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	<title>Gli italianiRoma sempre più nel degrado. La fuga dalla Capitale pentastellata. Adesso vogliono andarsene anche le televisioni, nuova meta: Milano &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>Roma sempre più nel degrado. La fuga dalla Capitale pentastellata. Adesso vogliono andarsene anche le televisioni, nuova meta: Milano</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2017 19:13:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/roma-sempre-piu-nel-degrado-la-fuga-dalla-capitale-pentastellata-adesso-vogliono-andarsene-anche-le-televisioni-nuova-meta-milano/"><img width="275" height="183" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/06/colosseo.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/06/colosseo.jpg 275w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/06/colosseo-96x64.jpg 96w" sizes="(max-width: 275px) 100vw, 275px" /></a></p><hr /><p>&#60;Roma capoccia… / der monno ‘nfame…&#62;. Suonava più o meno così il commosso e un po’ sconsolato omaggio musicale dedicato da Antonello Venditti a Roma. Il brano risale agli anni ’70, ma è di un’attualità sorprendente. Si tratta di una disperata, struggente ode levata alla città eterna, un mito di gloria e di trionfi che purtroppo sta morendo nella generale indifferenza. La grande, la maestosa, la magnifica capitale dell’Impero Romano; la madre dei popoli e della Legge; la signora dell’orbe terracqueo; l’indiscusso faro di civiltà, è ridotta l’ombra di se stessa. Quella che Massimo Decimo Meridio (Russell Crowe) nel film&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>&lt;Roma capoccia… / der monno ‘nfame…&gt;. Suonava più o meno così il commosso e un po’ sconsolato omaggio musicale dedicato da Antonello Venditti a Roma. Il brano risale agli anni ’70, ma è di un’attualità sorprendente. Si tratta di una disperata, struggente ode levata alla città eterna, un mito di gloria e di trionfi che purtroppo sta morendo nella generale indifferenza. La grande, la maestosa, la magnifica capitale dell’Impero Romano; la madre dei popoli e della Legge; la signora dell’orbe terracqueo; l’indiscusso faro di civiltà, è ridotta l’ombra di se stessa. Quella che Massimo Decimo Meridio (Russell Crowe) nel film “Il gladiatore” di Ridley Scott, descrisse in poche, sublimi parole &#8211; &lt;Il mondo è tenebra… Roma….è la luce!&gt; &#8211; sta miseramente spegnendosi senza che nessuno si senta in dovere d’intervenire. Certo, sono passati lunghi secoli dall’epoca di Massimo Decimo Meridio, e l’Urbe di momenti tristi ne ha conosciuti moltissimi. In tre millenni di storia, infatti, all’ombra del Colosseo si è visto accadere di tutto e di più: saccheggi, scorrerie, epidemie, alluvioni, terremoti e guerre di ogni sorta. Le bellissime incisioni e i mirabili scorci dei vedutisti sette-ottocenteschi ci sono testimoni di una città irrimediabilmente spogliata, immiserita, il cui sterminato patrimonio artistico giace abbandonato in mezzo alle erbacce, con mandrie di pecore e vacche intente a pascolare in tutta tranquillità tra colonne, frontoni e capitelli sbreccati…Eppure, nonostante e malgrado i gravissimi danni arrecati alla “Caput mundi” da Goti, Vandali, mussulmani, Normanni, Lanzichenecchi e dalle cieche forze della natura, la città aveva sempre conservato intatto il suo carisma di baluardo di civiltà, di centro di spiritualità, di ombelico del mondo. Non per nulla, Papi, Imperatori, re e usurpatori, era proprio qui, in questo immenso seppur decaduto palcoscenico di grandezza e splendore, di luce e di ori, che amavano risiedere o vedervi confermato il proprio prestigio. Qui fu incoronato Carlo Magno. Qui accorsero gli imperatori sassoni della dinastia degli Ottoni, il tedesco Barbarossa, e suo nipote Federico II, qui volle essere riconosciuto imperatore latino d’Oriente Pierre de Courtenay. Oggi invece, sembra quasi che forze oscure, maligne, implacabili nemiche della bellezza, della cultura e della civiltà, abbiano inesorabilmente avuto la meglio e stiano per condannare la regina dell’universo alla consunzione, all’inedia, allo squallore, all’irrilevanza. Certo, il male oscuro che affligge la sfortunata città dei Cesari viene da molto lontano. E’ il frutto del sedimentarsi di ataviche pratiche di corruttela, inefficienza, sprechi e noncuranza, a cui oggidì, come benzina sul fuoco, sono andate ad aggiungersi particolari, infelicissime contingenze storiche e geopolitiche. In soldoni, non è che l’Urbe prima di Alemanno o di Marino funzionasse come un orologio svizzero. Sappiamo fin troppo bene che a partire dal dopoguerra Roma è stata mal gestita e abbandonata a se stessa ed agli insaziabili appetiti di loschi profittatori. Profittatori in primo luogo d’impronta democristiana e comunista. Gente che, fregandosene della bellezza e di ogni scrupolo morale ed estetico, ha attivamente e cinicamente contribuito all’edificazione di una delle periferie più squallide e degradate dell’intero pianeta. Uno sterminato tumore urbano costituito da bruttissimi, alienanti quartieri dormitorio cresciuti in spregio a qualunque forma di decoro e rispetto per chi vi sarebbe stato costretto a risiedere. Rimessaggi e discariche sono stati realizzati financo in aree di elevatissimo valore archeologico (vedi Appia Antica). Monumenti