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	<title>Gli italianidi ANTONIO VENDITTI &#8211; Alla scoperta della grande civiltà etrusca &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>di ANTONIO VENDITTI &#8211; Alla scoperta della grande civiltà etrusca</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jul 2022 12:03:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/antonio-venditti-alla-scoperta-della-grande-civilta-etrusca/"><img width="1322" height="722" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2022/07/nave-etrusca.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2022/07/nave-etrusca.jpg 1322w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2022/07/nave-etrusca-300x164.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2022/07/nave-etrusca-1024x559.jpg 1024w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2022/07/nave-etrusca-1020x557.jpg 1020w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2022/07/nave-etrusca-640x350.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2022/07/nave-etrusca-96x52.jpg 96w" sizes="(max-width: 1322px) 100vw, 1322px" /></a></p><hr /><p>“La potenza degli Etruschi  – diceva lo storico romano Tito Livio – era così grande che la fama del loro nome riempiva non solo la terra, ma anche il mare in tutta l’estensione dell’Italia, dalle Alpi allo Stretto di Messina&#8221;. Lo stesso autore ricordava le vele di lino che si producevano a Tarquinia e le ossature delle navi di quercia e faggio, legni facilmente reperibili nelle immense foreste d’Etruria. Lo scrittore greco Teofrasto dal suo canto parlava di tronchi di faggio lunghi venti metri che costituivano la chiglia delle loro navi. Secondo Plinio il Vecchio avrebbero inventato l’ancora e uno&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>“La potenza degli Etruschi  – diceva lo storico romano Tito Livio – era così grande che la fama del loro nome riempiva non solo la terra, ma anche il mare in tutta l’estensione dell’Italia, dalle Alpi allo Stretto di Messina&#8221;. Lo stesso autore ricordava le vele di lino che si producevano a Tarquinia e le ossature delle navi di quercia e faggio, legni facilmente reperibili nelle immense foreste d’Etruria. Lo scrittore greco Teofrasto dal suo canto parlava di tronchi di faggio lunghi venti metri che costituivano la chiglia delle loro navi.</p>
<p>Secondo Plinio il Vecchio avrebbero inventato l’ancora e uno strumento con cui erano in grado di speronare le navi avversarie.</p>
<p>Insomma, gli antichi erano costretti ad ammettere che gli etruschi erano i signori del mare, percorrendo in lungo e in largo, tra l’VIII e il VI secolo a. C., le rotte commerciali che li portavano in Sicilia, in Sardegna, in Corsica e sulle coste del Mediterraneo occidentale.</p>
<p>L’egemonia marittima etrusca, però, suscitava l’odio e l’invidia degli altri popoli, soprattutto dei loro principali rivali, i greci, che li definivano pirati e li descrivevano come saccheggiatori di città, rapitori di donne e perfino di divinità. Ma tutta questa avversione non poteva nascondere la verità e perfino un siceliota come Diodoro Siculo doveva ammettere che gli Etruschi, chiamati dai greci <em>Tyrsenòi</em> o <em>Tyrrenòi</em> , “dominavano il mare per largo tratto, per cui le acque dinanzi all’Italia ricevettero il nome di Mar Tirreno”. Ecco un’informazione preziosa, confermata da altre fonti, che però non spiega perché gli etruschi venissero denominati Tirreni. Nel naufragio della letteratura etrusca, che pur esisteva, nella perdita delle opere greche o romane di storia etrusca, siamo costretti a ricostruire le vicende di questo popolo straordinario attraverso informazioni frammentarie e grazie alle evidenze archeologiche.</p>
<p>Erodoto riportava una suggestiva leggenda: una dura carestia aveva colpito la Lidia, in Asia Minore. Dopo 18 anni di stenti, il re Ati aveva mandato metà del suo popolo, insieme con il figlio Tirreno, a cercare nuove terre. I profughi arrivarono a Smirne, costruirono delle navi e salparono. Dopo un lungo peregrinare giunsero nel paese degli Umbri, dove costruirono città e prendendo il nome del loro re, si chiamarono, appunto, Tirreni. Tale storia era stata accettata e perfino ampliata dagli scrittori antichi. Ma già Dionigi di Alicarnasso, nel I secolo a. C., la respinse con forza, ritenendo gli etruschi autoctoni, ossia originari del territorio italico. E oggi, finalmente, la scienza gli dà ragione. Un recente studio, infatti, mette insieme informazioni genomiche tratte da dodici siti archeologici, su un arco di tempo di quasi 2000 anni ed evidenzia l’assenza di prove genetiche di un recente movimento di popolazioni anatoliche. Gli etruschi condividono il profilo genetico dei latini e di conseguenza la leggenda di Erodoto perde ogni fondamento.</p>
