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	<title>Gli italianiSpelacchio è l&#8217;immagine di Roma a 5Stelle &#8211; Gli italiani</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Jan 2018 22:52:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>&lt;Spelacchio è diventato l’albero più amato del mondo&gt;; &lt;A Roma abbiamo fatto un Capodanno molto bello. Le persone erano contente di potersi riappropriarsi della città&gt;. Vuoi mettere &lt;La soddisfazione di aprire un asilo nido…&gt;. E ancora: &lt;Mi confermo 7,5 di voto&gt;. Si tratta dei lucidi deliri di una scialba burocrate priva di ogni decenza e di senso della realtà. Una che ha completamente smarrito la sinderesi e che per uno strano scherzo del destino si è trovata a dirigere la città simbolo dell’occidente. Una metropoli cui questa incapace ha inferto il definitivo colpo di grazia rivendicando come un clamoroso successo pure il no alle Olimpiadi del 2024. A questa mediocre filosofa del nulla non passa neanche per l’anticamera del cervello che i Giochi sarebbero stati un volano atto a favorire il rilancio dell’Urbe onde tirarla fuori dalla palude dell’immobilismo in cui è precipitata. No. Niente di tutto questo. Come se non bastasse, per lo stadio della Roma Virginia ha intrapreso un logorante tormentone con i costruttori, al termine del quale, con la soppressione per ripicca d’importanti opere d’utilità pubblica pur previste nel progetto primigenio, a rimetterci rischiano di essere proprio gli utenti. I quali ad ogni partita si ritroveranno ad affrontare gli stessi pazzeschi imbottigliamenti che hanno luogo sul lungotevere antistante l’Olimpico. Alla fine, il manufatto si farà solo perché in caso contrario l’amministrazione capitolina sarebbe costretta a sborsare una penale da capogiro. Eppure non si tratta di cementificare un prezioso polmone verde. Tutt’altro. L’area dove dovrebbe sorgere lo stadio è una desolata landa acquitrinosa e allo stato brado, situata a ridosso del Tevere, dove giacevano i resti di un vecchio ippodromo. Adesso, incurante dello scoramento generalizzato e della rassegnata rinuncia ad ogni anelito di ripresa, l’ineffabile grillina si è messa addirittura a rivendicare come un successo, nel corso della trasmissione tv “Non è l’arena” di Giletti, la pessima figura rimediata con l’abete natalizio di Piazza Venezia. Un relitto vegetale costato quasi 50.000 euro e “deceduto” prematuramente durante il trasporto. A riprova che contro la stupidità gli stessi dei lottano invano. Per avere un’idea con chi abbiamo a che fare basta dare una rapida occhiata al filmato-intervista durante il quale la sindaca ha esternato “sublimi” concetti. Secondo lei, la felicità di risiedere a Roma dovrebbe esaurirsi tutta in una bella nottata di San Silvestro. Fregandosene altamente di noi poveri diavoli che nei rimanenti 364 giorni dell’anno ci troviamo a vivere e lavorare in un caotico letamaio Ma si può mai essere così sprovveduti? Roma intanto continua ad essere sporca, ma di uno sporco che raramente si era mai visto. I cassonetti sono diuturnamente sommersi da cumuli d’immondizia. Talvolta, specie nelle periferie, qualche cinghiale viene fotografato mentre grufola in tutta tranquillità tra i mucchi di letame. L’ultima foto, postata da Giorgia Meloni, che immortala un maiale che razzola per la città, ha suscitato pure la battuta infelice di un “sinistro” cialtrone televisivo. Ora per fortuna, dopo la figuraccia rimediata con Parma, il fiume di “monnezza” che per le inadempienze dell’amministrazione non si riusciva a smaltire, prenderà la strada di alcuni “volenterosi” comuni abruzzesi che per un breve periodo di tempo fungeranno da pattumiere. Ma il problema si ripresenterà con la stessa virulenza la prossima estate, quando il contratto stipulato coi