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	<title>Gli italianiI vescovi dell&#8217;esodo. La violenza dei titini sugli uomini di Chiesa &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>I vescovi dell&#8217;esodo. La violenza dei titini sugli uomini di Chiesa</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Dec 2019 07:25:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/vescovi-dellesodo-la-violenza-dei-titini-sugli-uomini-chiesa/"><img width="960" height="400" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg 960w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-300x125.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-768x320.jpg 768w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-640x267.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-96x40.jpg 96w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p><hr /><p>Non vi è dubbio che nelle motivazioni profonde dell’esodo giuliano dalmata ci fu una dimensione di riaffermazione dell’identità religiosa non disgiunta da quella dell’appartenenza nazionale e di salvaguardia delle libertà individuali. Alla grandezza di quell’esodo fa da specchio la grandezza dei vescovi che quell’esodo condivisero. Monsignor Ugo Camozzo,  nel lasciare Fiume, per superare la perquisizione della polizia yugoslava, tagliò in tre pezzi il suo tricolore e li ripose in tre valigie differenti: con la parte verde avvolse un calice, avvolse un Vangelo con la parte bianca e poi una Bibbia con la parte rossa. Arrivato In Italia, ricucì la bandiera&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Non vi è dubbio che nelle motivazioni profonde dell’esodo giuliano dalmata ci fu una dimensione di riaffermazione dell’identità religiosa non disgiunta da quella dell’appartenenza nazionale e di salvaguardia delle libertà individuali.</p>
<p>Alla grandezza di quell’esodo fa da specchio la grandezza dei vescovi che quell’esodo condivisero.</p>
<p>Monsignor Ugo Camozzo,  nel lasciare Fiume, per superare la perquisizione della polizia yugoslava, tagliò in tre pezzi il suo tricolore e li ripose in tre valigie differenti: con la parte verde avvolse un calice, avvolse un Vangelo con la parte bianca e poi una Bibbia con la parte rossa. Arrivato In Italia, ricucì la bandiera e ricompose la sua trinità d’italiano.<br />
Ai suoi esuli disse: “Conosco l’amarezza del distacco dall’incantevole Fiume, gemma del Carnaro. Qualcuno porta con sé un pugno di terra. Sono partiti i ricchi e sono partiti i poveri. (&#8230;) Nel vostro sacrificio di epica portata , che la storia consacrerà, c’è l‘espressione dolorosa dei più alti valori spirituali della propria fede e di amor patrio”.</p>
<p>Morirà esule a Pisa e sarà sepolto  con una croce e la bandiera di Fiume sopra il petto.</p>
<p>Doimo Munzani fu l’ultimo vescovo di Zara italiana: zaratino di nascita (Doimo come il Santo dalmata che fu vescovo di Salona) fu nominato che aveva 35 anni.</p>
<p>Durante i 54 bombardamenti americani che nel 1943/44 distrussero Zara, stette tra la sua gente e fu con essa a seppellire i 2000 morti di quell’insensato e criminale tiro al bersaglio. Vide squarciare la cattedrale di Sant’Anastasia, affondare la nave <em>Elettra</em> di Guglielmo Marconi,  ridursi in polvere l’antico Santuario della Madonna della Salute del castello, crollare la Chiesa di San Simeone. Si ritirò a pregare nella cappella mortuaria del cimitero. Poi arrivarono gli slavi. L’11 novembre del 1944 venne arrestato dai partigiani titini e deportato nell’isola di Lagosta in Dalmazia. Scarcerato tornó a Zara che vedeva ogni giorno diventare più irriconoscibile e disperata: la lascerà nell’agosto del ‘48, ormai privata della presenza italiana. Giunto in Italia rifiutò qualunque altra sede episcopale: “Per me ci sarà sempre e solo Zara” disse. Per due anni girò ininterrottamente attraverso i campi profughi cercando di portare una parola di conforto ai suoi conterranei, finché il 17 gennaio 1951, col cuore spezzato come la sua Zara,  cadde ai piedi dell’altare mentre stava predicando nella cattedrale di Oria, in Puglia. Brindisi, ove è sepolto, gli ha dedicato una via.</p>
