chiedo di più, di spiegarmi che cosa fanno i poliziotti. I vari racconti si accavallano e riesco a capire giusto qualche frammento dei diversi discorsi, ossia che i poliziotti legano, prendono con la forza, picchiano sulla schiena, spaccano le ginocchia e le braccia, fino a quando non interviene di nuovo Alban, ristabilisce la calma e fa capire agli altri che deve parlare lui: «Ti legano le mani, i piedi, ti mettono una corda qua – indica il collo – così ti tirano e ti mettono il cappuccio nero». Mentre Alban parla gli altri mi guardano e ridono di gusto. A questo punto capisco definitivamente che si stanno divertendo fra loro e che i racconti prima ascoltati non erano veri. Molto infastidito mi volto e mi dirigo da Enzo che in tutto questo tempo era rimasto in disparte lasciandomi tutta la libertà che volevo per parlare con gli ospiti.</p>
<p>Al mio Cicerone chiedo del presunto cibo scaduto, per questo motivo mi porta a parlare con alcuni operatori sanitari del Centro che, registri alla mano, mi mostrano come da anni a questa parte non ci siano stati casi di intossicazione alimentare, un’altra conferma della presa in giro ai miei danni. Qualche metro dietro a noi c’è uno degli ospiti con cui avevo parlato poco fa che ride e scherza tranquillamente con Enzo e con gli altri dello staff, così gli chiedo perché lui e i suoi amici mi avessero detto che il cibo non era buono. Sempre ridendo nega che il cibo non sia buono e che stavano scherzando. Enzo, a cui parlo delle storie sentite prima, mi spiega che Alban ha ben 52 alias diversi, ossia ha 52 identità che lo hanno portato a scontare pene detentive in Italia con nomi falsi. A questo punto vorrei andar via perché non sono andato fin lì per essere preso in giro, anzi, ingenuamente pensavo di potergli essere di aiuto.</p>
<p>Decido di restare e chiedo di poter entrare dentro alle strutture degli ospiti per verificare la veridicità dei racconti precedenti con i miei occhi, anche se ormai avevo capito che nulla era vero. Per motivi di sicurezza non vogliono farmi accedere al settore maschile perché non hanno un militare da dedicare esclusivamente alla mia incolumità e, giustamente, dopo l’aggressione avvenuta poc’anzi, Enzo non si prende questa responsabilità. Il settore femminile mi mostra tutta la verità, mi conferma nuovamente che quel gruppetto di ragazzi albanesi mi stava prendendo in giro. All’interno dei dormitori trovo delle ragazze sedute sui letti che parlano amichevolmente con le operatrici, per niente disturbate dalla mia presenza. Vicino a ognuno dei sei letti c’è un comodino con sopra delle bottigliette d’acqua e vari snack. Le coperte si vede a occhio che sono pulite e calde, altro che di carta! In fondo alla stanza c’è un televisore, piccolino, ma c’è. I bagni sono puliti e muniti di doccia, il dentifricio è poggiato sul lavandino. Sicuramente non è un hotel a cinque stelle, ma non è neanche un posto così degradato e degradante come descritto da alcuni quotidiani e settimanali. Anzi, faccio amicizia con una ragazza rumena e lei, senza che io le chieda nulla a riguardo, tesse le lodi degli operatori che sono molto disponibili e svolgono una delicata funzione di cuscinetto tra gli ospiti e le forze di polizia. Mi parla delle attività che le operatrici organizzano – a dir la verità molto poche – a volte anche di tasta propria perché i fondi sono pochi. Mi guardo intorno e noto che su alcuni letti ci sono dei peluche, vedo che le pareti della stanza sono tutte colorate e piene di disegni: c’è un pupazzo di neve, un albero di Natale, un coniglietto, delle colombe portatrici di Pace, dei tulipani rossi. Insomma, durante la mattinata ho avuto poco a che fare con i poliziotti, ma almeno da parte del personale ho trovato molta umanità, per niente in linea con ciò che altri giornali avevano scritto, quasi uno schiaffo all’operato di chi vi lavora quotidianamente e che ci mette il cuore per rendere il soggiorno – anche se qualcuno parlerebbe di detenzione – degli ospiti meno pesante. Leggendoli mi ero fatto un’idea, ma quello che ho visto non è quello che mi aspettavo. Uscito dal CIE ho capito che è più facile parlar male di queste strutture strumentalizzandone il dibattito, piuttosto che raccontare semplicemente quello che si è visto.</p>
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