che farebbero l’orgoglio di intere Nazioni giacciono a infradiciarsi tra fango ed erbacce (vedi il Mausoleo di Augusto). Sporcizia e letame giacciono ammonticchiati ovunque. Il traffico è cresciuto oltre ogni limite di umana sopportazione e viene gestito senza alcun criterio né controllo. Pressoché totale è l’assenza di parcheggi per automobili e bus turistici. Il trasporto pubblico sarebbe indegno pure di una città africana. Il Tevere è inquinato fino all’inverosimile e funge da latrina per barboni, zingari e turisti dalla vescica facile. L’illuminazione delle vie e dei monumenti lascia talmente a desiderare che al calar del sole il centro storico appare un unico, malinconico mortorio. Il verde pubblico, quando va bene, è tralignato in savana. In altre parole, a Roma la tanto esaltata modernità, lungi dal costituire una formidabile opportunità, per colpa di una classe politica corrotta e insipiente si è risolta soltanto in una caotica nebulosa urbanistica. Un desolato panorama contrassegnato da abusivismo, speculazioni e sconci d’ogni sorta. Insomma, gran parte dei problemi “capitali” non li hanno certo creati le ultime due giunte, ma sono frutto di ben più antichi retaggi. Poi, a riprova che le disgrazie non vengono mai sole, a tutto questo sfacelo è andato ad aggiungersi un malinteso e interessatissimo senso dell’accoglienza portato avanti da una Chiesa alla canna del gas e da uno Stato che nella sua irriducibile vocazione alla mediocrità non riesce ad essere per nulla in grado di gestire tanto surplus di splendore. Il risultato è che, lucrando pure sulle disgrazie di centinaia di migliaia di poveracci, Roma è andata trasformandosi in una specie di sudicio e miserando ostello per poveracci, sbandati, profittatori, emarginati e borderline provenienti da ogni angolo del pianeta. Un disegno ben preciso, questo, volto a realizzare la globalizzazione della miseria: i più stiano peggio per permettere ai pochi profittatori, preti inclusi, di profittare ancor più agevolmente dell’emergenza. E tutto questo alla faccia della dignità, della decenza, del benessere e della libertà dei quiriti, sottoposti loro malgrado a questa indecente, oscena violenza a loro stessi, ai poveracci e al buonsenso. E con l’avvento al più alto scranno del Campidoglio della grillina Virginia Raggi, malgrado le speranze suscitate alla vigilia, la situazione non ha fatto altro che peggiorare. Olimpiadi ? Per carità. Bisogna risparmiare. Metropolitane per alleggerire il traffico? Macché, meglio le funivie, perché bisogna risparmiare. L’anello ferroviario? Intanto beccatevi il costosissimo e inutile Grab. Lo Stadio della Roma? Scherziamo? Bisogna risparmiare. Ma lo realizzano i privati&#8230; Davvero? Beh, allora bisogna risparmiare il cemento. L’albero di Natale? Si può fare, ma bisogna risparmiare, quindi l’abete deve essere il più minimale possibile. Tanto da sembrare quello delle pompe funebri. San Silvestro? Stesso discorso. Il Mercatino della Befana? Una miseria. L’Alta Moda? Bisogna risparmiare, quindi niente più fondi all’industria del lusso, che intanto pianta baracca e burattini e trasloca a Milano, dove pertanto va a concentrarsi tutto il business dell’haute couture, con annesso, vorticoso giro d’affari. E via, in un vertiginoso crescendo di débàcle e forfait, se non realizzati quantomeno minacciati. Il tutto mentre il traffico rimane caotico, i parcheggi non si fanno, i mezzi pubblici latitano, la sporcizia resta sovrana, il Tevere rimane una cloaca, il buio è impenetrabile, l’asfalto disastrato, il verde abbandonato. Il 3 gennaio scorso il direttore editoriale per l’offerta informativa della Rai, Carlo Verdelli, ha sbattuto clamorosamente la porta dopo la sonora bocciatura (senza voto) del suo “Piano di riforma per l’informazione” da parte del Consiglio di amministrazione dell’azienda. E sapete cosa contemplava uno dei punti di forza del programma di Verdelli? Lo spostamento a Milano del Tg2 Rai. Il 18 gennaio scorso invece con un voto unanime l&#8217;assemblea dei cronisti di Sky Tg24 ha bocciato &#8211; per ora &#8211; la decisione della pay-tv di spostare in Lombardia l&#8217;intero canale all news. Insomma, a furia di tagli, rinunce, risparmi e decurtazioni il livello di vivibilità a Roma è talmente compromesso che più di qualcuno comincia a chiedersi: ma perché non ce ne andiamo via da qui? In tremila anni ne è passata di acqua sotto i ponti del Tevere. Ma il ruolo di leadership della città “Caput mundi” non era mai stato neppure messo in discussione. Sono bastati settant’anni di regime democratico cattocomunista per annientare l’immagine luminosa e solare del tempio della cristianità e farle preferire le cupe e deprimenti brume ambrosiane. Ora Roma è “capoccia”, sì, ma capoccia di un degrado e di un abbrutimento che, da regina tra le città, l’ha rapidamente declassata a fogna-suq dai tratti ora mediorientali, ora centrafricani, ora sudamericani. Uno spettacolo indegno cui è andata ad aggiungersi l’insipienza e l’ostinata, ottusa chiusura mentale di un sindaco mediocre e in preda a deliri pseudo-latouchiani. Si, proprio lui, Latouche, quello della “decrescita felice”. Fatto sta che di decrescita finora se n’è vista molta, ma di felicità pressoché nulla.</p>
<p>Angelo Spaziano</p>
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