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	<title>Gli italianiIl respiro corto di un Centrodestra che rinuncia a correre per vincere &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>Il respiro corto di un Centrodestra che rinuncia a correre per vincere</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2017 18:18:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/respiro-corto-un-centrodestra-rinuncia-correre-vincere/"><img width="457" height="305" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/11/bologna.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/11/bologna.jpg 457w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/11/bologna-300x200.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/11/bologna-96x64.jpg 96w" sizes="(max-width: 457px) 100vw, 457px" /></a></p><hr /><p>Tanto tuonò che (non) piovve. E malgrado gli sfracelli paventati lo scorso autunno nel caso di un eventuale flop del referendum di dicembre &#8211; flop poi puntualmente verificatosi &#8211; il “diluvio”, vale a dire le elezioni anticipate, pare sia stato fortunosamente rimandato. Si, ma rimandato a quando? Per ora, almeno fino al solenne pronunciamento della Corte costituzionale del prossimo 24 gennaio. Ossia fino al verdetto sull’“Italicum”, il marchingegno elettorale fabbricato appositamente per far vincere l’ex-rottamatore Matteo Renzi. Colui che per avere improvvidamente e cocciutamente tirato troppo la corda proprio su questo fronte, è finito lui stesso &#8211; sommerso dall’imprevista valanga&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Tanto tuonò che (non) piovve. E malgrado gli sfracelli paventati lo scorso autunno nel caso di un eventuale flop del referendum di dicembre &#8211; flop poi puntualmente verificatosi &#8211; il “diluvio”, vale a dire le elezioni anticipate, pare sia stato fortunosamente rimandato. Si, ma rimandato a quando? Per ora, almeno fino al solenne pronunciamento della Corte costituzionale del prossimo 24 gennaio. Ossia fino al verdetto sull’“Italicum”, il marchingegno elettorale fabbricato appositamente per far vincere l’ex-rottamatore Matteo Renzi. Colui che per avere improvvidamente e cocciutamente tirato troppo la corda proprio su questo fronte, è finito lui stesso &#8211; sommerso dall’imprevista valanga di “No” &#8211; nel compattatore politico. Dagli ingranaggi del quale, però, lungi dal farsi miseramente stritolare, sta già macchinando il gran ritorno, alla faccia di tutti i gufi allignati fuori, ma soprattutto dentro il Pd. Naturalmente nessuno è in grado d’indovinare cosa passa per la mente degli illustri parrucconi della Consulta. Conoscendoli, probabilmente nulla di sensato. Il leghista Matteo Salvini ad esempio, fan sfegatato delle elezioni subito senza se e senza ma, è dell’opinione che &lt;la Corte scriverà una sentenza con la quale allungherà il brodo per impedire le elezioni anticipate&gt;. I pentastellati di Grillo, invece, in fatalistico ossequio ad ogni “sacro” pronunciamento di qualsivoglia organo istituzionale, anche il più bollito, hanno espresso comunque l’intenzione di recarsi alle urne con il sistema che i pasdaran della “magna” Carta riterranno più opportuno adottare. In ogni caso, quale che sarà l’oracolare responso pronunciato dagli illustrissimi padri costituzionalisti, una cosa è certa. Che per la celebrazione del laico rito elettorale, obbiettivo a cui anche Renzi tiene moltissimo, è necessario “in primis” che il presidente Mattarella sciolga le Camere. Ma anche questa eventualità non è per nulla scontata, vista la plumbea cappa d’inquietudine, apatia e pessimismo che incombe sull’Italia tutta. Un’atmosfera contrassegnata dalla passiva, fatalistica attesa di qualche imminente sfracello della serie attentati di natura islamica, possibili tracolli economici tipo Mps o quantomeno il precipitare della crisi immigratoria. E anche in considerazione dell’improvviso malore che ha costretto il presidente del Consiglio Gentiloni al ricovero e all’inattività, l’unico agognato scioglimento cui potremmo assistere a breve scadenza rischia di essere quello della neve accumulatasi in questi giorni su gran parte del nostro territorio. Tutto ciò nuoce moltissimo alle velleità “revanchiste” di Matteo Renzi, il quale farà carte false per tornare alla ribalta. Tanto da essersi persino dichiarato “pentito” per il suo atteggiamento da bulletto mostrato durante la sua permanenza sullo scranno più alto di palazzo Chigi. Per la rentrée, però sarà d’obbligo passare prima per le urne, Consulta e Mattarella permettendo, almeno entro il prossimo giugno. E con qualsiasi sistema elettorale, tranne &#8211; ha tenuto a precisare il “fiorentino” &#8211; il proporzionale. Questo per due ordini di motivi. In primo luogo per tamponare almeno un po’ l’allarmante diaspora d’iscritti che ultimamente sta colpendo il Pd. Altro che allerta meningite. Qui si è in presenza di un’irrefrenabile epidemia potenzialmente peggiore dell’ebola. Un processo apparentemente irreversibile che rischia di asciugare vistosamente l’imponente fiume di sostanziosi contributi cui il partito è (era?) da sempre abituato ad attingere &#8211; e sperperare &#8211; alla grande. Condannando i tremebondi nipotini di Berlinguer alla morte per sindrome da shock emorragico. In secondo luogo per il semplice fatto che il prossimo novembre avrà termine il