<p>Anche la figura di monsignor Raffaele Radossi, vescovo di Parenzo e Pola, è divenuta una leggenda.</p>
<p>Andò personalmente foiba per foiba, ad assistere ai recuperi delle salme, volle per esse tributi solenni  nella basilica Eufrasiana di Parenzo. Anche per questo i titini tentarono ben presto di eliminarlo. L’8 agosto 1944, rimase ferito gravemente a seguito di un attentato partigiano sulla strada di Sanvincenti, rovesciandosi con la sua Topolino mentre stava andando a benedire i cadaveri recuperati da una foiba.</p>
<p>Steso sanguinante sul prato, mentre il suo segretario, sconvolto e attonito, cercava di curarlo, gli disse:” Gabi pazienza, mia mama me diseva de picio che el bacalà più che i lo pesta è più el xe bon”&#8230;</p>
<p>Nell’Istria ormai occupata dalla Yugoslavia, fu arrestato dai titini mentre usciva da Pola: processato a Dignano, fu oltraggiato e dileggiato dai “giudici popolari” quando riaffermò di obbedire “solo alla Chiesa di Roma, alla sua fede, alla sua missione di sacerdote, al suo dovere di italiano e di istriano”.</p>
<p>Nell’agosto del 1946, dopo la strage di Vergarolla, gridò la sua condanna e quella di Dio verso gli attentatori e la viltà degli alleati.</p>
<p>Lasciò Pola tra gli ultimi nel febbraio 1947 e agli esuli parlò così: “Non badate se c’è gente che ignora la storia dell’Istria e svisa la vostra fisionomia morale, se la stampa, che sa consacrare colonne di prima pagina a un processo, non sa occuparsi delle vostre lacrime. Lasciate fare al tempo che è sempre stato medico e maestro impareggiabile”.</p>
<p>Monsignor Antonio Santin, da Rovigno d’Istria, fu vescovo di Trieste e Capodistria.</p>
<p>Dotato di tempra e coraggio fuori dal comune fu presente nei luoghi e nei momenti più difficili della tragedia del confine orientale. Difese il suo ministero, la sua gente e la sua terra: si oppose ai nazisti come a i titini. Trieste gli ha tributato l’accesso a Piazza Unità d’Italia il cui capo è a lui intitolato.</p>
<p>Nei giorni dell’occupazione titina di Trieste denunciò le stragi di Basovizza e Opicina in cui “continuava la sparizione della nostra gente incominciata con le foibe istriane”.</p>
<p>Su quelle foibe, che definì “calvario con il vertice sprofondato nelle viscere della terra”, andò tante volte a pregare e dettò l’epigrafe della grande tomba di Basovizza: “Onore e cristiana pietà a coloro che qui sono caduti. Il loro sacrificio ricordi agli uomini le vie della giustizia e dell’amore sulle quali fiorisce la vera pace”.</p>
<p>Di se stesso scrisse nel suo memoriale “Al tramonto”: “La mia opera fu improntata a giustizia verso tutti e a simpatia fattiva verso i perseguitati. E se ieri difesi ebrei e slavi perseguitati, oggi difendo gli italiani cacciati dalle loro terre. E se sempre affermai che legge deve essere anche nelle questioni nazionali e territoriali <em>unicuique suum</em>, non posso approvare che terre e genti italiane siano strappate all’Italia. Alludo alle terre che, da sempre abitate da italiani, sono state aggiudicate contro ogni diritto ad altra nazione “.</p>
<p>Su queste posizioni era un vescovo scomodo per Tito. Gli yugoslavi tentarono di eliminarlo nel 1947. Il 19 giugno era la festa di San Nazario, patrono di Capodistria. Santin aveva scientemente deciso di tornare per la prima volta di là, oltre la linea di demarcazione tra zona A (Trieste, sotto governo angloamericano) e zona B (occupata dagli yugoslavi) per amministrare le Cresime: di ciò aveva chiesto il permesso alle autorità slave.</p>
