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	<title>Gli italianiUn giorno a Trieste ricordando l&#8217;eccidio degli italiani &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>Un giorno a Trieste ricordando l&#8217;eccidio degli italiani</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Feb 2024 15:04:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Arriviamo di prima mattina, puntuali. Affrontiamo una salita con i giri del motore bassi e l’emozione nel cuore. Giungiamo quasi a Basovizza ma , appena prima di entrare nella piccola frazione, svoltiamo a sinistra. Parcheggiamo sul ciglio di una piccola strada che taglia in due la vegetazione triestina. Ci incamminiamo in un piccolo sentiero battuto dai pochi che lo conoscono. Passiamo in mezzo ad alberi ed erba incolta che ci fa il solletico alle gambe e ci ricorda la bellezza della Natura. La stessa Natura che di lì a breve ci sconvolgerà. Pochi minuti di camminata e ci troviamo in una radura. Falò, pic nic e campeggi pensiamo noi, ma in mezzo a quel piccolo spiazzo naturale non c’è traccia alcuna di passaggio recente dell’uomo. Vi è invece un grande buco nero. Un buco che, pensiamo noi, se non si sta attenti nel passeggiare potrebbe inghiottirti senza nemmeno accorgertene. Quel buco ha un nome. Si chiama Foiba dell’Abisso di Plutone. Il nome non è scelto a caso e ce ne renderemo conto di lì a breve. La guida, prima di iniziare la narrazione storica, ci invita a fare un piccolo esperimento. “Prendete un sasso, lanciatelo nella Foiba e ascoltate ciò che viene dopo”. Subito noi eseguiamo. Attendiamo un rumore, ma nulla. La guida ci invita a riprovare. Ancora nulla: silenzio. Ci guardiamo e non capiamo. Puntuale arriva la spiegazione ad aprirci gli occhi. Non abbiamo sentito nessun rumore perché quella grande gola naturale è troppo profonda per sentire il sasso che si schianta sulla sua cavità cento e passa metri più sotto. Rimaniamo esterrefatti. Capiamo davvero la sorte che è toccata a molti nostri connazionali. Pelle d’oca e magone alla gola ci assalgono come normale che sia. Ci sentiamo davvero fortunati a poter vedere coi nostri occhi tutto ciò e, anche se è un’esperienza tutt’altro che leggera, siamo contenti. Contenti di ricordare, di imparare e di capire. Forse però non possiamo capire. Non siamo in grado di comprendere del tutto ciò che è toccato in sorte a quei ragazzi e quelle ragazze come noi. Semplici italiani fieri di esserlo, assassinati da chi aveva negli occhi odio e ignoranza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Torniamo alle nostre macchine con una consapevolezza diversa sulle Foibe e il loro reale significato. È tempo di tornare in città, destinazione porto vecchio. Una volta arrivati ci sembra di tornare indietro nel tempo. Tutto attorno a noi grandi palazzi vecchi. Le finestre sono a pezzi o cadenti, all’interno non v’è più nulla. “Vietato entrare” è l’unico segno tangibile del fatto che l’uomo non abbia completamente abbandonato quel luogo. Qualche passo ancora e ci troviamo di fronte ad un palazzo diverso. Il 18 è il numero che lo sovrasta e leggendo ci rendiamo conto che quella costruzione è un magazzino. Ci troviamo nel luogo giusto. Ad attenderci una gentile vecchina che ci dà il benvenuto. Ci spiega che quello che visiteremo non è un luogo come un altro. Al suo interno sono conservate le masserizie degli Esuli Fiumani, Istriani e Dalmati. Italiani come noi. Fuggiti dalle loro terre e radici con il cuore in frantumi, la paura di non farcela ma la voglia di dare un futuro migliore ai loro figli. Un futuro lontano dall’oppressione comunista.</p>
<p>Entrando al magazzino 18 vediamo attorno a noi una miriade di oggetti comuni. “Pasticceria Bar Veneziana APREA – Via Garibaldi 3, POLA” recita un incarto per dolci. Poco più in là una grande fila di piatti. Il primo della fila ha ancora apposto su di sé un piccolo cartello. “PREFETTURA DI BARI- MAGAZZINO MASSERIZIE PROFUGHI”. Sotto c’è scritto che i piatti andranno ad Altamura e provengono da un signore di Trieste. Tutt’attorno a noi si staglia, come se il tempo si fosse fermato, la vita quotidiana di centinaia di persone che non ci sono più. Sedie, posate, stoviglie, armadi, cassapanche, settimane enigmistiche datate agosto 1946 dal prezzo di 12 lire, specchi e latte in polvere. Poi arrivano loro, non te le aspetti e ti colpiscono al cuore. Centinaia di foto di giovani uomini e donne, famiglie con figli, nonni e nonne vestiti a festa perché era “il giorno della foto”. Famiglie che forse si sono perse. Il loro ricordo rimane però vivo più che mai e, ancora una volta la nostra pelle si accapponisce. Il mio viso, poco più avanti, viene rigato da una lacrima. Di fronte a me si</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>staglia il quadro di una giovane donna. È splendida. Ha un sorriso disarmante e gli occhi pieni di vita che pure una vecchia foto in bianco e nero sanno trasmettere perfettamente. Ha i capelli ricci, come piacciono a me. Affianco al suo quadro c’è una scritta con un nome ed un cognome che parlano da sé. Norma Cossetto. L’emozione pervade il mio corpo per l’ennesima volta nel corso di quella giornata.</p>
<p>Finita la visita usciamo dal magazzino e mi rendo conto immediatamente che non guarderò mai più alle Foibe con gli stessi occhi e sono certo che quelle due visite abbiano acceso in me una consapevolezza del tutto differente rispetto al passato. Dopo un altro giorno di visita nel Friuli torniamo a casa stanchi ma felici. Soddisfatti di aver toccato con mano la storia e pronti a spargere il verbo di ciò che abbiamo visto tra i nostri amici e non solo.</p>
<p>La storia delle Foibe, per troppo tempo lasciata nel dimenticatoio della nostra storia nazionale, rinasce oggi più forte che mai e, con questo racconto, spero di aver innescato in voi la voglia di prendere l’auto o il treno e visitare quei luoghi sacri alla nostra Patria e alla nostra gente. La terra lì è rossa perché è piena di bauxite, ma anche perché è stata bagnata di innocente sangue italiano.</p>
<p>È nostro dovere, dunque, rendervi sincero omaggio.</p>
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