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	<title>Gli italianiSintomi di una deriva autoritaria &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>Sintomi di una deriva autoritaria</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Oct 2015 14:09:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/sintomi-di-una-deriva-autoritaria/"><img width="2420" height="1814" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/05/Sfrecola.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/05/Sfrecola.jpg 2420w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/05/Sfrecola-300x225.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/05/Sfrecola-1024x768.jpg 1024w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/05/Sfrecola-1020x765.jpg 1020w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/05/Sfrecola-640x480.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/05/Sfrecola-85x64.jpg 85w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/05/Sfrecola-400x300.jpg 400w" sizes="(max-width: 2420px) 100vw, 2420px" /></a></p><hr /><p>I pericoli di una deriva autoritaria rinvenibile in alcune iniziative del Presidente del Consiglio e Segretario del Partito Democratico vengono evocati spesso negli ultimi tempi, non solamente dalle opposizioni ma anche dalla minoranza del PD. A cominciare da quel “Enrico sta sereno”, twittato da Matteo Renzi al Presidente del Consiglio Letta, quando già aveva deciso di defenestrarlo brutalmente. Disinvolto e spregiudicato il giovane leader è parso che tale fosse solamente nella gestione del suo partito. Invece si è presto avvertita una pesante ipoteca sulla legislazione e sull’azione di governo. Con i decreti legge a pioggia, sempre convertiti con voti di&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>I pericoli di una deriva autoritaria rinvenibile in alcune iniziative del Presidente del Consiglio e Segretario del<em> Partito Democratico </em>vengono evocati spesso negli ultimi tempi, non solamente dalle opposizioni ma anche dalla minoranza del <em>PD</em>. A cominciare da quel “Enrico sta sereno”, twittato da Matteo Renzi al Presidente del Consiglio Letta, quando già aveva deciso di defenestrarlo brutalmente. Disinvolto e spregiudicato il giovane leader è parso che tale fosse solamente nella gestione del suo partito. Invece si è presto avvertita una pesante ipoteca sulla legislazione e sull’azione di governo. Con i decreti legge a pioggia, sempre convertiti con voti di fiducia su maxiemendamenti, quindi senza adeguato approfondimento parlamentare, le leggi delega praticamente in bianco, nonostante la Costituzione preveda all’art. 77 che la “funzione legislativa non può essere delegata al Governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi”. Il che vuol dire che i decreti legislativi che danno attuazione alla delega debbono riconoscersi integralmente nelle norme di delegazione, attività delicata, infatti un tempo sottoposta a verifica di legittimità da parte della Corte dei conti, chiamata ad apporre il visto sui decreti presidenziali (controllo, poi, “opportunamente” abolito dal Governo Craxi). Poi la riforma costituzionale, un testo raffazzonato che non integra un bicameralismo funzionale in sostituzione di quello “perfetto”, certamente superato, una riforma tuttavia che, “in coppia con l’italicum introduce il presidenzialismo senza dichiararlo”, come scrive Michele Ainis su<em> L’Espresso</em> dell’8 ottobre (“Nella riforma di Renzi c’è un pericolo nascosto”). In pratica la fine della Repubblica parlamentare. Già nei fatti, come si è detto, la maggioranza vota secondo le indicazioni del Segretario-Premier. Neppure Mussolini aveva tanto potere. Lo impediva la presenza del Re e del Senato rimasto sempre, per la protezione regia, un presidio di libertà, come dimostrano i discorsi di Benedetto Croce contrario, ad esempio, al concordato del 1929.</p>
<p>Sul presidenzialismo ci riserviamo di tornare. È una formula costituzionale cara ad alcuni ambienti anche della Destra, a nostro giudizio senza tener conto dei possibili effetti sulla democrazia. Ricordiamo che Calamandrei in sede di Assemblea Costituente plaudiva all’assenza del Governo nei momenti cruciali della definizione della nuova Costituzione, come nel famoso discorso del 4 marzo 1947.</p>
<p>Anche la riforma del diritto di famiglia è un esempio della deriva renziana. Una riforma che il governo si è intestata nonostante si tratti di materia ritenuta da sempre propria delle Camere e, quindi, dei partiti che, in un ordinamento come quello voluto dai Costituenti, promuovono le riforme di interesse sociale, rimanendo all’iniziativa del governo quanto riguarda il funzionamento degli apparati e le regole della finanza.</p>