<p>Prima di andare disse: “Se mi tollerano potrò andare ancora nei paesi della mia diocesi, se mi uccidono, forse l’assassinio di un vescovo farà decidere gli angloamericani a scendere in zona B salvando dell’esodo le povere popolazioni”.</p>
<p>Santin partì al mattino segretamente via mare, una “vocina” l’aveva informato che gli stavano preparando un’aggressione, se non un linciaggio sulla strada di Capodistria, verso San Canziano: era gente portata dall’interno, con camion e corriere, manovali della violenza che il regime già aveva organizzato e adoperato in altre occasioni.</p>
<p>Il vescovo andò dritto al Seminario, voleva rispettare il programma: pontificale, processione e cresima. Ma in breve arrivarono gli autotrasportati: urla, bestemmie, rumori di mobili rotti e vetri infranti, insulti e minacce&#8230; Così descrisse nelle sue memorie l’aggressione: “Mi trascinarono violentemente giù per le scale percotendomi con pugni e con legni, sulla testa. Arrivai in cortile perdendo mozzetta, rocchetto e croce e scarpe. Ero tutto insanguinato. Mi spinsero e trascinarono, mentre sui muri esterni del cortile gente arrampicata urlava improperi&#8230;”</p>
<p>Le porte furono bloccate affinché nessuno chiamasse la polizia che, secondo il piano, sarebbe dovuta  “purtroppo” arrivare in ritardo&#8230;</p>
<p>Ma spinte e calca ritardarono l’esecuzione e i militari titini arrivarono poco prima che un uomo armato di un coltellaccio raggiungesse il vescovo.</p>
<p>Le autorità si scusarono dell’accaduto e offrirono a Santin di essere riaccompagnato a Trieste su una barca che lo stava aspettando. Poco prima una donna, Rosa, una “venderigola” socialista ed ex partigiana, l’aveva però avvertito:  “Non accetti, la vogliono gettare in mare in mezzo al golfo con una pietra al collo”.</p>
<p>Non accettò. Più tardi partì su un camion, stretto come un prigioniero, tra quattro militari yugoslavi incaricati di consegnarlo agli americani intanto allertati.</p>
<p>Santin continuò orgogliosamente ad essere vescovo di Trieste e Capodistria, nonostante quel che accadeva. Nel 1954, poco prima che venisse firmato il Memorandum di Londra che restituiva Trieste all’Italia, pretese di essere ricevuto dal Presidente del consiglio, Mario Scelba, per esprimere il suo timore che così si prefigurasse la rinuncia alla zona B. Insoddisfatto dell’incontro gli scrisse: “È una menzogna dire che non si può smuovere Tito senza una guerra. Nessuno vuole la guerra. Ma non si deve ritenere che il mondo sia fatto di ciechi. (&#8230;) Non giudico la politica estera italiana. Ma quando non siano interessi politici  e materiali ad essere pregiudicati, ma principi sacri e vi si aggiungono il dolore e la disperazione dei propri figli che chiedono protezione, cessa l’ora del compromesso e s’impone l’affermazione solenne del proprio dovere. Non importa se nell’ora di Barabba i più forti soffochino la voce della giustizia. Resistere e subire ingiustizie è vincere davanti a Dio e alla coscienza del mondo&#8230;”</p>
<p>Aveva ragione. Il 10 febbraio 1975, con il trattato di Osimo, l’Italia cedette definitivamente la zona B alla Yugoslavia. La voce mai doma di Antonio Santin si fece sentire ancora una volta, a fianco del suo popolo tradito, contro quello che definì, senza appello, un “delitto contro le genti”.</p>
<p>&nbsp;</p>
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	    	<content:encoded><![CDATA[<hr /><p><a href="https://italianioggi.com/vescovi-dellesodo-la-violenza-dei-titini-sugli-uomini-chiesa/"><img width="960" height="400" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg 960w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-300x125.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-768x320.jpg 768w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-640x267.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-96x40.jpg 96w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p>]]></content:encoded>
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