<p>Quell’atmosfera vagamente esotica che emerge dalle loro pitture non indica una provenienza orientale, ma solo uno stile raffinato. I loro commerci erano infatti alla base di una ricchezza non solo economica ma anche culturale. Evidentemente sapevano trarre il meglio dei paesi che raggiungevano e i sontuosi corredi delle loro tombe ne sono una prova. Vi abbiamo trovato il miglior vasellame greco, un bronzetto nuragico e perfino un vasetto egizio con il nome del faraone Bokonrinef,  appartenente alla XXIV dinastia egizia, che regnò a Sais tra il 720 e il 715 a.C.</p>
<p>I loro scambi culturali si rivelavano anche nella moda: eleganti, raffinati, gli etruschi si distinsero per la cura che dedicarono al loro abbigliamento nel corso del tempo. Nel VII secolo a.C. vestivano all’orientale. Gli uomini coprivano la testa con un berretto o con un cappello a larghe falde per proteggere il volto dal sole, come quello che si vede sul capo di un personaggio in terracotta da Murlo (Siena). La tunica, probabilmente di lino, arrivava alle ginocchia e risultava molto più pratica di quella greca, lunga fino ai piedi. Il mantello in lana pesante veniva fermato sulla spalla destra con grandi fibbie d’oro, d’argento o di bronzo. Particolarissimo il disegno della stoffa, a scacchi. Aprendo la fibbia, il mantello si trasformava in una calda coperta. La tunica delle donne, lunga fino ai piedi, secondo le stagioni poteva essere di lino o di morbida lana. Un’alta cintura di cuoio ricoperta di lamina bronzea la cingeva alla vita. Il mantello era simile a quello maschile, nella foggia e nel disegno. I capelli venivano solitamente raccolti in una lunga treccia che ricadeva sulla schiena. I corredi di alcune tombe di Bisenzio, sul lago di Bolsena, hanno restituito sandali in bronzo e cuoio con le suole di legno articolate.</p>
<p>Nella seconda metà del VI secolo a. C. il buon gusto traspariva dalle raffinate vesti di tipo ionico. Le tuniche in lino leggero, finemente pieghettate, erano comuni a entrambi i sessi. Quelle degli uomini, bordate in rosso o in viola, arrivavano al polpaccio, mentre quelle femminili sfioravano le caviglie. L’abbigliamento maschile, però, vedeva un elemento nuovo, sconosciuto sia in Grecia che in Oriente: la <em>tebenna</em>, un mantello costituito da un grande taglio di stoffa di forma ellittica, l’antenato della toga. Le donne continuavano a portare il mantello rettangolare e calzavano stivaletti a punta, a volte girata verso l’alto, più alti nella parte posteriore, quelli che i Romani chiamavano <em>calcei repandi</em> e vediamo ai piedi della moglie nel Sarcofago degli Sposi da Cerveteri. Nella stessa scultura di terracotta possiamo seguire l’evoluzione della pettinatura: i capelli scendevano sulle spalle in morbidi boccoli e trecce, uscendo dal cappello di panno ricamato a cupola di tipo orientale, il <em>tutulus</em>. La capigliatura poteva anche essere raccolta in un’alta crocchia, coperta da un velo.</p>
<p>Non dobbiamo dimenticare i calzolai etruschi, apprezzati anche oltre confine: il commediografo greco Aristofane ricordava che nel V sec. a.C. le Ateniesi andavano pazze per certi sandaletti etruschi con lacci d’oro.</p>
<p>Dovendo accantonare la leggenda di Erodoto, occorre trovare un’altra spiegazione per la denominazione che i greci attribuivano agli etruschi.</p>
<p>Per Aristotele e Plinio tra le specie dei delfini ci sarebbero stati i <em>tursiones</em>, <em>tirsiones</em> o <em>tyrsones</em>: l’analogia con il nome dei Tirreni è stringente, tanto più se si pensa che da più parti si considerava il delfino il simbolo “nazionale” etrusco, raffigurato anche sulle monete. Questa creatura marina, poi, come diceva Eliano, “ha dominio sopra tutti gli altri pesci del mare, come il leone sopra gli animali della terra”.</p>
<p>Un altro collegamento tra etruschi e delfini si trova nell’Inno omerico a Dioniso, che in sessanta versi raccontava la cattura del dio giovinetto da parte di alcuni pirati etruschi che non lo avevano riconosciuto. Dopo aver compiuto una serie di prodigi, Dioniso si era trasformato in un terribile leone che aveva ghermito il comandante della nave. Gli altri marinai, per non incappare nella stessa sorte, si erano gettati in acqua, dove erano stati trasformati in delfini.</p>
<p>Allora il nome di Tirreni faceva riferimento ai delfini e al loro dominio sul mare? Di certo sappiamo che gli etruschi si definivano da loro stessi <em>Rasenna</em> o <em>Rasna</em>, forse in relazione a un comune appellativo di città stato, con la stessa accezione che ha oggi il termine di <em>States</em>.</p>
<p>Allo stato attuale si possono fare ipotesi, più o meno fondate, nell’attesa di un “prodigioso” ritrovamento che ci aiuti a squarciare il velo che ancora &#8211; purtroppo – circonda il popolo più affascinante della penisola: magari un testo di storia etrusca uscirà fuori dalla biblioteca di un ricco e colto abitante di Ercolano, oppure dalle bende di una mummia egiziana. Non resta che aspettare, sperando che quel giorno arrivi presto.</p>
<p>Didascalia foto:</p>
<p>Navicella di bronzo dalla tomba del Duce di Vetulonia (VII sec. A. C.)</p>
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