suddetti comuni scadrà e i rifiuti ricominceranno ad accumularsi nelle strade. E non finisce qui. Passeggiando per la città ci s’imbatte spesso e volentieri in carcasse di vecchie biciclette e scheletri di motorini abbandonati e che nessuno si sogna di portare via. E ancora. Ovunque il manto stradale è danneggiato e a volte, specie di notte, pure camminare sui marciapiedi è difficoltoso. Il verde pubblico poi è devastato. Gli alberi rinsecchiti, una volta rimossi, non vengono sostituiti. Ogni tanto, come in occasione della tempesta di vento di mercoledì, qualche albero malato si schianta improvvisamente a terra sfiorando per un pelo la tragedia. Le radici dei platani, inoltre, scavando rasoterra, sollevano asfalto e sampietrini, trasformando le vie in pericolosi percorsi di guerra, mentre il buio regna incontrastato al centro come in periferia. Bui i monumenti. Buie le vie. Buie le piazze. Bui i parchi. Se non fosse per le insegne luminose dei negozi il panorama sarebbe né più né meno quello di un cimitero. Attendere un autobus alle fermate, molto spesso senza neppure uno straccio di pensilina per ripararsi dalla pioggia, è come vincere un terno al lotto. Le uniche opere in via di realizzazione per far fronte a tutto questo scempio sono piste ciclabili e percorsi verdi, come se non fossimo alle prese con una popolazione sempre più in via d’invecchiamento. In compenso l’anello ferroviario è rimasto sulla carta, con la Stazione di Vigna Clara bella e pronta ma chiusa da mesi per ragioni burocratiche. La linea ferroviaria che collega Ostiense al Lido è stata giudicata la peggiore d’Italia, ma nessuno fa nulla per risolvere questa situazione. Eppure stiamo parlando dell’unico tratto su rotaia che unisce Ostia, considerata (purtroppo per lei…) “quartiere” di Roma, col centro storico. Una distanza considerevole, che chi ha orari di lavoro da rispettare è costretto a percorrere con la propria automobile. La stazione di San Giovanni della linea “C” del metrò, terminata lo scorso mese di marzo e inaugurata a giugno, deve ancora essere aperta al pubblico. La stessa linea “C” che nel progetto originale doveva arrivare fino a piazzale Clodio, vede la fase di realizzazione limitarsi a via dei Fori. Poi, del destino dell’opera non se ne sa più nulla, né se ne parla più. E pensare che il tronco in sotterranea, una volta portato a termine, contribuirebbe almeno ad alleggerire un po’ il traffico in un quadrante della capitale che rischia la paralisi. Della pur prevista realizzazione della linea “D” naturalmente manco a parlarne, ma in compenso, questa campionessa della boutade degna allieva di un capocomico autonominatosi politico, scambiando Roma per Monte Livata vaneggia di funivie da costruirsi dove solo lei sa. In via Alghero, al quartiere Tuscolano, un’importante arteria che unisce piazza Lodi con piazza Ragusa, a metà dicembre s’è aperta una falla di un metro d’ampiezza. Naturalmente la strada è stata subito transennata, ma dopo più di un mese ancora non sono iniziati i lavori per colmare la voragine. Nel mentre, i tempi di percorrenza sono lievitati, poiché il fiume di macchine e i bus urbani dell’Atac sono costretti a seguire una variante assai più lunga e tortuosa, perdendo tempo e inquinando di più. L’ultima amenità la Raggi l’ha proferita negli scorsi giorni, quando, in previsione di picchi d’inquinamento particolarmente elevati, ha esortato la gente a restare a casa o ad andare in bicicletta. Ma a restarsene a casa dovrebbe essere proprio lei, Virginia Raggi, che rischia pure di vedersi piombare addosso una condanna. Rischia. Mentre noi cittadini la condanna &#8211; certa &#8211; già l’abbiamo avuta, costretti come siamo a sopportarla come prima cittadina.</p>
<p>Angelo Spaziano</p>
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