mandato di Renzi alla segreteria del Pd. A quel punto, ad elezioni rimandate alla scadenza naturale della legislatura, il 2018, il rottamatore si troverà costretto a lottare all’arma bianca e senza neppure la copertura garantitagli da un plebiscito elettorale, contro i famelici zombie allignati nel suo agonizzante partito. Gente buona a nulla ma capace di tutto, che all’indomani del catastrofico esito referendario dello scorso dicembre ha goduto senza ritegno nel vedere affondato nella palta colui che in precedenza li aveva spietatamente trombati e spediti ai giardinetti. Questo a sinistra. A destra la situazione si presenta, se possibile, anche peggiore. Su questo versante infatti stiamo assistendo alle sfibranti liti da ballatoio tra la lega di Salvini e il partito d Berlusconi, con la Meloni a fare da terzo incomodo. Scazzottate verbali non meno sanguinose di quelle fisiche. In ogni caso la prima vittima a finire in sala di rianimazione è stato il buonsenso. Quell’indispensabile elemento che, in vista di consultazioni così importanti e determinanti per il nostro immediato futuro, imporrebbe in primo luogo lungimiranza e buona volontà a strafottere, se non per battere, almeno per arginare lo tsunami pentastellato. Laddove invece tranne lodevoli eccezioni, siamo in presenza di chiusure, porte sbattute, dialoghi tra sordi o soluzioni estemporanee e fai-da-te. Ad esempio al tavolo di coalizione promosso dai forzisti Renato Brunetta e Paolo Romani e il coordinamento dei gruppi parlamentari auspicato nei giorni scorsi dal capogruppo azzurro a palazzo Madama. O al solito Quagliariello, che, auspicando una coalizione politica più ampia possibile, ha da poco siglato a Roma un patto federativo fra la sua nuova creatura, “Idea-Popolo e Libertà”, e una cinquantina di movimenti e liste civiche territoriali sparsi per tutta Italia, in rappresentanza di oltre trecento amministratori locali. Inoltre, il noto esponente politico, ex radicale, ex Forza Italia ed ex Ncd, si appresta ora a organizzare all’uopo appositi gruppi consiliari in diverse città e regioni della Penisola. Niente “scippi” né tentativi di “fagocitazione” di realtà appartenenti comunque allo stesso schieramento politico, ha tenuto a precisare Quagliariello, bensì semplice aggregazione di forze civiche e universi politici di varia ed eterogenea estrazione. Fra i sottoscrittori del patto con “Idea”, infatti, vanno annoverati ad esempio il consigliere regionale veneto Stefano Casali, con la sua “Verona domani”, proveniente dall’area di Flavio Tosi, il movimento “Noi centro” di Massimo Ferrarese, già coordinatore regionale di Ncd in Puglia, che conta nelle sue file, fra gli altri, il neoeletto sindaco di Brindisi, e diverse formazioni territoriali in fuga strategica da “Scelta civica” e altre forze gravitanti nel mondo cattolico e negli ambienti prossimi al “Family day”. Lo slogan è: allargare il più possibile la compagnia. Archetipo di “laboratorio politico” fin dalla composizione della sua rappresentanza parlamentare (si va dai cattolici Roccella e Giovanardi al liberale Compagna, dagli ex An Augello e Piso a Guglielmo Vaccaro, ex margheritino fuoriuscito dal Pd all’atto della defenestrazione di Enrico Letta),“Idea”, ha ribadito Quagliariello in un vertice tenuto coi movimenti territoriali aderenti, &lt;ha lavorato fin dall’inizio per riunificare il centrodestra proponendo iniziative comuni nell’ambito di battaglie come quelle contro il ddl Cirinnà e per il no al referendum, e vive la felice contraddizione di essere un piccolo partito che coltiva un’ambizione grande: quella di contribuire a costruire una grande forza di centrodestra e insieme una coalizione che nella chiarezza dei programmi sappia tenere dentro tutte le anime. Non è il tempo di accordicchi, paludi e tentazioni centriste, questo è il tempo delle scelte forti&gt;. Sarà anche vero, fatto sta però che la musica suonata dall’orchestra situata nel settore di destra dell’auditorium politico italiano è alquanto stonata. Infatti, disperando di avere la meglio sui gasati Cinquestelle o su un Pd in calo di adesioni ma pur sempre temibile, l’unico leader di centrodestra a caratura nazionale, vale a dire Silvio Berlusconi, ha espresso l’auspicio di recarsi alle urne con una legge &lt;il più “adatta” possibile&gt;. Il che, tradotto nel suo linguaggio significa più o meno tornare al proporzionale puro. Perverso meccanismo che per tutto il lungo dopoguerra ci ha condannati a centinaia di litigiosissimi, inconcludenti governicchi, ma che in questo frangente potrebbe permettere all’esiguo drappello di “forzitalioti” &#8211; vale a dire la striminzita pattuglia che Berlusconi prevede di portare a casa nelle prossime politiche &#8211; di risultare comunque determinante tra le due coalizioni che risulteranno vincitrici. Un programma dal respiro davvero misero &#8211; e miserabile &#8211; laddove per affrontare di buzzo buone le emergenze che rischiano di cancellarci come identità di popolo e di Nazione abbisogneremmo di ben altro. Pertanto, se prevalesse l’ultima eventualità rischieremmo di vedere Berlusconi e Renzi uniti in un mostruoso amplesso inteso come unico deterrente antigrillino. Insomma, è vero che chi si accontenta gode, ma a tutto c’è un limite. Anche al masochismo.</p>
<p>Angelo Spaziano</p>
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