<p>Accade, invece, che il governo assuma nel suo programma la riforma del diritto di famiglia e prema sui parlamentari per la sua approvazione con la minaccia esplicita che, ove non fosse approvata, cadrebbe lo stesso Governo con scioglimento anticipato delle Camere. Cui si aggiunge la minaccia non velata ai parlamentari dissenzienti di non essere nuovamente messi in lista. Una pressione che il partito può fare legalmente sui suoi, se la coincidenza dei due ruoli, di segretario del partito e di presidente del consiglio, non dessero a Matteo Renzi un potere che, esercitato come abbiamo visto in questi giorni, cambia le regole e mette in forse la democrazia. Perché la coincidenza in una stessa persona delle due funzioni non è certo in contrasto con l’assetto dello Stato, se chi li riveste ne comprende il diverso rilievo. Il doppio cappello sul capo di Renzi, che condiziona la maggioranza a fini di governo, preoccupa perché impedisce di fatto il libero confronto delle idee in Parlamento. Con effetti deleteri sul livello della legislazione che, infatti, è gravemente degradata e sovente rimessa all’esame della Corte costituzionale per la verifica della sua conformità alla Carta fondamentale.</p>
<p>Una gestione centralizzata del potere che non ha precedenti. Correre è la regola che il premier si è data tecnica e si giustifica certamente in un’Italia per troppo tempo ferma, ma la velocità, a discapito della qualità della legislazione e dell’amministrazione, costituisce un gravissimo pericolo per la democrazia. I parlamentari sono chiamati solamente a dire sì. Sintomatico il caso delle critiche di Debora Serracchiani, Vice segretario del <em>PD</em>, al Presidente del Senato, Pietro Grasso, nella fase delicata dell’esame degli emendamenti al ddl di riforma costituzionale. Un altolà da regime: lo ha eletto il partito e al partito deve rispondere, è la tesi. Non si era mai sentito un così esplicito richiamo all’ordine nei confronti di un Presidente di assemblea, tra l’altro uomo da sempre nelle istituzioni nelle quali ha esercitato funzioni alle quali è assicurato il massimo di indipendenza, quella che il nostro ordinamento riconosce ai magistrati.</p>
<p>Né deve aver sentito alcun disagio il ministro Boschi nell’affermare che la legge sulle cosiddette “unioni civili” è del governo e, quindi, non del Parlamento, come sarebbe stato naturale.</p>
<p>Siamo fuori tempo noi che richiamiamo queste regole antiche della democrazia o il nuovo è la prassi instaurata da Matteo Renzi? No, siamo nelle regole. La democrazia parlamentare si fonda sul ruolo centrale delle assemblee legislative e del confronto tra i partiti. Quando i parlamentari sono eletti, non nominati. Nelle democrazie mature la politica la fanno i gruppi parlamentari composti di uomini liberi, eletti per un diretto radicamento sul territorio. Accade nel Regno Unito, dove la democrazia parlamentare alberga dal 1215, dove si vota su collegi uninominali con scelta diretta, in un contesto di grande libertà dei parlamentari. Dove il partito si guarderebbe bene dal rimuovere un parlamentare dal suo collegio, perché quel politico si presenterebbe ugualmente e sarebbe comunque eletto, persistendo il rapporto di fiducia che lo lega agli elettori.</p>
<p>Infine il Capo dello Stato, sul Tamigi c’è una Regina. È fuori dalle logiche dei partiti, non si fa portatrice degli interessi di questo o di quel partito, di questa o di quella corrente. È solamente garante del buon funzionamento delle regole della democrazia. Se vi pare poco!</p>
<p>A proposito. La riforma costituzionale assicura al partito di maggioranza, anche se con una minima percentuale, di avere il controllo della Camera, del Senato, il Presidente del consiglio, il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale.</p>
<p>C’è poco da stare sereni!</p>
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	    	<content:encoded><![CDATA[<hr /><p><a href="https://italianioggi.com/sintomi-di-una-deriva-autoritaria/"><img width="2420" height="1814" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/05/Sfrecola.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/05/Sfrecola.jpg 2420w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/05/Sfrecola-300x225.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/05/Sfrecola-1024x768.jpg 1024w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/05/Sfrecola-1020x765.jpg 1020w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/05/Sfrecola-640x480.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/05/Sfrecola-85x64.jpg 85w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/05/Sfrecola-400x300.jpg 400w" sizes="(max-width: 2420px) 100vw, 2420px" /></a></p>]]></content:encoded>
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